Il 1° ottobre 1862 un «fatto criminale di orrida novità» funesta Palermo: alla stessa ora, in luoghi quasi equidistanti – «una stella a tredici punte» sulla pianta della città – vengono pugnalate tredici persone. A investigare su quella che subito appare come una sinistra macchinazione è il procuratore Guido Giacosa, appena arrivato dal Piemonte e già «insofferente di fronte alla “superficie verniciata, sostanza pessima” che la Sicilia gli offre» – per i palermitani, solo «un altro piemontese che veniva a comandare». L’inchiesta conduce ben presto a individuare nel principe di Sant’Elia, ricchissimo e rispettatissimo senatore del Regno d’Italia, l’insospettabile mandante. Con crescente angoscia, con disperazione, fra complotti, doppie verità e «sommessi sussurri», avvalendosi solo della testimonianza di pentiti e spie screditate ma armato di un coraggio, un acume e una pazienza infiniti, Giacosa affronterà l’immane difficoltà di costruire una solida accusa. La sua indagine, che Sciascia ripercorre con febbrile tenacia fin nelle sue più tortuose ramificazioni, non basterà a salvare le misere reclute della congrega dei pugnalatori, troppo facili vittime di una giustizia sconfitta, né a inchiodare i veri responsabili. Come sempre, le grida dei condannati a morte vengono soffocate dalle parole afone delle carte giudiziarie e dei rapporti di polizia, coperte dall’autorità di uno Stato vacillante, disperse nei vertiginosi labirinti del potere. I pugnalatori è apparso per la prima volta nel 1976.
Muy interesante. Este autor tiene una forma de narrar los hechos reales que me impresiona. Los hechos en sí son bastantes sorprendente, pero me llamó mucho la atención la investigación, la corrupción, en fin, todo fue muy intrigante. Supongo que las cosas siempre han sido de esa forma.
Nell’ottobre del 1862, ad appena un anno dalla nascita del Regno d’Italia, tredici persone vengono pugnalate simultaneamente in diversi punti della città di Palermo. L’inchiesta viene affidata al procuratore Guido Giacosa, piemontese da poco arrivato in Sicilia, la cui scrupolosa indagine identificherà il mandante in un altolocato senatore del regno, un nobile siciliano animato da sentimenti di restaurazione borbonica. Gli esecutori, di umile estrazione sociale, verranno condannati; il mandante, nonostante le prove a suo carico fossero le medesime, se non più pesanti, nemmeno arrestato. Facendo ricorso a documenti originali e archivi storici, Sciascia ricostruisce l’evento, ripercorrendone i momenti chiave, con rigore ed occhio critico. Ma il mero resoconto del fatto storico è secondario: Sciascia lo utilizza come un’opportunità per dirci altro, lo eleva (come spesso fa) ad apologo, ricorre ad un fatto accaduto nella Sicilia del passato per parlarci dell'Italia del presente. Evidenti sono infatti i parallelismi con la vicenda del 1862: il gusto per l’intrigo; la collusione con il malaffare; l’attaccamento al potere; un modo di amministrare la giustizia che risente di macchinazioni sottobanco, che deve fare i conti con le personali amicizie (e inimicizie) del potente di turno, che è distorto dalla convenienza e dal compromesso. Tra il neocostituito regno e la repubblica di più di un secolo dopo (il libro è apparso nel 1976), certe dinamiche appaiano dunque invariate. E il senso del libro pare racchiuso tutto nella citazione in esergo (tratta dall’Orlando innamorato), utilizzata da Sciascia con la consueta ironia, e che merita di essere riportata: "Principio sì giulivo ben conduce.” O nelle battute finali del libro quando, commentando alla Camera dei deputati i fatti di Palermo e criticando il modo in cui era stata condotta l’inchiesta di Giacosa, Francesco Crispi dice: “Penso che il mistero continuerà e che giammai conosceremo le cose come veramente sono avvenute.” Aggiunge lo scrittore: “Si preparava così a governare l’Italia.” Un libro breve, denso, ben scritto. Forse tra i meno conosciuti, ma, personalmente, tra i migliori che abbia letto finora dello scrittore siciliano.
