Ultima opera pubblicata in vita da Italo Calvino, questo romanzo espone le descrizioni, le sensazioni e le meditazioni del signor Palomar, un uomo introverso, taciturno, puntiglioso, talvolta ansioso e d'animo irrequieto, un uomo come tanti che passa la propria esistenza alternandosi tra l'abitazione cittadina e la casa al mare, tra i viaggi intorno al mondo e le visite alle botteghe alimentari. A differenza di molti, tuttavia, Palomar è capace di soffermarsi su ciò che gli sta intorno, è in grado di osservare gli oggetti materiali ed i fenomeni fisici, ma anche di analizzare e di astrarre con il ragionamento le molteplici scene di vita quotidiana. Volendo evitare, senza peraltro riuscirci pienamente, le sensazioni vaghe, motivo di angoscia, Palomar rivolge le sue attenzioni su oggetti limitati e precisi: per dirla con le parole di Calvino, “Palomar, il cui nome viene dal famoso osservatorio astronomico californiano, tende verso l'alto, il fuori, i multiformi aspetti dell'universo, vede i fatti minimi della vita quotidiana in prospettiva cosmica” e ancora, “il nome richiama un potente telescopio, ma l'attenzione di questo personaggio pare si posi solo sulle cose che gli capitano sotto gli occhi nella vita quotidiana, scrutate nei minimi dettagli con un ossessivo scrupolo di precisione”.
Nelle sue osservazioni, Palomar non giunge mai a delle conclusioni certe, ma tutto ciò che sembra trovare nei suoi ragionamenti è mutevole, allo stesso tempo attendibile e confutabile, e l'assenza di una verità assoluta, questa condizione di vaghezza, è perenne fonte di angoscia, di turbamento. Nonostante tutto, Palomar continua nella sua ricerca, si concentra su nuovi oggetti, li analizza e li scompone, distrugge le sue ipotesi e giunge sempre alle stesse conclusioni, ed ogni volta ricomincia da capo. Ed ogni volta, l'unica risposta cui sembra giungere con il suo pensiero è che la realtà che lo circonda sia insondabile nella sua completezza, e che i suoi strumenti conoscitivi di essere umano siano necessariamente limitati e inadatti, e che sempre egli sarà impossibilitato a conoscere la totalità dell'universo e ad esprimerlo col suo linguaggio. Palomar stesso conclude, in uno dei suoi ragionamenti: “Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose, ci si può spingere a cercare quel che c'è sotto. Ma la superficie delle cose è inesauribile”. L'uomo non è affatto centro e padrone dell'universo, la verità è dunque irraggiungibile, la realtà insondabile e incomunicabile, ma non per questo Palomar si dà per vinto, persistendo nella sua attività di osservazione e di speculazione, nel suo percorso di conoscenza e di esercizio della ragione e del dubbio.
Quest'opera potrebbe ben definirsi come la somma di diverse scene di vita quotidiana di Palomar: in particolare, come la somma di 27 episodi, organizzati, con un criterio che fonde rigore scientifico e creatività intellettuale, armonia matematica e bellezza speculativa, in tre parti numerate (“1. Le vacanze di Palomar”, “2. Palomar in città” e “3. I silenzi di Palomar”), dove i numeri 1, 2 e 3 hanno un significato preciso per l'autore. A sua volta, ogni parte consta di tre capitoli (indovinate?, anch'essi numerati con 1, 2 e 3), ed ogni capitolo di tre episodi (manco a dirlo, anch'essi numerati con 1, 2 e 3), disposti in modo che il primo (contrassegnato dal numero 1) descriva un'esperienza sensoriale, il secondo (contrassegnato dal numero 2) indaghi un aspetto antropologico o culturale in senso lato, il terzo (contrassegnato dal numero 3) si occupi di una considerazione speculativa, un'attività mentale. Oltre agli episodi, i numeri 1, 2 e 3 rimandano a questo triplice ordine anche per quanto riguarda i capitoli e le parti del romanzo. Ecco che dunque la narrazione procederà gradualmente dall'ambito fisico e sensoriale verso quello mentale e speculativo. Questo elemento paratestuale è dunque fondamentale nell'opera, rendendola un caposaldo tra i romanzi psicologico-filosofici, una delle migliori opere della letteratura italiana del secondo Novecento, che ha saputo sperimentare ed osare sia nella forma che nel contenuto, e che ha fornito nuovi spunti al movimento postmoderno. Palomar, opera breve ma non facile, è una di quelle rare letture in grado di cambiare il modo di vedere e di pensare le cose, anche quelle piccole ed apparentemente insignificanti.
Che si soffermi a studiare la propagazione di un'onda marina o che sia indeciso su come comportarsi di fronte ad una bagnante a seno scoperto, che si trovi a riflettere sulla vita amorosa delle tartarughe o che cerchi di decifrare il linguaggio fischiettante dei merli, che si sforzi di definire i confini e la composizione di un prato o che contempli i corpi celesti, che si estranei a pensare alle implicazioni culturali del cibo, base materiale dell'esistenza umana, o che si domandi cosa ci sia dietro una forma di formaggio francese o che rapporto sussista tra l'uomo e il bovino, che si trovi a constatare l'impossibilità di raggiungere la felicità dei monaci zen o di definire il significato di una statua tolteca, che si angosci e si arrovelli su cosa e su quando sia opportuno dire o tacere, o che rimugini sul vivere e sul morire, Palomar ci fa sorridere della sua involontaria comicità (e qui Calvino usa l'ironia, che è anche autoironia dal momento che l'autore si immedesima in Palomar, in modo sublime), ma ci fa anche riflettere profondamente e ci fa interrogare sulla nostra condizione, rendendoci partecipi dei suoi pensieri, dei suoi dubbi e delle sue incertezze. Ed è proprio questa imperfezione che rende umano Palomar, proprio questa consapevolezza di essere limitato a renderlo desideroso di conoscere, bisognoso di porsi domande e di tentare ostinatamente di giungere a delle difficili, se non impossibili, risposte. Quello che importa, del resto, non è il punto di arrivo ma il percorso per arrivarci e, come ebbe a dire lo stesso Calvino, “la storia di Palomar si può riassumere in due frasi: un uomo si mette in marcia per raggiungere, passo a passo, la saggezza. Non è ancora arrivato”.