Qui devo farmi aiutare dalla nota della traduttrice Roberta Bovaia.
In pratica queste dodici poesie Neruda le ha scritte nel 1923 e tenute nel cassetto per dieci anni, ritenendole acerbe. Le ha pubblicate nel '33, ormai divenuto celebre e osannato, premettendo che si trattava di componimenti giovanili e sperimentali, ma sta di fatto che un certo valore deve pure avercelo trovato, altrimenti avrebbe potuto semplicemente lasciarle nel cassetto di cui sopra.
I temi ricorrenti della sua poetica in ogni caso già ci sono: «l'estremo soggettivismo, l'esaltazione romantica, la tensione agonica verso il segreto palpito del mondo e il mistero doloroso dell'umanità, il canto dell'amore e dell'erotismo intesi come esperienza di un dolore radicale e anelito metafisico» (Bovaia).
Quanto a me, che salvo vaghe reminiscenze dagli anni del liceo (Saffo, Catullo, Ovidio) non ho molta esperienza di letture di questo tipo, le ho apprezzate, però, a parte la prima, che mi ha impresso nella mente delle immagini nitide e credo durature (gli aspi folli, i sassi, la notte, il fromboliere), le altre in genere mi sono parse abbastanza simili tra loro, molti termini ricorrevano, quindi insomma temo che già domani saranno un ricordo un po' indistinto.
Un'ultima cosa: non c'è niente di pornografico, solo erotismo e trilioni di metafore (alcune però molto poco velate, va detto).