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El libro empieza muy bien. Siembra intriga con la descripción de un golpe anárquico de apuñaladores misteriosos. A la mitad, ya la narración se ha empantanado en un lodazal de dime y direte fiscal, y el último tercio es un bochinche francamente incomprensible.
E' il 1862. A Palermo, tredici delitti vengono commessi simultaneamente da un gruppo di sbandati, reclutati e coordinati da un trio di delinquenti. Più sopra, al terzo livello, spalleggiato dal clero legittimista, c'è un potente nobile siciliano, seguace del deposto Re Ferdinando, opportunamente tramutatosi da fervente borbonico ad altrettanto fervente savoiardo. Fino al prossimo giro di giostra, al cambio di regime, una prospettiva non del tutto improbabile nella Sicilia post-unitaria. Partendo dalle carte del procuratore Giacosa, piemontese inviato a Palermo che commise l'errore di fare il suo dovere (e fu per questo "rimpatriato" in tutta fretta a processo concluso), Sciascia ricostruisce un fatto molto noto all'epoca, dietro il quale si intravvedono i germi di quello che il grande scrittore chiamava l'eterno fascismo italico, l'eterna irriducibilità di intere parti della società all'accettazione del primato della legge, dell'uguaglianza di fronte ad essa. Le trame della Polizia, che ha interesse a coinvolgere nel caso esponenti estremisti, le indagini parallele dei Reali Carabinieri, l'uso di infiltrati e di confidenti dalle più disparate origini: Sciascia si chiede (e si risponde scrivendo questo libriccino) se ci sia mai stata un'altra Italia. Sembra di no. Il Principe di Sant'Elia, Senatore del Regno, è chiaramente indiziato e tutto conduce a lui, ma viene salvato dalla Commissione senatoriale per le immunità e il suo caso viene archiviato, mentre gli esecutori materiali finiscono condannati a severe detenzioni o alla ghigliottina. Una storia siciliana di 150 anni fa, una storia italiana.
Pubblicato per la prima volta nel 1976, “I Pugnalatori” di Leonardo Sciascia ricostruisce, basandosi su documenti originali, un'oscura vicenda giudiziaria riguardante fatti criminosi avvenuti a Palermo nel 1862, riconducibili ad un disegno atto alla destabilizzazione delle istituzioni sabaude in vista di una possibile restaurazione borbonica e coglie più che mai nel segno, narrando una storia che molto ci dà ancor oggi da riflettere sul malessere che ammorba i luoghi del potere.
Figure istituzionali che tramano per il ribaltamento delle stesse istituzioni che rappresentano; la viltà, la collusione, il doppiogiochismo, l'arroganza, l'intoccabilità di quelle figure; gli attentati sanguinosi, i processi insabbiati e la verità nascosta, la sfacciata menzogna e lo spregio delle istituzioni.
Un filo inquietante e vergognoso che lega la storia d'Italia partendo dai primi anni di vita unitaria, passando per i Governi della Repubblica nata dall'antifascismo e che col fascismo flirtavano, per arrivare ai nostri, osceni, giorni.
"Credeva di dovere la sua sconfitta, la sconfitta della legge, la sconfitta della giustizia, alla Sicilia"
La storia d' Italia è costellata da misteri sin dal suo nascere, stragi senza un perché, omicidi di cui non si trovano moventi e/o mandanti. Prove costruite ad arte, che sembrano più vere del vero, uomini dello Stato di cui non è chiaro da che parte stiano, informatori e pentiti che presumibilmente recitano copioni. Avvenimenti delittuosi messi in opera per creare scompiglio e confusione. Tutto questo lo ritroviamo nel libro di Sciascia, che cerca di fare luce su un avvenimento datato 1862, che insanguina Palermo. Amara è la fine, solo gli esecutori materiali materiali pagano le loro colpe, i mandanti considerati intoccabili, continuano le loro vite beate.
