Perché c'è violenza e violenza
Il libro parte con alcuni esempî, tra cui Hitler, forse ormai l'uomo malvagio per antonomasia, che a quanto pare era gentile con la segretaria e molto affettuoso col suo cane, Blondi. Qui c'è ovviamente anche un che provocatorio, ma l'intento dell'autore è principalmente mostrare con un caso estremo come nell'essere umano coabitino senza problemi l'attenzione e i buoni sentimenti per chi ci è vicino con la crudeltà più fredda e spietata contro gli altri, di solito i nemici, magari anche da votare allo sterminio. Purtroppo il libro non scava abbastanza a fondo proprio sulla difficoltà ad ammettere questa ambiguità, difficoltà che porta molti se non quasi tutti a pensare invece che si possa dividere l'umanità tra chi è totalmente o comunque soprattutto buono e chi invece è totalmente o comunque soprattutto cattivo. Che sia difficile il contrario lo testimonia, forse involontariamente, il libro stesso, il cui titolo parla di "paradosso della bontà" e di come la relazione tra convivenza e violenza sia "strana". A quanto pare non si può fare a meno di credere che la nostra cerchia sia quella dei buoni, che la cattiveria si trovi fuori di essa, e che eventuali ambiguità siano "strane" e "paradossali".
L'autore riesce a disinnescare la domanda se l'uomo sia per natura "buono" o "cattivo" distinguendo tra due tipi di violenza, quella reattiva e quella proattiva. La prima, quella reattiva, è la violenza impulsiva, incontrollabile, frutto dello scatto del momento, che porta ad aggredire sul posto l'individuo che ci fa un affronto o che ci minaccia. La seconda, quella proattiva, è la violenza pianificata, controllata, organizzata, spesso portata avanti dal gruppo, e specie in quest'ultimo caso volta a eliminare gli individui che, a torto o a ragione, minacciano la tenuta del gruppo stesso. Sono due tipi di violenza molto diverse anche nei meccanismi cerebrali che vi sono sottesi, come l'autore mostra nel dettaglio.
L'autore afferma quindi che nell'essere umano, a paragone di altre specie di mammiferi affini, la violenza reattiva è molto limitata mentre è invece molto più diffusa la violenza proattiva. L'ipotesi è che questo sia il risultato di un processo di domesticazione o, meglio, di autodomesticazione nell'essere umano, durato migliaia di generazioni, partito sin dalla preistoria, in cui, con l'acquisizione del linguaggio, il gruppo ha imparato a coordinarsi in maniera efficace per eliminare fisicamente i membri del gruppo inclini alla violenza reattiva, che così hanno avuto sempre meno modo di lasciare discendenti. Questo meccanismo è stato invece assente in altre specie, come gli scimpanzé, dove la violenza proattiva esiste ma non è cosi efficiente come nell'uomo e dove invece la violenza reattiva è molto più diffusa.
Il libro è molto denso nel suo ragionare, ma proprio per questo solido e convincente, e offre molti spunti per andare oltre le sue stesse pagine.
Tanto per cominciare immagino che forse molti proveranno scetticismo rispetto all'idea che la violenza reattiva, quella che sembra minacciare ogni individuo più da vicino, provenendo dal prossimo ed essendo scarsamente prevedibile, sia poco diffusa nelle nostre società. Ma mi chiedo se questo scetticismo non sia proprio un portato della stessa storia raccontata dall'autore, quella della "forza schiacciante", come la definisce, assunta dalla violenza proattiva, in particolare nella forma della violenza delle istituzioni statali le quali hanno tutto l'interesse ma soprattutto la facilità, per giustificare la propria esistenza, di gonfiare se non, in determinati casi, inventare epidemie di una violenza reattiva perennemente presentata come dilagante, in aumento incontrollabile, che minaccia tutti e tutte, che necessita di rimedi drastici per essere contenuta se non direttamente stroncata. Da qui il dominio della cronaca nera e dei suoi ciclici allarmi su bullismo, baby gang, femminicidî, reati degli stranieri, e così via.
L'autore mostra inoltre come la violenza proattiva, nell'essere umano, sia tradizionalmente appannaggio soprattutto dei maschî che formano coalizioni per eliminare (proattivamente) i violenti (reattivi) e i devianti del gruppo. Questo permette di spiegare come mai anche nelle società attuali la violenza maggiormente diffusa resti quella tra uomini (nel senso di maschî) e che tradizionalmente sia proprio la destra politica, solitamente etichettata come "maschilista", a esigere le pene più dure (fino all'eliminazione fisica) proprio contro i maschî ritenuti a torto o a ragione devianti, e infine come mai tutto questo non sembri essere visto come un problema. Ma questa cecità è il frutto di un'eredità evolutiva di migliaia di generazioni in cui la violenza reattiva è stata sempre vista come la minaccia maggiore (anche quando progressivamente sempre meno diffusa) e la violenza proattiva, anche nelle sue forme peggiori come la carcerazione di massa, la pena di morte o addirittura lo sterminio, come una soluzione giusta per difendere il gruppo dai nemici interni ed esterni.
Il libro coglie comunque nelle conclusioni la portata della sfida di un'umanità che, lasciatasi alle spalle da migliaia di anni quella violenza reattiva che affligge invece altri mammiferi, ora deve affrontare qualcosa di molto più arduo, ovvero porre sotto controllo e limitare il più possibile la violenza organizzata, quella delle istituzioni, quella dello Stato, a partire dalla pena di morte, contro cui l'autore, a scanso di equivoci, oppone un deciso no. Non potrebbe avere più ragione. Ma la sfida rimane ardua proprio per la cecità di ancora molti individui nei confronti della violenza dello Stato, per la tendenza di quest'ultima a svilupparsi in cascate di eventi scarsamente governabili che portano alla persecuzione degli individui di turno variamente demonizzati e mostrificati, e per la primitiva paura che ancora domina molti cervelli nei confronti della violenza reattiva.