Uno scrittore che ha lavorato a lungo nel mondo dei giornali e della cultura si accorge d’un tratto, come per una strana epifania, di essere stato negli ultimi trent’anni il testimone di un tempo ormai perduto. Perché è scomparso il mondo di Moravia e Calvino, di Fellini e Sciascia? E il grande giornalismo, e l’anima delle case editrici? Decide quindi di ricostruire il motivo per cui tutto questo è accaduto. Attraverso una scrittura densa e il confronto con personaggi un tempo importanti e oggi quasi ai margini del mondo culturale prova a raccontare la fine di un’epoca. Tutto avviene in una Roma rarefatta e logora, che assiste indifferente al mutare delle cose. Così un universo sfuggente eppure nitido torna a vivere negli occhi e nel ricordo del protagonista che non può sottrarsi alla bellezza che ha conosciuto, né fare a meno di pesarla al netto di quello che oggi vede attorno a sé: un matrimonio in crisi, una metropoli che non lo incanta più, dei segreti di famiglia che tornano a farsi avanti, la minaccia di una follia incombente, dei fantasmi che la abitano.Un romanzo che è un atto d’accusa stringente e radicale, la fotografia di quello che siamo diventati. L’inno a un tempo perduto, a un tempo cristallizzato e la storia e lo sguardo di un uomo capace di passione, indignazione, ironia, che fa del narrare invettiva e resistenza, perché la memoria a volte è l’unica chiave per salvare il futuro.
Sono nato ad Alessandria il 10 maggio 1961, dopo gli studi di filosofia e pianoforte ho iniziato giovanissimo la carriera giornalistica. Prima sull’Europeo e poi dal 1987, chiamato da Giovanni Valentini alla redazione del settimanale L’Espresso, giornale dove ho lavorato per 16 anni. Dal 1993 al 2001, sotto la direzione di Claudio Rinaldi, sono il responsabile delle pagine culturali e per più di un decennio uno dei critici letterari del settimanale. Sono stato editorialista di Panorama e dell’Unità. Tra il 1988 e 1989, con lo pseudonimo di Mamurio Lancillotto ho scritto stroncature letterarie per l’inserto culturale del Sole 24 Ore. Ho condotto per alcuni anni la Mezzanotte di Radio Due, e nel 2010 il programma sul cinema indipendente de La7: La 25ª Ora. Dirigo la Scuola Superiore di Giornalismo della Luiss di Roma, e i master creativi della Luiss (Luiss Writing School, Master of Art, Master of Music). Ho una rubrica settimanale su Sette del Corriere della Sera, “Blowin’ in the Web”, e pubblico recensioni sul Messaggero. Vivo a Roma e ho due figli.
Finita di leggere l'ultima pagina del mio libro virtuale ho esclamato fra me e me "wow, che lettura!", e poi, subito dopo, mi sono posta la stessa domanda che mi avevano suscitato le primissime impressioni di lettura; e cioè: ma cosa ho letto? Un romanzo o un memoir (già iniziandone la lettura avevo riflettuto sul fatto che ultimamente sembra che gli autori non siano più capaci di inventare storie), un prodotto di autofiction, o... oppure tutto questo insieme? Resta il fatto, in ogni caso, che "Niente di personale" per me sia stata una lettura rivelatoria - della vastità del sapere di Roberto Cotroneo, in primis, del quale avevo letto due romanzi (Otranto e Questo amore, che mi erano piaciuti entrambi, sia pure in maniera e per motivi molto diversi fra loro), che avevo colpevolmente sottovalutato - e del suo ruolo da protagonista, sia pure da dietro le quinte, di quell'élite culturale della Prima Repubblica di cui, tra le altre cose, con nostalgia e un senso di sgomento misto a melancolia, racconta in questo libro.
