Diplomat, eseist, filozof, jurnalist, pedagog, poet și romancier. A studiat la Facultatea de Drept, în paralel cu cea de Litere și Filozofie. A scris în special în limbile română și franceză, cunoscând consacrarea internațională după exilul său.
Un saggio dei primi anni '60. Mirabile, con un taglio particolare. La critica al regime oppressivo e liberticida dell'URSS è totale. Ma all'autore non interessa tanto bastonare la politica, quanto dimostrare come non sia mai sparito il seme della ribellione. Vuole distribuire carezze a scrittori e poeti, compiangerli, abbracciarli, loro che hanno cercato di fare la propria parte, in vario modo, pur sotto il temibile giogo. Vintila Horia ci spiega che queste nobili aspirazioni alla libertà sono presenti in quasi tutti i letterati, in maggiore o minore misura. Figura centrale, nella sua trattazione, è Maksim Gorkij, di cui analizza con dovizia la divaricazione con Lenin, prima, e con Stalin, poi. Non dimentica Horia di menzionare anche le pecche di Gorkij, come ad esempio, il sostegno dato al modello di lager delle Solovki (e qui vengono in mente le parole di Solzenitsyn in Arcipelago Gulag, ma si potrebbe anche citare il sostegno di Gorkij alla follia del belomor kanal o le parole usate - "subumani" - negli anni dell'orrenda campagna per la liquidazione dei kulaki, l'amicizia con un personaggio come Jagoda ecc.). Insomma, luci e ombre. Ma c'è un però. La figura di Gorkij viene scandagliata, ne vengono esposte le tematiche, le aspirazioni profonde, le azioni. Addirittura, è citato un suo dialogo con il vecchio Tolstoj il quale gli spiegava di aver ravvisato in lui una fede profonda in Dio, in conflitto con l'apparenza di una volontà che non voleva ammetterlo esplicitamente. Il suo animo, del resto, secondo Horia, si palesa nelle sue opere ed è alla radice del suo conflitto con Stalin che sarà causa della sua morte. Horia espone 6 teorie e ricostruzioni diverse sulla morte di Gorkij e alla fine propende, senza dubbi, per l'assassinio ad opera del tiranno. Tutto questo, nonostante Gorkij sia considerato padre del "realismo socialista", nonostante Horia si scagli contro questo "realismo socialista". Il fatto è che, secondo Horia, sono pochi gli autori che si possono dire completamente proni ai dettami della dottrina di Zdanov. Moltissime le figure analizzate, partendo (nelle premesse storiche) dallo scisma dei raskol'niki. Bellissime parole sono riservate anche a Pasternak e, tutto sommato, anche a Solochov (ci sarebbe qualcosa da dire in più, visto che si tratta di una personalità molto, ma molto diversa da quella dell'autore del Dottor Zivago. Solochov fu molto più "allineato", vista anche la sua posizione durante il c.d. "processo alla letteratura" del 1965-1966). Sul finale, Horia riporta stralci di un paio di opere di un giovane autore allora anonimo, che noi sappiamo essere Andrej Sinjavskij: il suo saggio "Cos'è il realismo socialista" (bellissimo, tra l'altro, illuminante, sferzante, potente) e il racconto lungo "Compagni, entra la corte". Ecco, ancora non c'era stato il processo alla letteratura (Sinjavskij e Daniel'). Horia scrive appena due-tre anni prima, ancora non sa quali parole saranno riservate ai due sventurati dai loro colleghi sovietici (tra tutti: le parole, appunto, di Solochov). In appendice al libro: lista di personalità uccise dal regime (lager, torture, condanne a morte ecc. ecc.) e lista dei suicidi (tra tutti Majakovskij, Esenin e Cvetaeva).