“Troppo freddo, troppo pulito direi. Troppo facile. Troppa poca passione, passione creativa. Tutto qui”
Tempo d’estate conclude il ciclo dei romanzi biografici. Grandissima creazione letteraria: Coetzee è morto, un ipotetico biografo, Vincent, intervista cinque persone che sono state vicine allo scrittore: Julia, una amante; Margot, una cugina; Adriana, amore di Coetzee non ricambiato; Martin, un collega; Sophie, una collega con la quale ha avuto una relazione. E attraverso le parole di questo biografo che riporta le interviste a coloro che per un periodo hanno intrecciato le loro vite con quelle di C., Coetzee stesso scrive la propria biografia, cercando- o fingendo - di essere in questo modo il più obiettivo possibile. Emerge subito la tematica principale, al di là delle vicende quotidiane: la creazione letteraria riesce ad esprimere la realtà in modo fedele o in quanto opera letteraria ha vita propria? Ciò che è auspicabile è che il racconto, anche se non può essere vero alla lettera, lo sia nello spirito? Come possiamo fidarci del resoconto e delle interviste? Gli intervistati, interrogati su una persona di loro conoscenza, non potrebbero essere tutti “inventori di storie”? Non tende ognuno ad evidenziare cose che ad altri potrebbero essere sfuggite o che per altri potrebbero avere scarsa importanza? In ogni racconto c’è sempre troppo della persona che racconta e di quella che riporta. Gli intervistati, quando riascoltano le loro parole trascritte dal biografo, spesso non riconoscono la propria voce o i fatti raccontati, sembra loro quasi un’altra storia. Dando voce a cinque punti di vista differenti, C. vuole fornire una gamma di testimonianze indipendenti che partono da prospettive indipendenti. Ma è proprio qui la finzione letteraria. Non esiste alcun biografo, e forse non esistono neppure le persone intervistate (non so se siano state presenze reali nella vita di C. o se le abbia create di sana pianta), a parlare è Coetzee stesso, sempre Coetzee, che con vera spietatezza e consapevolezza si rivela al lettore, anche nelle sue pieghe più intime. Non teme il giudizio del lettore, mette in costante dubbio il proprio valore non solo come artista, ma come uomo. Fa dire ad Adriana : “Signor Vincent, ai suoi occhi John Coetzee è un grande scrittore e un eroe, io lo accetto… Per me, invece – mi perdoni se glielo dico, ma è morto e quindi non posso ferire i suoi sentimenti – per me non è nulla… soltanto un motivo di irritazione, di imbarazzo. Non era nulla e le sue parole non erano nulla… per me era davvero uno stupido. Quanto alle sue lettere, scrivere lettere ad una donna non dimostra che la si ami. Quest’uomo non era innamorato di me, era innamorato di una qualche idea di me, di qualche fantasia di un’amante latina che si era creato nella mente. Vorrei che al posto mio avesse trovato un’altra scrittrice, un’altra persona fantasiosa di cui innamorarsi. Avrebbero potuto essere felici a fare l’amore tutto il giorno con le loro idee l’uno dell’altro”. Ancora la dicotomia tra arte e vita, artista e uomo, accomunate dal comune atteggiamento di C. nei loro confronti, quel distacco indicato dalla citazione nel titolo di queste righe. E ancora: "...ma era davvero un grande scrittore? Perché, per come la penso io, il talento per le parole non basta se si vuole diventare un grande scrittore. Bisogna essere anche un grande uomo. Lui era un uomo piccolo, un uomo privo di importanza." Però, dico io, sarà anche stato piccolo come uomo, ma come artista ha vinto il Nobel. Che sia possibile, quindi, separare vita e arte? E poi, nell’intervista a Martin - altra presenza maschile insieme al biografo e al fantasma di Coetzee – si svela il fulcro sia della vita di uomo che di artista: “…io e lui condividevamo la stessa posizione sul Sudafrica, cioè sulla nostra presenza in quel paese. Era illegittima. Magari avevamo un diritto astratto di starci, un diritto di nascita, ma su basi fraudolente. La nostra esistenza si fondava su un crimine, precisamente la conquista coloniale, perpetuato dall’apartheid. Ci sentivamo proprio il contrario dei nativi, degli indigeni. Visitatori, residenti temporanei e in questo senso senza casa, senza patria”. Da qui la fuga, il ritorno, e la nuova partenza. Coetzee vive ancora, vegeto, in Australia, con relativa cittadinanza. Forse unico esemplare di uomo freddo che mi abbia in qualche modo interessato.