Ecco, non sapevo nulla di lui, dei quasi vent'anni trascorsi fra le pagine culturali dell'Espresso (di cui almeno dieci a dirigerle), delle sue schive origini piemontesi che si contrappongono con stupefacente innaturalezza alle ore trascorse nei salotti romani (a lungo frequentati per incontrare i protagonisti del mondo della cultura di quegli anni), alle telefonate all'alba di Moravia, ai pranzi con Fellini, ai consigli di Piero Ottone o a quelli di Claudio Rinaldi e Giampaolo Pansa, e nemmeno dei suoi trascorsi televisivi o alla radio: io lo leggevo, l'ho letto, ma di lui non sapevo nulla, pensavo solo fosse un autore più che dignitoso sbucato fuori un po' dal mercato editoriale, senza un background, o almeno non di questo livello. Un po' di più, invece, so da qualche anno dei suoi magnifici progetti fotografici - Genius Loci e Forme del silenzio, entrambi confluiti in libri fotografici e mostre (il primo alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea nel 2017, che naturalmente mi sono persa) - della sua grande sensibilità per i chiaroscuri che quotidianamente ci circondano, per i colori vivi, per tutto quello che le persone esprimono quando sono davanti a un'opera d'Arte o comprese nei propri pensieri.
Mi ha lasciata stupefatta, questa lettura, mi è sembrato di essere presa per mano da una persona venuta da un'altra epoca, dotata di una cultura di almeno due spanne superiore a tutte le cose contemporanee che mi è capitato di leggere negli ultimi anni (italiani, senza dubbio), che si aggira come un superstite fra i resti di quello che fu e non è più, come cieca, e di essere guidata fra le rovine di un passato, appena alle spalle, fra i resti e le vestigia nemmeno troppo antiche di quello che eravamo, dell'enorme ricchezza intellettuale che avevamo e abbiamo invece disperso, dilapidato, mancato di riconoscere. E mi è venuto da pensare all'articolo di qualche tempo fa di Alessandro Baricco, quello sulle élite e sul fatto che oggi non si voglia più riconoscerne alcuna di élite: culturale o professionale che sia, che non si sia più disposti a dare credibilità a nessuno (mi riferisco alla società di massa, alla sostituzione avvenuta delle competenze, alla negazione delle stesse da parte del mondo della Facebook University, così come la chiama un mio amico d'infanzia, o della gran parte del corpo elettorale), al famoso "uno vale uno" che oggi più che mai in molti sembra siano disposti ad applicare a tutti i campi dello scibile umano, da quello scientifico, a quello artistico, a quello letterario. E invece no, lo sappiamo, non è e non può essere così, e se anche talvolta Cotroneo può sembrare rimpiangere i "tempi andati" perché con essi sono andati via anche tanti privilegi di cui il mondo della cultura beneficiava nel frequentare certi salotti, riesco a lo stesso a percepire la sua tristezza, la sensazione di aver visto passare davanti a sé un'epoca, e rappresentanti di quell'epoca, scomparsi così come è scomparsa Atlantide, o piuttosto come è affondato il Titanic, senza che nessuno ne abbia saputo o potuto ereditare il ruolo, abbia avuto il talento, la capacità di colmare il vuoto, la voragine che si è aperta.
Cos’è accaduto, perché tutto è andato perduto? Uno scrittore che ha lavorato a lungo nel mondo dei giornali e della cultura si accorge d’un tratto, come per una strana epifania, di essere stato negli ultimi trent’anni il testimone di un tempo ormai perduto. Perché è scomparso il mondo di Moravia e Calvino, di Fellini e Sciascia? E il grande giornalismo, e l’anima delle case editrici? Decide quindi di ricostruire il motivo per cui tutto questo è accaduto. Attraverso una scrittura densa e il confronto con personaggi un tempo importanti e oggi quasi ai margini del mondo culturale prova a raccontare la fine di un’epoca. Tutto avviene in una Roma rarefatta e logora, che assiste indifferente al mutare delle cose. Così un universo sfuggente eppure nitido torna a vivere negli occhi e nel ricordo del protagonista […] - così scrive nel suo commento (molto bello e dettagliato, e che invito a leggere) Boris Limpopo qui su GR.
Un romanzo che è quasi un memoir, allora, che è quasi un saggio, che è quasi autofiction, un libro sul suo sgomento verso questo mondo (che poi e anche il mio), perché se è vero che non è niente di personale è vero anche il suo esatto contrario, proprio come davanti a uno specchio.