Tenace come di consueto nel ripercorrere momenti di storia patria ben poco edificanti, Sciascia si lascia coinvolgere da un misterioso, tragico fatto di cronaca nella Palermo di 150 anni fa trovandovi più di un parallelismo con la nazione d’oggi (che è poi identica a quella di quarant’anni fa, quando scrisse queste pagine): un Paese eternamente irresponsabile, fintamente democratico, opportunista.
Si bien hay momentos donde se filtra algo de literatura, no deja de ser un mero informe de lectura de un expediente judicial, este sí, bastante esclarecedor de cómo desde siempre, ha actuado el poder cuando se trata de investigar y juzgar al poder. No es una novela. No es propiamente historia. Es un informe de lectura, plagado de nombres propios. Si se le eliminan los nombre propios e intrascendentes, queda de 20 páginas.
Novela corta que, basándose en un caso real, muestra lo corruptible que es la justicia, siempre de lado del poderoso, del importante; siempre contra el ciudadano de a pie, sin importar las pocas o nulas pruebas que se tenga contra éste.
Interesante viaje por la Sicilia de hace mucho tiempo, pero, a la vez, tan actual. Tengo que admitir que he leído una traducción del libro, pero creo que, por la proximidad lingüística, refleja con fidelidad el texto original.
Dicho esto, tengo que añadir que la prosa es, creo, sumamente enrevesada. La cantidad de oraciones subordinadas, el uso excesivo (a mí entender) del punto y coma, las digresiones y multitud de paréntesis, requieren un esfuerzo considerable por parte del lector para entender lo que el autor quiere trasmitir.
Aun así, me ha parecido un ensayo (más que una novela) interesante, en el que las fuerzas reaccionarias borbónicas (que seguimos sufriendo) se confunden con las supuestamente liberales, ya que ambas explotan a los desheredados y utilizan la omertà para sus fines. Un cuadro depresivo de una sociedad desengañada, pobre y manipulada por los que lo tienen todo, y están dispuestos a todo para no perder sus privilegios.
Sciascia spulcia gli atti giudiziari, gli archivi storici, i giornali palermitani che tanto scrissero sulla vicenda dei pugnalatori. Ne esce una inchiesta rigorosa, sullo stile della scomparsa di Majorana, ma scorrevole e piena della consueta ironia. Potrebbe essere un perfetto complemento al gattopardo ed ai Vicerè per comprende meglio com'era la Sicilia all'alba della unificazione e, forse, com'è ancora adesso.
Il racconto, lungo, si snoda intorno alle vicende criminali del 1862 quando nella città di Palermo vengono pugnalate 13 persone da questa vicenda si snoda una sorta di indagine al quanto confusa infarcita di atti processuali, atti del regno di Italia, interrogazioni e confessioni di supposti criminali. A mio parere non il libro più riuscito del grande sciascia che pubblica questo libro l’anno dopo la pubblicazione della Scomparsa di Majorana su materiale fornitogli da Nina Ruffini.
un breve ma fulminante saggio storico: la strategia della tensione non è nata a Milano e Roma nel '69, e nemmeno a Milano negli anni '20, ma a Palermo nel 1862.. e non ci ha mai abbandonato, probabilmente.
La vena ironica di Sciascia ci conduce nella ricostruzione storica di una vicenda giudiziaria, attraverso il puzzler di documenti storici, indagini, carte processuali. Rigoroso e insieme avvincente, offre uno spaccato preciso della Sicilia post borbonica e non del tutto savoiarda.
Es un relato de una investigación en Sicilia en el siglo xix de una revuelta, pero es un tanto farragosa, tiene un interes quizá para los estudiosos de la historia de Italia y Sicilia.
this book is about some people killing innocent people who have not done anything to the men that are killing people in a village. I like this book because it explains how men are killing a lot of innocent people who have not done nothing wrong and also i think that this book was very interesting for me to read about men killing people with knifes and other killing weapons these men used to kill most of the people in the village
Amarissima vicenda che si svolge nella seconda metà dell'800 delineata con uno stile a metà tra il racconto e il giornalismo d'inchiesta. L'esito della storia non sconvolge e potrebbe benissimo collocarsi nel terzo millennio. Sciascia attualissimo come sempre.