A seguito di una geocatastrofe, nel 2049 l’umanità si è trasferita in una stazione artificiale fluttuante, la CIEL, sotto il comando di un unico uomo: Jean de Men. La Terra, però, apparentemente disabitata, continua a orbitare al di sotto della piattaforma spaziale della CIEL da cui l’élite di ricchissimi che vi abita, per garantire la loro sopravvivenza, continua a drenare le poche risorse rimanenti del pianeta - ormai ridotto a una palla di fango - tramite le corde celesti, lunghissimi cordoni ombelicali tecnologici che fungono da condotti tra il mondo superiore e il mondo inferiore.
La fantascienza ha sempre giocato con la metafora dell’ascensione – appannaggio delle classi sociali più alte – come unica via per la sopravvivenza: dal cult di Ballard, Il Condominio, fino alle declinazioni meno originali ma più recenti come El hoyo, il film di Galder Gaztelu-Urrutia, distribuito da Netflix.
Lidia Yuknavitch però non si inserisce docilmente in questa tradizione, tanto che, leggendo le premesse de Il libro di Joan, potreste facilmente scambiare il romanzo per una derivazione banale di un tema noto (il futuro dell’umanità quando il nostro pianeta morirà).
Influenzata dalla corrente new-weird, l’autrice non usa la crisi climatica come cornice e ambientazione ma come il grimaldello per intraprendere un radicale processo di decostruzione dell’uomo – inteso nella sua prospettiva androcentrica –, del patriarcato, della società intossicata e alienata del tardo-capitalismo.
L’autrice capovolge il racconto lucido e siderale delle storie ambientate nello spazio per restituirci una narrazione cruda, violenta, esacerbata; un linguaggio scurrile, provocatorio, strabordante di immagini paradossali ed erotiche. Sceglie come protagoniste una donna matura (Christine) e una giovane adulta (Joan), le sceglie appositamente ai margini (vecchie e bambine tra le categorie più ignorate) perché proprio le classi meno favorite per rappresentare quel che resta dell’umanità saranno in grado di fare da portavoce ai valori visionari e incendiari della storia. Un romanzo ambizioso e rivoluzionario proprio perché si propone di rinnovare una nuova umanità, di rifondare una nuova società che tuttavia affonda le radici in profondità, in una terra antica, una terra che ha memoria.
Segue analisi della trama con SPOILER
Il mondo al di sopra
Il libro di Joan è radicale fin dalle premesse. L’abbandono del pianeta Terra comporta una metamorfosi, un mutamento morfologico estremo che priverà gli uomini e le donne della loro sessualità, oltre che di gran parte dei loro sensi di percezione. Non emanano odori o altri tipi di secrezione, e di conseguenza nemmeno li percepiscono. Con l’ascensione nello spazio si sono de-umanizzati, lasciando sulla Terra la materia organica.
“Sono priva di genere sessuale, o quasi. Ho la testa bianca, sembra di cera. Niente sopracciglia, né ciglia, né labbra, niente di tutto questo ma ossa sporgenti, zigomi, spalle, clavicole e punti accesso dati”.
La narratrice è Christine, una donna di 49 anni che presto dovrà morire (su CIEL gli individui hanno una data di scadenza per via delle risorse e dello spazio limitato sulla stazione spaziale). È lei stessa a paragonare gli abitanti di CIEL a statue di bianco marmo. È soltanto il primo di molti riferimenti all’apollinea antichità classica. Di contro, alla Terra spetta il compito di rappresentare la controparte dionisiaca.
Quest’umanità sterile, senza più sesso e amore, è nostalgica. È annoiata, lontano da casa e ha fame di desideri perduti. La sua impotenza si nutre di storie perché nelle storie quello che hanno perduto è di nuovo accessibile, almeno in forma testuale. Tuttavia – forse proprio per sopperire alla perdita e per restituire l’evidenza del corpo – i testi su CIEL si creano e si tramandano direttamente sulla pelle, non più su carta: tutti i corpi diventano leggibili e scrivibili.
“Per via della nostra fame, quassù nel nostro falso paradiso, nacquero gli innesti cutanei”.
Gli innesti sono letteralmente storie scritte sulla pelle, racconti in rilievo: “lontani discendenti dei tatuaggi, cugini spuri dell’alfabeto Braille”.
Gli innesti più popolari sono quelli creati da Jean de Men, che proprio grazie al successo dei suoi racconti assurge al potere. CIEL è infatti una società minuscola, regolamentata da algoritmi e in cui tutti sono già ricchi quindi il potere si riduce a una questione di prestigio, una crudele pantomima, un perverso vizio di forma. Non stupisce che i racconti di Jean de Men siano insulsi, banali e misogini (il nome Jean de Men letteralmente si traduce come Jean degli uomini). Favolacce di violenza, infarcite da amori fasulli e convenzionali. Propaganda utile sia come narcotico sia come sollazzo e distrazione per i privilegiati superstiti di CIEL.