“Quando è avvenuto il passaggio? In quale momento di questi trent'anni è accaduto che non si potesse più tornare indietro? È accaduto quando si è perso il senso del pudore intellettuale, il senso del privato, la capacità di proteggere sentimenti e identità per assumere identità sovrapposte, senza un centro. È stato questo, e non altro, a metterci in crisi: la perdita dei nostri confini interiori. È accaduto quando abbiamo smarrito la parola, quando si sono replicati stilemi e luoghi comuni. E non dico i luoghi comuni banali, parlo di altro: parlo di luoghi comuni intelligenti, luoghi comuni abitati da persone che avrebbero dovuto indagare il mondo cercando un linguaggio che sapesse rappresentarlto, parlo gli autori di romanzi che avrebbero dovuto raccontarci il nostro smarrimento e dirci come fare a capire, attraverso quali sentieri trovare i segni del futuro. [..] È stata colpa nostra, è stata l’invenzione di un linguaggio emozionale a cambiare tutto: a fare i deserti tutti uguali, a fare gli amori tutti uguali, persino il sesso identico nei modi, nelle tecniche, negli immaginari. […] “È stata colpa nostra.” Sì, è stata colpa nostra. Colpa dei silenzi e dell’indifferenza, che è una forma, una variante della stanchezza.
“E poi”, cito ancora Boris Limpopo, “il vertiginoso esercizio di stile sulle frasi fatte (forse abusato, ma sempre efficace)” (che a me ha ricordato l’analogo esercizio fatto da Luciano Bianciardi ne La vita agra con i frammenti delle opere da lui tradotte):
Sono il sentire, l’emozione, la passione, l’intensità, la felicità, il vicino e lontano, il centro delle cose e la periferia, lo sguardo verso, l’indicibile, la sofferenza, l’amore, l’attesa, la scrittura, il tempo (nelle variante del tempo lento, del darsi tempo), la distanza, la visione, la trama dell’essere, il destino (i destini, al plurale quando tendono a incrociarsi), il respiro (ritrovarlo quel respiro, ma anche il respiro del tempo), la prospettiva (che è sempre un’altra, che è alle volte capovolta), l’accadimento (che è fato sommato al quotidiano, le cose accadono, ma quando è un accadimento è molto di più), i lampi improvvisi (che sono degli accadimenti spot), i silenzi (che naturalmente rivelano), il disordine (che è creativo), l’ordine (che non è autoritario, o totalitario, ma è metodo, è Feng shui), la forza oscura dell’universo, il pudore, l’intermittenza, le collezioni di attimi, la grammatica della fantasia (Gianni Rodari), il corpo, la scrittura sul corpo, il corpo della scrittura, l’attrazione, le ferite (che quasi mai si rimarginano e restano come un monito), le cicatrici, lo stillicidio, la voce, il cielo quando cambia e diventa presagio, e naturalmente il presagio, la maieutica, il trasmettere, la sensazione, le radici (quelle buone, quelle corrette), il cuore, le chiavi del cuore, il pane quotidiano, una piccola rivoluzione, e il vale la pena di ricordarlo, le piccole rivoluzioni, il senso, la ricerca di un senso (Greimas e Vasco Rossi), il preconfezionato (soprattutto le verità), il sorriso (basta il sorriso), il sorriso enigmatico (Leonardo da Vinci), il sorriso ignoto (Antonello da Messina), la luce sopra ogni cosa, il disagio, ai limiti, la platea del mondo, i simboli, simboli della rivolta, simboli del disagio, simboli della coerenza, simboli della determinazione (e coerenza, determinazione, rivolta), la scelta, l’innamorarsi di tutto, il ricostruire (ogni giorno), la tenacia, il carattere, la grandezza della sconfitta, i traghettatori, la storia impossibile, l’enigma, l’assenza (che è più acuta della presenza), la presenza (che è attenzione), l’incessante (che spesso è un lavoro), i cattivi pensieri (che non vanno dominati ma compresi), i no che aiutano a crescere, le sintonie, la pancia (la pancia dell’America, quasi sempre, ma non solo), le parole smozzicate, l’amore quando bussa alla tua porta, lo spaesamento, le ossessioni, la sfida, il corpo a corpo, gli errori, i begli errori come le belle bandiere, e poi fuori è primavera, la chiave (trovare la chiave, anche la chiave di volta), lo svanire, il rivelare, il disincanto, l’affacciarsi (a tutto, alla vita, alle possibilità), la propria strada (il proprio cammino), l’inquietudine, l’album dei ricordi, l’inesorabile (il susseguirsi inesorabile), il confine sottile, il discrimine, lo scampolo (di attenzione, di amore, di bontà), l’improbabile, l’indispensabile, il bastare a se stessi, i conti con il mondo, la diversità, i parallelismi, il tenere assieme.
