“Ci sono persone spaventate dal futuro (spesso a ragione). Parlarci può fare la differenza. Altrimenti la politica non ha più senso.”
“L’atteggiamento di Embraco dimostra totale irresponsabilità nei confronti dei lavoratori e totale mancanza di rispetto nei confronti del governo. Io non ricevo più questa gentaglia…” È con questa parola, “gentaglia”, che il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda inizia la sua ascesa nell’immaginario di milioni di italiani, perché è una parola desueta, perché è “una cosa di sinistra”, perché parla di una politica che vuole tornare a dettare le regole.
Dettare le regole, del resto, è un compito al quale nessuna classe dirigente può più sottrarsi, perché stiamo affrontando una fase di profonda trasformazione che è necessario governare.
Basta guardarsi intorno: stiamo passando rapidamente da un’economia manifatturiera a un’economia della conoscenza, sempre più globalizzata e tecnologica. E questi anni di brutale transizione stanno producendo paure finora ignote. Per questo è necessario agire subito per arginarle, trovando criteri radicalmente nuovi di redistribuzione della ricchezza, gestendo il consumo delle risorse, inventando sistemi di tassazione che pongano riparo alle attuali voragini di privilegio, ammaestrando l’ingresso delle multinazionali dentro le fragili economie nazionali.
Sono sfide che chiedono come mai prima d’ora coraggio alla politica, e a economisti e intellettuali strategie di lungo termine. Perché i cambiamenti sono di tale portata da non consentire improvvisazione e, per non far cadere il paese spaventato tra le braccia del populismo, le élite devono tornare a svolgere il loro ruolo. Immergersi nelle paure dell’oggi e definire i contorni dei nostri orizzonti selvaggi sono il primo passo per ricostruire un pensiero politico credibile, capace di coinvolgere e mobilitare i cittadini.
Carlo Calenda è un dirigente d'azienda e politico italiano, leader di Azione (avente i propri riferimenti ideali nel liberalismo sociale, da cui il nome richiamante il Partito d'Azione, e nel popolarismo di don Luigi Sturzo). Viceministro dello sviluppo economico nei governi Letta e Renzi, è stato rappresentante permanente dell'Italia presso l'Unione europea nel 2016 ed in seguito ministro dello sviluppo economico nei governi Renzi e Gentiloni. Ha pubblicato "Orizzonti selvaggi. Capire la paura e ritrovare il coraggio", Roma, Feltrinelli, 2018, e "I mostri e come sconfiggerli, Milano, Feltrinelli, 2020.
Prima di tutto tanta, sana, consapevole, matura autocritica. Poi in una carrellata molto didattica e lucidissima, analisi di cause e ragioni della crisi delle sinistre e delle sfide da affrontare. Infine un manifesto per un progetto progressista che guarda a formazione, cultura, preparazione, eguaglianza e non dimentica gli ultimi. Un signor politico, come ce n’è pochi, e un grande giornalista. Congrats
Non è un libro motivazionale. Non è un manifesto politico. Non è un libro sugli effetti della globalizzazione. Non è una riflessione in chiave sociologica e macroeconomica dell'Italia degli ultimi anni.
Non è nessuna di queste cose; o forse è ognuna di esse. Sicuramente è un buon libro, dalla scrittura piacevole, a tratti non semplice, ma mai banale.
Da apprezzare l'ampia bibliografia (considerato il taglio politico dell'autore) e la costante citazione delle fonti, anche se in alcuni casi si lascia andare in digressioni dal carattere soggettivo, compromettendo un po' quel poco di base scientifica che poteva dare un piccolo valore aggiunto al libro. Anche se da una parte il connubio tra empirismo, soggettività, ricerca e impegno intellettuale fanno della pubblicazione un'opera decisamente interessante.
