È un esperimento molto ben riuscito, questo romanzo “diversamente giallo” che coniuga una trama thriller (omicidio e caccia agli indizi per la ricerca dell’assassino) a dei personaggi molto particolari: il testimone chiave, che parla in prima persona, è un ragazzino di 10 anni nato con una patologia che lo rende gravemente disabile. “Un vegetale”, per usare le parole del (poco) amorevole padre. Eppure, dentro questo guscio, lui c’è. Pensa, vive, ama, sogna, ascolta.
«Non sono stato il padre migliore che potessi avere.»
Neppure io il figlio migliore. Siamo pari. Sospiro.
«Che scemo che sono, non so neppure se c’è qualcuno che mi stia a sentire.»
È un viaggio alla scoperta della disabilità? In parte, perché ci vengono risparmiati molti dettagli sulla fatica, il dramma, il dolore di gestire un figlio disabile.
È invece un viaggio alla scoperta di coloro che vivono “dentro” la disabilità. Che conoscono il mondo attraverso i loro sensi limitati e non provano la mancanza di ciò che non hanno mai avuto, ad esempio i colori, o che non avranno mai, come una fidanzata. Che sono capaci di vedere l’essenza delle cose, di dare una prospettiva che va al di là della loro brevissima vita.
" Man mano che crescevo anche io, nell’unico modo in cui ero capace, mi resi conto che non avrei mai parlato.
Fu una scoperta dolorosa. Mamma non avrebbe mai saputo quanto le volevo bene, cosa pensavo e cosa preferivo. Non avrei mai potuto pronunciare a voce alta il suo nome. Ma che ci fosse una persona dentro il mio corpo, credo che lei non lo avesse mai dubitato."
Lidia Calvano ci fa accomodare in un corpo privo di vista e parola con una sensibilità, una pacatezza e un tatto commovente. Non c’è pietà, ma ironia, saggezza e consapevolezza.
" Ero diventato grande, mio malgrado. E brutto. Persino la mia mamma, che sono sicuro mi amava più della sua vita, non provava più quella tenerezza che la portava a ricercare il contatto continuo, l’odore della mia pelle, il calore di un bacio che non finiva mai."
Non so se era questo l’intento dell’autrice, ma durante la lettura ho provato, sopra ogni altra emozione, un grande senso di conforto. Una vicinanza e un calore alle mamme (e papà) che dedicano la loro vita ad essere “le mie gambe, il mio sostegno, il mio scudo, il mio tutto”; un modo per rasserenarli, per minimizzare i sensi di colpa, le frustrazioni. Perché questo bambino che è così tanto limitato, rispetto a noi, ha allo stesso tempo consapevolezza di ogni piccolo motivo di gioia: il fatto di essere vivi, di avere accanto qualcuno che ti ami incondizionatamente, l’abbraccio dell’acqua del mare, i documentari alla televisione, dormire nello stesso letto con la mamma e l’amica Simona…
" «Simona, potevi aspettarmi, non sei abituata! È pesante ormai, questo giovanotto!»
Lasciala fare, ma’, lascia che altre braccia dalle tue mi tengano. Togliti questo peso di dosso, per qualche istante, e lasciami godere del pesare su un’altra donna, su un altro cuore. Lei è fresca, gioiosa, sincera. Tu sei stanca, mamma, tanto. Lasciami a lei per qualche istante."
Grazie alla qualità della caratterizzazione dei personaggi e alla capacità di stemperare i bianchi e i neri, le luci e le ombre, mi sono ritrovata a provare compassione perfino per l’assassino.
" Grazie anche a te, Simona, per trattarmi come una persona normale. Grazie per capire che la vicinanza è importante, sempre, soprattutto quando non si è in condizione di chiederla."
In conclusione, dopo il fantascientifico, l’erotico, il dark, il paranormale, Lidia Calvano continua a sperimentare, a stupire e ad affascinare, con uno stile impeccabile e scorrevole tutt’altro che banale, ma pieno, ironico e toccante.
.
Nayeli - per RFS