[…] Amiamo le rovine perché sono lontane, le tombe etrusche ci affascinano perché i morti sono talmente distanti da millenni da non restituirci più nulla di doloroso. Ma ora abbiamo rovine dell’altro ieri che paiono rovine di secoli: e non è davvero possibile pensare di restaurare, di ricostruire, di riportare a quel che era.
una volta, per motivi che non sto qui a spiegare, cotroneo mi ha telefonato. specifico che non cercava me in quanto flaminia e che i motivi della telefonata non erano legati al suo lavoro. e quindi: “pronto, sono roberto cotroneo”. e io, come la peggio groupie: “no, mi scusi, sto parlando con mamurio lancillotto? perché se è così mi deve dare cinque secondi per riprendermi dall’emozione”. lui è rimasto piacevolmente spiazzato – certo non si aspettava che l’interlocutore all’altro capo del filo lo conoscesse sotto quelle vesti – abbiamo parlato tre secondi di mamurio, poi siamo passati al motivo della sua telefonata, grazie e buonasera. fine della mia frequentazione con cotroneo. ciò detto, niente di personale è bellissimo.
Per me si tratta di una recensione particolarmente difficile perché ho trovato la lettura a tratti abbastanza faticosa pur essendomi chiaro di trovarmi di fronte ad un intellettuale e scrittore di particolare bravura e di sterminata cultura. A tratti un pò Giorgio Bocca, a tratti un grande osservatore del mondo che lo circonda(va), autentico cronachista del tracollo del giornalismo, della cultura e della politica di questo paese negli ultimi trent'anni. Con suggestioni di vario genere, poi. Più tre e mezzo che tre stelle.
Cotroneo, Roberto (2018). Niente di personale. Milano: La nave di Teseo. ISBN: 9788893443043. Pagine 376. 16,15 €.
La tentazione di chiamarlo un libro di memorie (un memoir, cioè “a historical account or biography written from personal knowledge”, secondo la definizione dell’Oxford English Dictionary), anche se non un’autobiografia, è forte. Lo stesso risvolto di copertina gioca sull’ambiguità:
Uno scrittore che ha lavorato a lungo nel mondo dei giornali e della cultura si accorge d’un tratto, come per una strana epifania, di essere stato negli ultimi trent’anni il testimone di un tempo ormai perduto. Perché è scomparso il mondo di Moravia e Calvino, di Fellini e Sciascia? E il grande giornalismo, e l’anima delle case editrici? Decide quindi di ricostruire il motivo per cui tutto questo è accaduto. Attraverso una scrittura densa e il confronto con personaggi un tempo importanti e oggi quasi ai margini del mondo culturale prova a raccontare la fine di un’epoca. Tutto avviene in una Roma rarefatta e logora, che assiste indifferente al mutare delle cose. Così un universo sfuggente eppure nitido torna a vivere negli occhi e nel ricordo del protagonista […]
L’altro risvolto ci ricorda che Roberto Cotroneo, tra “i protagonisti della vita culturale italiana di questi trent’anni è stato per oltre un decennio a capo delle pagine culturali dell’Espresso.”
Fin qui tutto bene, direte: memorie. Senonché sulla copertina c’è scrittoi chiaramente: Romanzo. E l’autore, in una nota iniziale, ci tiene a precisare:
Per quanto sia sempre difficile nei romanzi storici distinguere la realtà dalle invenzioni è del tutto evidente che i personaggi raccontati in questo libro non esistono, e qualsiasi riferimento a eventi e a storie reali è del tutto casuale.
