Dopo l'avventura raccontata in "Il combattente", a distanza di due anni Karim Franceschi torna in Rojava, nella Siria devastata dalla guerra civile. Rimanere in Italia non era possibile: i volti dei suoi compagni caduti martiri sono un fantasma che non lo abbandona mai, come non lo abbandona l'ideale di libertà e democrazia del popolo curdo, che lo ha spinto a partire per il fronte una prima e una seconda volta nel giro di pochi mesi. La sua storia in quei luoghi lontani non è ancora finita, l'obiettivo non ancora raggiunto. Deve tornare a essere heval Marcello, deve partire di nuovo, e con un sogno nel cuore più grande di lui: gli ci vorrà quasi un anno per realizzarlo, e il prezzo sarà altissimo. Con l'esperienza militare di chi è stato in prima linea a Kobane, torna a combattere al fianco dell'Ypg (Unità di protezione del popolo), con l'obiettivo, questa volta, di formare un suo battaglione, un suo tabur, composto di compagni internazionalisti, partiti dai più disparati Paesi occidentali, con cui condividere gli stessi princìpi di libertà e far cadere Raqqa, la capitale dello Stato islamico. Di questa sua impressionante avventura Karim Franceschi ci racconta con passione e consapevolezza: è la storia di una guerra, ma non solo. È la storia di un viaggio, prima di tutto umano, di una recluta che diventa comandante, di compagni che diventano fratelli. Di un gruppo di ragazzi apparentemente folli ma uniti come un pugno. È la storia di operazioni d'assalto portate avanti nelle notti nere del deserto, di scontri, di imboscate, di addii che non vogliono mai essere detti e vittorie troppo spesso solo a metà. Sullo sfondo il paesaggio lunare di città in ginocchio, il deserto, il caldo di un'estate che non perdona e un insostenibile odore di fumo e sangue.
Un libro indegno in cui il soggetto chiaramente megalomane invece di parlare di tutto ciò che concerne quella esperienza sia te quarti di libro per sputtanare chiunque non gli sia andato a genio . Il top lo raggiunge quando un comandante gli dice che oramai i kurdi non sanno più combattere e lui ed il suo gruppo sono gli unici coraggiosi rimasti . Ridicolo .
Quando voglio conoscere veramente qualcosa leggo un libro; giornali e Tv non mi convincono molto. Karim Franceschi con "Il Combattente" e con "Non morirò stanotte" è stato il mio Virgilio nell'inferno della Siria, in particolare il luogo d'azione di quest'ultimo reportage sono le ultime roccaforti dell'Isis, tra cui la loro "capitale", la città di Raqqa. E Franceschi non è un reporter bensì è un attore in prima persona, è uno dei comandanti che ha partecipato sul campo alla riconquista del cuore nero del Califfato, tra mille pericoli ed un nemico quasi sempre invisibile ma non per questo meno letale. Dopo aver letto il suo primo libro anche questo l'ho divorato, è scritto bene, non parla di supereroi o santini con l'aureola scevri da difetti, parla di ragazzi che hanno paura, che hanno magari coraggio ma si stancano, si esauriscono, dubitano, litigano, ogni reazione esasperata dal pericolo, dalla continua tensione in cui ogni momento potrebbe essere l'ultimo. La solita vecchia belva, la Guerra, non si smentisce mai, uccide, deturpa, sventra, azzoppa e terrorizza, stringe lo stomaco di chi la incontra e difatti vorrei chiudere queste mie righe con un ringraziamento. Karim Franceschi, grazie. Grazie per quello che hai fatto, Grazie per il tuo coraggio e Grazie per aver mostrato che difendere un ideale è ancora forse la cosa più preziosa per un essere umano.
Il libro è ben scritto, ma a mio avviso non merita più di una stella: mi è parso di aver letto, dalla prima all'ultima riga, l'autocelebrazione dell'autore.
In sostanza la guerra l'ha vinta da solo, senza mai perdere l'occasione per criticare gli alleati e chiunque non fosse parte della sua cerchia ristretta: lui è l'uomo perfetto, gli altri invece sono incapaci di ragionamenti basilari e privi di qualsiasi tipo di competenza bellica. Non solo, è onnipresente la critica verso gli americani e i loro bombardamenti aerei, nonostante in più di un'occasione abbia lui stesso ritenuto necessario richiederne l'impiego.
La descrizione di alcuni eventi risulta inoltre molto differente da quanto descritto da un altro combattente internazionale, facente parte dello stesso team: una squadra di combattenti arabi delle SDF chiede di potere entrare nell'edificio in cui sono gli internazionali per potersi prendere cura del proprio ferito; secondo Franceschi invece le SDF chiedono di entrare, dopodiché i combattenti arabi cominciano a spararsi sui piedi per evitare il combattimento.
Non dubito che Franceschi e la sua squadra abbiano potuto avere un impatto positivo sui combattimenti, ma arrivare alla totale autocelebrazione denigrando chiunque altro fa sì che quanto raccontato sfoci nel ridicolo, destando dubbi sull'intero contenuto.