Mi aspettavo qualcosa di più incisivo e tecnico, ma forse ho sbagliato io a inquadrare il libro. Non è un manifesto programmatico, è una discussione attorno al rapporto tra partiti progressisti ed (ex) elettorato di riferimento. Alcuni passaggi possono suonare un po' ridondanti ma nel complesso è una disamina obiettiva e razionale della sinistra di oggi, come raramente se ne sentono.
Ma alcune mi vedono un po’ dubbioso. Ne cito due: 1. Il ruolo delle tecnologie. Non sono commodity. E il fatto che le si consideri tali è uno dei motivi dei nostri guai. 2. Manca una disamina approfondita dei nostri problemi sul lato struttura del comparto industriale, funzionamento della macchina pubblica e politiche pubbliche.
In ogni caso, un contributo utile per costruire politiche per il futuro del paese.
Un libro interessante di cui condivido la gran parte dei contenuti. "Idealisti in politica interna per cambiare completamente il nostro modello di sviluppo, e realisti in politica estera per tenere in sicurezza i nostri Stati in un mondo più duro e conflittuale" - un passaggio notevole, un suggerimento per il nostro government.
"Progressisti in politica interna e realisti in politica estera" significa sfidare se stessi e comprendere gli altri; un modo per rinnovare i principi dell'illuminismo.
Un libro di analisi politica in cui Calenda non si nega ad un po’ di sana autocritica su quanto ha realizzato ed ha pensato nella sua vita politica. Lega però tutto come in una fotografia che piano piano zoomi sempre più nel particolare italiano. E se l’analisi ad ampio spettro ci permette di capire che ci sono tematiche comuni inascoltate in tutto l’Occidente, è poi scendendo nel particolare che Calenda prende in mano il Paese, lo analizza e da’ delle ricette per affrontare gli orizzonti selvaggi che ci attendono
Molto interessante nei contenuti, nei temi affrontati, nelle idee e spunti personali, oltre che nelle letture dei fenomeni socio-economici globali / italiani. Meno buone invece le capacità da scrittore di Calenda: il libro si legge come un flusso di coscienza di concetti che seppur divisi in capitoli e sezioni, suonano poco coesi e un po’ alla rinfusa. Una sorta di monologo che ha senz’altro la sua di voce... ma che si legge in maniera poco scorrevole e un po’ a fatica.
Non è un libro scritto bene, ma è relativamente ispirato. Non una parola sul ruolo della mafia nel sottosviluppo del Mezzogiorno, ma in questo Calenda si dimostra tanto struzzo quanto il resto della classe dirigente italiana. Resta un valido punto di vista sulla crisi della globalizzazione e della democrazia occidentale.
Analisi interessante sul declino dell’Occidente di fronte alla globalizzazione con focus sull’Italia della precedente legislatura e motivi della sconfitta del Partito Democratico alle ultime amministrative. Molto interessanti le parti su innovazione economica, industria 4.0 e strategie di crescita.
Idee molto fighe e concetti molto interessanti. Unica pecca, l’articolazione delle frasi. Troppo lunghe, formali, difficile da seguire. Per me ha iniziato a scorrere intorno a metà. Per il resto concetti molto interessanti e che fanno riflettere su una possibile costruzione di futuro migliore. Bellissima chiusura.
Un libro molto interessante, con considerazioni non banali e scontate. Il primo esempio che mi viene in mente riguarda la necessità di usare indicatori alternativi al PIL per misurare il progresso di uno stato e l'aumento di benessere dei cittadini. Spesso Calenda fa considerazioni non popolari, ma necessarie affinché il mondo affronti con successo problemi imminenti come il cambiamento climatico. Rimango un po' scettico sull'immigrazione, nel senso che la sua posizione mi sembra prenda un po' sotto gamba la questione. Nel complesso però mi sembra un libro con idee sane per fare ripartire il nostro paese e non solo.
Un uomo dell'industria e solo dopo un uomo politico. La concretezza affilata affiora, un progressista molto pragmatico. Stranamente uno come lui è più efficace dal vivo che attraverso le pagine di carta.