Una foglia di fico, e anche piccola e diafana, se è per quello. Alcuni dei personaggi e degli eventi sono fin troppo riconoscibili, anche quando nomi e luoghi sono cambiati (ma non è sempre così). D’altro canto: “Si dice che il luogo migliore dove nascondere una foglia sia un bosco.” (p. 375)
Eppure sono d’accordo con l’autore: è un romanzo. Un bel romanzo. E questa sua ambizione emerge con più forza nei capitoli finali. In uno c’è un particolare rivelatore, in un dialogo con il lettore che si svolge nella stazione Sèvres-Babylone della metropolitana di Parigi, “dove nel 1983 ho incrociato Julio Cortázar.” (p. 364)
Ecco, questo riferimento a Cortázar mi sembra rivelatore, e utile a comprendere questo romanzo. Perché forse questo libro non è un labirinto (anche se il riferimento ai labirinti nel romanzo non manca, insieme a quelli all’amico e nume tutelare di Cotroneo Umberto Eco), ma un “gioco del mondo”. E come nella celebre opera di Cortázar (che ho recensito qui) i possibili percorsi di lettura sono molteplici. Solo che Cotroneo, invece di creare una rete ipertestuale di rimandi, di fornirti una mappa dei percorsi possibili, ne costruisce uno lui stesso, opponendo alla sequenza lineare delle pagine (per me resa più esplicita dall’aver letto il libro su carta, e non come e-book) la sfacciata libertà di presentare gli incontri, gli episodi, le testimonianze, le case e le strade in un ordine che non è né cronologico né tematico .
Il tema è quello della perdita: della bellezza, della cultura, dell’identità. Leggo, annuisco, sorrido, mi acciglio: eppure io, che pure ho quasi dieci anni più di lui e che partecipo di alcune delle sue esperienze (le radici campagnole, il primo boom economico, il trasferimento a Roma), non riesco a condividere il rimpianto. Forse sono piuù stoico di lui, o sono caduto da una minor altezza: ma vivo in questo tempo e mi va bene così, senza il bisogno di voltarmi indietro.
Lo stile è molto rapsodico, paratattico (ci sono molte virgole dove io avrei messo il punto), incalzante, apparentemente scritto di getto anche se suppongo studiatissimo. Pieno di aggettivi. Evidentemente Cotroneo non fa propria la lezione di Piero Ottone che – anche questo è citato nel romanzo – diceva ai suoi giornalisti di chiamarlo al telefono prima di inserire un aggettivo (il riferimento è a un articolo di Ottone pubblicato su la Repubblica il 16 aprile 2008, in cui si racconta di un direttore di quotidiano – lo stesso Ottone, suppongo – che istruiva i principianti così: «ogni frase comincia col soggetto, poi viene il predicato verbale, poi vengono i complementi. E se lei vuole inserire un aggettivo, passi prima nel mio ufficio e mi chieda il permesso»). Ma sia altrettanto chiaro che un romanzo non è un articolo di giornale e che la prosa di Cotroneo è quasi sempre bella ed efficace, raramente stucchevole.
Qualche citazione:
Ma più il mondo si fa veloce e illeggibile e più si cade nelle ossessioni. Se il buon Dio si fosse nascosto in tutti i particolari su cui ci concentriamo avremmo teofanie continue, smisurate e incontrollabili. [61]
Il centro di Roma è un concetto inafferrabile, perché non esiste. Esistono rivelazioni, epifanie, discrasie, imperfezioni, incertezze. pensieri abbandonati […] [109]
[…] ma salire sulle spalle dei giganti serve davvero a poco, se sei miope e non riesci a vedere nulla. [129]
Ho un’amica che insegna ad Harvard. È italiana ma vive lì da sempre. Non sono cervelli in fuga. È solo gente che va e viene, viaggia, si muove. Cose normali. [289]
“Il cinema è la vita senza le parti noiose.” Un’altra di quelle frasi che colpiscono, sarebbe di Alfred Hitchcock ma ormai è di tutti. Cambiare l’ordine dei fattori non è difficile, ed è una pratica diffusa. Ma il risultato in questo caso cambia: la vita è cinema. E le parti noiose non sono più sopportabili. [337]
E poi il vertiginoso esercizio di stile sulle frasi fatte (forse abusato, ma sempre efficace):
