Stazionava fra gli scaffali della mia libreria da anni, in attesa di essere letto e di scoprire un po' di quella tematica, o meglio sottotematica dell'Olocausto, che inspiegabilmente da sempre mi affascina: quella della trasmissione del trauma transgenerazionale, ovvero la terribile e al contempo preziosa eredità che i testimoni di seconda e terza generazione hanno ricevuto dai loro genitori e nonni, sopravvissuti alla Shoah. E' un tema ancora non sufficentemente esplorato e conosciuto per quanto negli ultimi anni molti di noi, magari inconsapevolmente, se ne siano trovati fra le mani dei grandiosi esempi come "Maus", la splendida graphic novel di Spiegelmann: non è solo un romanzo sulla Shoah quello, ma racconta anche, o tenta di raccontare, cosa è significato nascere da una persona reduce da un trauma del genere, e crescere con lei. Il più delle volte, ho notato, l'eredità è "silente", chi è sopravvissuto tende a evitare l'argomento, o parla solo se sollecitato; altre volte, invece, e sono questi casi ad interessarmi, la trasmissione di ciò che è stato ha conseguenze traumatiche per chi la accoglie e si manifesta attraverso effetti quali l'incomunicabilità, l'incomprensione, o peggio il passaggio di fenomeni come l'ansia e la depressione, quasi l'eredità maledetta di un evento del genere restasse nel DNA. Era questo che speravo di trovare in "Lezioni di tenebra" la cui lettura, tra l'altro, ha coinciso con un mio meraviglioso viaggio in Israele.
Ebbene, il libro Helena Janeczek, ebrea di origine tedesca poi residente in Italia, dice tutto e niente. Le parti in cui l'autrice parla della madre, sopravvissuta all'Olocausto (in maniera peraltro poco chiara) sono frammentarie e confuse, la scrittura si perde talvolta in fatti e dettagli incomprensibili, e non si prende gusto nella lettura. Più volte ho avuto l'impressione che lei stessa non sapesse bene cosa e perchè scrivere, che non avesse un filo logico e una motivazione per farlo, e infatti alla fine non abbiamo una testimonianza, nè il racconto di come tale testimonianza è stata trasmessa dalla madre e da lei accolta, nè una descrizione dei sentimenti che sembrano passare un po' in secondo piano. E' un libro "assente", asciutto, che sa di poco. Ad eccezione dell'ultima parte, quando l'autrice nel narrare sembra seguire un filo logico, e rievoca la visita fatta ad Auschwitz proprio con la madre, i pianti, i silenzi, le rilessioni. Sì, ma tutto il resto del libro?
Cercavo altro, e sono ben aperta a suggerimenti per chiunque ne abbia da darmi.