“Jean de Men non fece altro che sostituire ogni divinità, ogni etica, ogni scienza, con il potere della rappresentazione: un’idea nata sulla Terra, sviluppata grazie ai media e alla tecnologia e perfezionata qui nello spazio”.
Su CIEL quindi governa una celebrità, un vanesio uomo di spettacolo che guida un popolo ipnotizzato da intrattenimento posticcio e sorvegliato dal Panopticon, un sistema di vigilanza che organizza esecuzioni pubbliche per chi trasgredisce. Panem et circensem, quindi, rivisitata in uno stile tecnoburlesque in cui la giustizia è una tragica farsa.
Ma in cosa consiste la trasgressione in un mondo senza vita come quello di CIEL?
C’è una legge in politica: se vuoi governare, devi avere il controllo della narrazione. La verità è complicata, se riesci a raccontarla in modo convincente, dalla giusta prospettiva, ti crederanno. CIEL e Jean de Men hanno raccontato la storia – che è diventata quindi la Storia – su come la Terra sia diventata inabitabile. È tutta colpa di un’eco-terrorista, una ragazzina ribelle che ha deciso di disertare – nel mondo di prima, sulla terra morente, le guerre venivano combattute da bambini soldato – e di muovere contro il mondo degli uomini e i loro droni: è Joan, una pazza o una santa, che sente voci dal profondo della Terra e ha acquisito la capacità di controllare la materia. Joan, un pericolo per l’umanità, è stata però catturata e giustiziata, arsa vivo sul rogo come una strega. Eppure la sua leggenda vive ancora su CIEL…ed è questo culto che Jean de Men vuole sradicare.
Tra chi non crede alla versione ufficiale e vede in Joan una martire ma soprattutto una speranza, c’è Christine, anche lei maestra nell’arte dell’innesto. Sa bene che nel mondo gelido di CIEL, solo l’immaginazione non è morta. Crede che “le storie salvano vite e danno forma all’azione” quindi vuole scrivere sui corpi di più persone possibili un “poema epico-corporale”che racconti e tramandi la storia di Joan, raccogliendo attorno a se seguaci di un movimento, disposto a tutto per ripristinare i valori di un’umanità perduta.
“Le parole e il mio corpo, il luogo della resistenza”.
La resistenza si organizza attorno ai corpi, è questa la filosofia del romanzo. E scavando più nel profondo, vedremo una contropposizione ancora più netta tra Jean de Men e Joan di Fango (l’assonanza non è un caso). Mentre Jean si arroga anche il diritto di sperimentare sui corpi degli abitanti di CIEL, tentando di raggiungere grazie alla tecnologia un tipo di procreazione per via asessuata (visto che hanno perso gli organi sessuali e non possono riprodursi), Joan per tutto il romanzo userà il suo potere tramite il suo corpo. Da un lato abbiamo un usurpatore di corpi altrui, dall’altro una donna che conserva – a differenza del resto dell’umanità – la capacità di generare la vita (sia perché donna sia perché in diretto contatto con le forza naturali della Terra). Da un lato abbiamo un uomo che si serve della tecnologia come appendice sterile, dall’altro una donna che si serve della solidarietà degli altri e delle energie della Terra, per quanto luride, fangose, disperate siano.
In un mondo che ha espunto il corpo e i suoi bisogni, in un mondo senza madri, i seguaci di Joan riportano la carne e le viscere al centro della politica.
Il mondo al di sotto
“Senza rivolgermi a nessuna verità più alta di questa: noi siamo materia, come la terra e l’acqua e gli alberi e il cielo, come lo erano gli animali, come lo sono le stelle e i corpi umani. Rivendicando la nostra umanità come semplice umanità. Scriverò questo. Racconterò la verità”.
Joan è un’altra ragazzina che si aggiunge alle schiere di ragazzine pericolose e rivoluzionarie delle narrazioni contemporanee (Anna di Ammaniti ma persino Greta Thumberg). Quanto fanno paura le ragazzine al potere? Quanto sono destabilizzanti? Quanto è facile trattarle da pazze, infantilizzarle, trattarle come elementi di disturbo.
“Lui non aveva idea di cosa questa giovane adulta avesse fra le mani. La considerava ancora solo una femmina, una bambina che gioca a una specie di gioco in cui lui era sicuro di superarla in astuzia”.
Eppure sono loro che sopravvivono al (e spesso sono causa del) crollo.
