La poesia di Antonella Anedda è caratterizzata da sempre da una specie di sguardo a raggi infrarossi, da una capacità percettiva in grado di illuminare figure dell'invisibile, di evocare assenze e mancanze. E anche in questo libro, raccontando le tragedie dei migranti affogati nei nostri mari o la vita di chi va a cercare qualche avanzo nei cassonetti dei rifiuti, sono soprattutto le immagini a far procedere le «historiae». Immagini che riportano alla luce ciò che non si vuole vedere. Il rimosso storico è dunque al centro del libro, ma intrecciato con incursioni nella lingua sarda ed elaborazioni di lutti personali. Come se non ci fosse differenza tra pubblico e privato e l'angoscia fosse tutt'una. Ma oltre alla storia, più della storia, ci sono la geografia e la geologia. La prima e l'ultima sezione, che incorniciano il nucleo più politico del libro, sono dedicate a paesaggi allo stesso tempo concreti e metafisici, e alle ossa dei morti che ci ricordano l'appartenenza alla natura pietrosa dell'universo.
Somiglia a un pigiama e ha un odore di lama e ci sono altre cose: l’asciugamano che si può scambiare le poltrone vicine davanti al televisore l’insofferenze per le reciproche mancanze che però si svuota come si fa con le buste della spesa. Molte leggende, il sesso sopravvalutato ma non la solitudine che segue. Il resto è molto poco.
Quando morí mia madre mio padre radunò i vestiti, se li mise sul petto, un cumulo di stoffa e restò a lungo così, sotto quel peso di calore, una notte e un giorno, per poi alzarsi e innaffiare le piante già secche sul balcone.
Historiae di Antonella Anedda è la dimostrazione di come la storia antica parli ancora attraverso di noi. Tacito e il suo latino si rivelano più che attuali, portati alla luce da un miscuglio di italiano e sardo - lingua poetica personale dell'autrice. Historiae parla di noi, della nostra vita quotidiana, dei nostri lutti, delle nostre mancanze; parla del nostro mare macchiato di stragi e della nostra terra che trema. Parole che colpiscono l'animo e risvegliano anche quella parte addormentata che cerchiamo di ignorare. Cinque meritatissime stelle.
I vivi, i morti, il passato, il presente, il futuro, i gatti, i cani, i pesci, le galline, le squame, le ossa, gli scheletri, gli armadi, gli abiti, le stoffe, le mani, la pelle, le stagioni, la luce, le ombre, la neve, i semi, le case, gli ospedali, la povertà, la malattia, la compassione, l'assenza, la presenza, il silenzio, le parole, la poesia, l'amore, la consapevolezza, la maturità, la storia, la vita. Fa piangere e consola.
Scopro con questa raccolta Antonella Anedda e fin dalle prime pagine mi conquista. Apprezzo molto l'originalità e fin da subito, con una poesia riportata anche in una lingua (dialetto) diversa subito mi ha incuriosita. La poesia di Anedda è vera, entra e ti conquista suscitando immagini incredibili ; sono davvero riuscita a sentire ciò che diceva o provava. Inoltre mi piacciono molto i poeti che denunciano una situazione, mi piace quando l'arte diventa politica e soprattutto chi vuole mostrare quello che tanti non vogliono vedere. Nella sua semplicità porta a galla pensieri nascosti e profondi. Davvero davvero bello.
“2. Pindaro dice che il poeta deve custodire come un drago i pomi delle Muse, ma io cresciuta tra cristiani ho trafitto la mia parte di drago scal- zando bene le scaglie come faccio nel lavabo con i pesci. Un gesto poco santo ma chirurgico per il quale ci vogliono guanti, forbici e molta acqua corrente. È ascoltando il suo scroscio che inizio a meditare. Fisso le piastrelle azzurre che ho di fronte senza pensare al tempo, anzi pensandoci, solo murandolo, quadrato per quadrato nello smalto che isola i fornelli.
Mettiamoci al lavoro dico a me stessa. Butto nell’olio i pesci e guardandoli friggere penso a ciò che deve fare il poeta a quella custodia di pomi, a quelle Muse.
È chiaro che non c’entra il drago, semmai ci vuole la gallina, la bestia che cova l’uovo dei versi: bianco di vuoti, rosso per le parole.”
E ancora:
“ Anatomia
Dice un proverbio sardo che al diavolo non interessano le ossa forse perché gli scheletri dànno una grande pace, composti nelle teche o dentro scenari di deserto. Amo il loro sorriso fatto solo di denti, il loro cranio, la perfezione delle orbite, la mancanza di naso, il vuoto intorno al sesso, e finalmente i peli, questi orpelli, volati dentro il nulla.
Non è gusto del macabro, ma il realismo glabro dell’anatomia lode dell’esattezza e del nitore. Pensarci senza pelle rende buoni. Per il paradiso forse non c’è strada migliore che ritornare pietre, saperci senza cuore.”
Poesie magistrali sul rimosso della storia, i nostri lutti quotidiani, l’incapacità di guardare al passato e di provare compassione per il dolore altrui, ma anche la difficoltà di accettare l’idea che la morte possa giungere nelle nostre vite all’improvviso. Bellissime poesie, soprattutto quelle con testo sia in italiano che in sardo, che pongono un’interessante riflessione su come la lingua italiana sia il “laccio emostatico” (come scrive nella poesia “Annales”) che ritarda la consapevolezza del dolore e dell’incombenza della fine.
Wow. This collection was amazing. It was so interesting to see the poems translated. I also liked the different themes and how interconnected the poems were
“Ha inizio un assedio senza nome. Acque reflue, alluvioni, rocce spaccate in cerca di petrolio. Resistono gli schiavi intenti a costruire le nostre piramidi di beni.”
Mi sono innamorata della sua poesia fin dalle prime liriche. Un linguaggio vivido e forte che con apparente semplicità innalza il quotidiano a forma universale interiore. Parole semplici accanto ad altre auliche, senza stridore, creano un effetto intimo, riflessivo, talora visionario, di apertura dell'animo umano verso l'immensità dell'universo, dell'interiorità.