Ho letto il commesso di Malamud e posso dire di aver letto un romanzo unico e meraviglioso. Malamud ha il tocco inconfondibile dell’artigiano che sa dove sono gli strumenti e li usa tutti senza che tu riesca a capirlo nel risultato finale.
Leggere delle peripezie dello sfortunato bottegaio Morris Bober nella New York anni ‘50 e della sua triste storia, annidata nella povertà e nella dignità, è qualcosa che scalda il cuore come poche storie fanno. Malattia, fame e sventura, come bestie fameliche, si aggirano attorno al suo negozio, sbranano le sue speranze, fanno capolino nel letto dei suoi pochi averi. In questo romanzo le vere protagoniste sono le tasche: quelle degli altri che non si svuotano mai, quelle di Morris che hanno dei buchi da quando è nato. Ha pochi pensieri Morris, tanti quanti sono i suoi risparmi, tutti rivolti alla sua amata famiglia. E i risparmi di un povero, al pari dei suoi pensieri, sono preziosi, perché lui li conta e li riconta e conosce bene il loro valore. Così quando è il caso sa anche toglierli dalla tasca e donarli a un disgraziato come lui o peggio di lui. Non ha bisogno di calcolare il suo gesto perché conosce bene il suo valore e sa quale strada prenderà. Perché se la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni, quella del paradiso è fatta di questi gesti impossibili: un ladrone che chiede un ricordo a un altro condannato come lui, un povero che dona a un povero. Quando un povero condivide una coperta, il firmamento si apre e cade oro sulla terra. Questo mi insegnava mio nonno. E mi è venuto in mente leggendo la storia di Morris Bober.
Così quando nel suo negozietto di alimentari arriva Frank Alpine, il commesso, un giovane pimpante e squattrinato, che ne sa di più di quel che dice, sembra che Dio voglia metterlo alla prova. Morris non ci pensa molto ad accettare questa figura ambivalente, splendida, che Malamud disegna con impareggiabile grandezza e delicatezza, come un Raskolnikov dei quartieri ebraici, un personaggio che Dickens creerebbe con ardore e Victor Hugo impasterebbe nei suoi miserabili con soddisfazione. Bober fiuta il suo male e non sente ragioni, tantomeno quelle ideologiche e popolari di sua moglie Ida, forse per la prima volta. Bober riconosce un essere umano e non soppesa passati, futuri o lacrime. L’anima di Bober ci conduce tutti più in là, ci lascia scorgere dove può vivere la bontà di un uomo. Tra le colline, lì dove è giunto il soccorso, come dice il salmo.
Il giovane commesso si mette al suo servizio con l’inganno, poco tempo prima era entrato nel suo negozio con un bandito per derubarlo, ed è come se Bober lo sappia fin dall’inizio, e per tutto il tempo il cuore di Frank, perché è il cuore che parla in questo romanzo, non altro, vive il sottile tormento del chiedere altra povertà alla povertà, altro dolore al dolore, altra miseria alla miseria. Sembra che la storia di sventure non abbia fine e non ci sia mai un fondo.
Ma tra questi deserti dell’anima e della vita, nasce sempre una ginestra. E le ginestre migliori, si sa, sono gli amori dei giovani. Frank, un goy, un non ebreo, si innamora di Helen, ebrea, figlia di Morris Bober. Semplicemente, come nel più classico degli amori, queste nuvole che attraversano gli stati senza passare dalle dogane.
Resta con me, storia del commesso, resta con me ancora un po'