Il rovesciamento nel romanzo di Y uknavitch è trasversale: non c’è solo un crollo di potere ma c’è anche un crollo della concezione di genere sessuale per come lo conosciamo e soprattutto. un crollo che porta il lettore dal sopra (CIEL) al sotto (il pianeta Terra). Possiamo interpretare il romanzo come una lunga discesa dalla sterilità e dalla gelida “nave del nulla” di CIEL al “grumo fangoso”, materico e pullulante di vita del pianeta Terra. Dall’alto al basso in termini di altitudine ma dal basso all’alto in termini di umanità.
In teoria infatti l’elite della popolazione terrestre vive lassù la sua vita elevata, lontana da un ambiente moribondo. Ma non è così. CIEL è una nave senza vita. Invece è sulla Terra che si conserva la vita.
“La Terra adesso non è altro che un suolo apocalittico e maculato; un opaco sole color seppia, di giorno; la notte, una Luna dalla luce così fioca da sembrare un livido sul cielo. Questa è una palla di fango senza vita. Almeno in superficie”. Se in superficie c’è desolazione e distruzione, nel sottosuolo c’è un mondo lussureggiante. Riflettendo sulla sopravvivenza futura, l’umanità ha scelto di guardare in alto, ha scelto lo Spazio. “Ma se invece tutto quello che conta fosse in basso? Lì dove le cose sono volgari e spregevoli? Dove i vermi e la merda e gli scarafaggi conducono la loro esistenza?”.
Mentre Christine organizza la Resistenza su CIEL, sulla Terra seguiamo Joan – miracolosamente sopravvissuta grazie ai suoi poteri rigenerativi – e Leon, la sua fedele compagna, in un viaggio tra le macerie ma soprattutto tra le vite di quei pochi sopravvissutati ai disastri naturali che hanno sconvolto la Terra. Ma la vita va avanti anche in luoghi impossibili. In questi ultimi capitoli, l’autrice declina l’esperienza ultima dell’essere umano, l’esperienza irriducibile dell’Amore (“una parola che ha definizioni sempre esplosive”). L’Amore senza l’incontro con l’Altro è impossibile (“e nell’amare non sei sola”), senza lo scontro con i corpi altrui. Contro la solitudine e l’astrazione di CIEL, si può contrapporre soltanto la contaminazione tra carne, materia, vita e fango della Terra.
Con una poetica incendiaria, Yuknavitch racconta come nei corpi riposa l’ultima risposta.
Un finale problematico?
Doveva concludersi in un solo modo “Il libro di Joan”, dato l’impianto filosofico e poetico alla base: con l’unione tra i due mondi, quello di sopra e quello di sotto, uno scontro che dà vita al conflitto finale tra Jean e Joan (anche tra mondo degli uomini e mondo delle donne? Le iniziali M e F dei cognomi lo suggeriscono). Se la sconfitta di Jean e l’ennesimo sacrificio di Christine, Trinculo e Joan appaiono giusti e anche inevitabili, a livello narrativo, il modo in cui arriviamo alla sequenza finale è un colabrodo, estremamente complicato nelle dinamiche che rimangono fino in fondo opache al lettore. Ancora più insensata – e soprattutto frettolosa - è la rivelazione sul sesso di Jean de Men. Non solo non è coerente con tutto quello che abbiamo saputo del personaggio fino a quel momento ma non aggiunge nulla a quanto già detto. Il fatto che sia una donna dovrebbe essere un’aggravante? Vorrebbe rappresentare il ruolo ancillare di certe donne nel sistema patriarcale? Ma a che serve dirlo tre pagine prima della fine? Non esplora il tema e non è una rivelazione utile all’impianto narrativo, alla filosofia di fondo del romanzo né provoca un qualche tipo di soddisfazione nel lettore (come invece fanno o dovrebbero fare i coup de théâtre). Semplicemente inutile, quando non direttamente dannoso perché getta l’ombra di una possibile interpretazione purista (transfobica?) su cosa rende le donne veredonne TM in opposizione alle nondonne(?).
Conclusioni
A controbilanciare la forza viscerale contenuta in questa storia, c’è purtroppo una debolezza strutturale nell’esposizione degli elementi fantascientifici. Nel corso della narrazione veniamo edotti in maniera progressiva su una mole decisamente considerevole di concetti e termini: si susseguono i protei, il kinema, le generine, il teletrasporto (attraverso energie telluriche?), luci blu innestate sulle tempie e altri espedienti che, per quanto suggestivi, mal si accordano e mal si spiegano in una storia già molto carica di metafore bibliche e mitologiche.
Non è certo un libro perfetto, è meglio. Perché è di troppo, è disturbante e scomodo con una chiave interpretativa originale sulla distopia. Come Le Guin e Atwood, anche Lidia Yuknavitch traccia nuovi sentieri. Una pensatrice che usa il femminismo come detonatore, una forza erotica, perturbante che, stanca di lasciarsi infliggere cicatrici, preferisce lasciarne.