Sono il sentire, l’emozione, la passione, l’intensità, la felicità, il vicino e lontano, il centro delle cose e la periferia, lo sguardo verso, l’indicibile, la sofferenza, l’amore, l’attesa, la scrittura, il tempo (nelle variante del tempo lento, del darsi tempo), la distanza, la visione, la trama dell’essere, il destino (i destini, al plurale quando tendono a incrociarsi), il respiro (ritrovarlo quel respiro, ma anche il respiro del tempo), la prospettiva (che è sempre un’altra, che è alle volte capovolta), l’accadimento (che è fato sommato al quotidiano, le cose accadono, ma quando è un accadimento è molto di più), i lampi improvvisi (che sono degli accadimenti spot), i silenzi (che naturalmente rivelano), il disordine (che è creativo), l’ordine (che non è autoritario, o totalitario, ma è metodo, è Feng shui), la forza oscura dell’universo, il pudore, l’intermittenza, le collezioni di attimi, la grammatica della fantasia (Gianni Rodari), il corpo, la scrittura sul corpo, il corpo della scrittura, l’attrazione, le ferite (che quasi mai si rimarginano e restano come un monito), le cicatrici, lo stillicidio, la voce, il cielo quando cambia e diventa presagio, e naturalmente il presagio, la maieutica, il trasmettere, la sensazione, le radici (quelle buone, quelle corrette), il cuore, le chiavi del cuore, il pane quotidiano, una piccola rivoluzione, e il vale la pena di ricordarlo, le piccole rivoluzioni, il senso, la ricerca di un senso (Greimas e Vasco Rossi), il preconfezionato (soprattutto le verità), il sorriso (basta il sorriso), il sorriso enigmatico (Leonardo da Vinci), il sorriso ignoto (Antonello da Messina), la luce sopra ogni cosa, il disagio, ai limiti, la platea del mondo, i simboli, simboli della rivolta, simboli del disagio, simboli della coerenza, simboli della determinazione (e coerenza, determinazione, rivolta), la scelta, l’innamorarsi di tutto, il ricostruire (ogni giorno), la tenacia, il carattere, la grandezza della sconfitta, i traghettatori, la storia impossibile, l’enigma, l’assenza (che è più acuta della presenza), la presenza (che è attenzione), l’incessante (che spesso è un lavoro), i cattivi pensieri (che non vanno dominati ma compresi), i no che aiutano a crescere, le sintonie, la pancia (la pancia dell’America, quasi sempre, ma non solo), le parole smozzicate, l’amore quando bussa alla tua porta, lo spaesamento, le ossessioni, la sfida, il corpo a corpo, gli errori, i begli errori come le belle bandiere, e poi fuori è primavera, la chiave (trovare la chiave, anche la chiave di volta), lo svanire, il rivelare, il disincanto, l’affacciarsi (a tutto, alla vita, alle possibilità), la propria strada (il proprio cammino), l’inquietudine, l’album dei ricordi, l’inesorabile (il susseguirsi inesorabile), il confine sottile, il discrimine, lo scampolo (di attenzione, di amore, di bontà), l’improbabile, l’indispensabile, il bastare a se stessi, i conti con il mondo, la diversità, i parallelismi, il tenere assieme. [329-330]
"In parte autobiografia e in parte romanzo, il libro mescola cronaca pubblica e privata a lunghe riflessioni su come sia cambiata l’Italia negli ultimi trent’anni, su com’era e come è adesso e quanto sia stato vantaggioso questo cambiamento. Va detto subito, però, che l’analisi di Cotroneo non è a 360°, e non vuole esserlo: l’autore parla solo ed esclusivamente della sua esperienza, porta come argomenti le testimonianze di persone con cui ha avuto a che fare e gli aneddoti che ha raccolto durante la sua frequentazione degli ambienti della Roma bene dagli anni Ottanta ad oggi. Ne risulta un quadro inevitabilmente parziale e privo di qualsiasi pretesa di completezza, sebbene talvolta appaia il contrario: nonostante la derivazione molto omogenea delle ispirazioni, infatti, l’autore si lascia andare molto spesso a considerazioni di carattere molto generale, con una discrepanza tra tesi e argomenti che appare sempre più evidente man mano che si avanza nella lettura."