Mi è difficile commentare questo romanzo, visto che ha segnato la mia prima adolescenza in modi veramente impensabili, così come mi è difficile essere oggettiva su Salgari, che rimare tutt'ora un mio grandissimo amore.
Di certo si è difeso bene, visto che la rilettura arriva dopo dieci anni: il testo scorre, gli avvenimenti si susseguono rapidi e l'ansia cresce sempre di più di pagina in pagina, incollando il lettore al romanzo. L'arco narrativo dedicato alle miniere è uno di quelli che mi era rimasto più impresso, ed è incredibile che a distanza di così tanto tempo mi abbia dato un'impressione ancora più forte, di pura claustrofobia.
D'altro canto, è un testo che risente della sua età - ha pur sempre più di un secolo sulle spalle - sia nello stile di scrittura, che che per il lettore attuale potrebbe risultare un po' macchinoso e troppo ricco di descrizioni, che nel modo in cui descrive il Far West.
Salgari è però un autore estremamente moderno, e non smetterò mai di dirlo. Parla dei nativi americani e di ciò che è accaduto loro senza la classica retorica dei conquistatori del West, e questo si vede nella denuncia netta e senza possibilità di difesa del Chivington-Massacre, o ancora nelle descrizioni della prateria. Presenta poi dei personaggi femminili indimenticabili, donne forti che non hanno niente di meno delle loro controparti maschili, ma addirittura qualcosa in più; Minnehaha e Yalla sono furbe, crudeli, sanno ciò che vogliono e non si tirano indietro davanti a ciò che devono fare, e, per quanto dovrebbero essere le antagoniste, non puoi fare a meno di affezionarti a loro.
Insomma, ti vuole anche bene John, ma ciò che ti accade nel prossimo libro te lo meriti tutto.
5/5 ⭐ (di cuore, ma non potrebbe essere altro)