Un libro delizioso se ci si vuole immergere nella magia di Roma tra il 35 (data di pubblicazione del primo libro delle Satire) e il 30 a.C. (il secondo libro delle Satire). Orazio delinea alla perfezione i caratteri, le falsità, le piccolezze della sua epoca, smaschera finzioni, gioca con la morale, predica bene ma razzola male, litiga con gli stoici e sta dalla parte degli epicurei. Basta poco per essere felici, Non inseguire donne sposate, Meglio la campagna della città sono solo alcune delle frasi ricorrenti nei suoi scritti. Emerge su tutto il suo amore per Mecenate, il suo risentire dell’invidia della gente comune perché è vicino ai pezzi grossi del momento; ma anche la sua stima per il padre che gli ha consentito di studiare nonostante non fosse che un ex schiavo, e che soprattutto gli ha dato giusti consigli e lo ha indirizzato verso la retta via. Orazio descrive le portate di un banchetto, le tappe di un viaggio da Roma a Brindisi, mette in bocca al servo Davo parole molto sagge, racconta dello scocciatore che lo ha fermato lungo le vie della città. L’unica pecca, ma da non imputare dall’autore, sono le traduzioni volgari e moderne di Angelo Maria Pellegrino nella versione da me letta (parla di bollette del riscaldamento, champagne e caviale, oltre ad usare termini assolutamente indecorosi che Orazio non avrebbe mai scritto, anche perché dichiara a più riprese di non voler essere volgare, quindi si potevano usare anche degli eufemismi, cosa che il traduttore si è ben guardato dal fare, irritandomi in più punti).