Thriller psicologico mediocre e, verso la fine, anche un po’ irritante. Ha il pregio di essere corto.
Come avrò già detto e ribadirò ancora altre mille volte, i thriller psicologici giocano con le aspettative che il lettore si forma perché conosce le regole del genere. L’elemento comune alla maggior parte di questi romanzi è la presenza di un narratore inaffidabile – e infatti spessissimo la voce narrante è proprio quella del personaggio principale, che ha segreti oscuri, traumi, magari usa sostanze; insomma, ha una percezione della realtà particolarmente elastica, infiltrata dal subconscio. Autrici e autori nel 99,9% dei casi tengono ben presente questo cliché e giocano col lettore: cos’è che il nostro protagonista non ci sta dicendo?
Nel caso di questo libro, c’è un’evidente sovrapposizione delle due sottotrame che lo costituiscono: una è quella del traduttore alle prese col mistero di un romanzo postumo, che potrebbe contenere la verità sulla morte di chi lo ha scritto; l’altra, quella della ricerca della moglie scomparsa del traduttore, convinto di averne udito un colpo di tosse durante la diretta di un concerto in tv. Inoltrandosi nelle due investigazioni, il traduttore ci racconta del proprio matrimonio e di quello dello scrittore morto. Alcuni elementi sono stranamente simili.
Il libro, inizialmente pubblicato nel 1996, è uno di quei romanzi postmoderni che però devono risultare potabili per un mercato ampio. La sua età contribuisce a farlo suonare trito, ma penso che anche per l’epoca fosse già vecchiotto. C’è il giochino metaletterario, il libro dentro al libro: non a caso, il romanzo nella storia viene pubblicato proprio con lo stesso titolo di quello che stiamo leggendo (in originale; in italiano no, a sottolineare il tentativo editoriale di indirizzare l’opera verso un target diverso da quello a cui era destinata negli anni ’90).
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Uno dei problemi è forse proprio il tempo che è passato, i generi che sono andati avanti. Il grosso punto debole per me è nella risoluzione: con una certa boria, la narrazione si chiude affermando che le due sottotrame non sono davvero collegate. Mi pare un tradimento del patto col lettore, perpetrato con snobismo: il romanzo è volutamente costruito spargendo indizi sulla sovrapposizione delle due vicende, ed è quello il vero gancio per continuare a leggere – è anche l’unico, visto che i personaggi sono vacui, gli avvenimenti pochi; volutamente (?), immagino, ma il risultato però è quello. Tutta la faccenda ha l’effetto della trovata di uno che si crede molto intelligente. Ci sono troppe cose migliori di questa, per chi volesse un romanzo meta, una storia sul doppio, eccetera. Sempre tornando indietro nel tempo: quelli di Ágota Kristóf e Paul Auster della fine degli anni ’80, per esempio.