Se qualcuno, diciamo il tuo cugino turbolento, entra in camera tua, ti strappa i quaderni, e ti impedisce di giocare da sola, non è che tu sia da considerare razzista se lo metti alla porta. Per contro, se un tuo compagno di scuola, diciamo Abdou, quello del Mali, viene in camera tua e si comporta bene, ma tu lo metti fuori per la sola ragione che è un negro, allora sì che sei razzista. Hai capito?
Una semplice chiara e logica distinzione che, alla luce delle dinamiche attuali, molti faticano a comprendere, stra-abusando di questo aggettivo, “razzista”, in contesti e situazioni più disparate. Ma questa non è la sede più opportuna per approfondire la mia, di opinione, su questo tema che, in ragione dei movimenti migratori in Europa e in Italia, oggi è un tema caldo, anzi, caldissimo.
Tahar Ben Jelloun pubblicò questo celebre testo nel 1998, un lungo dialogo tra lui e sua figlia Mérième (che allora aveva 10 anni) durante il quale, soddisfacendo le numerose domande della bambina, definisce e spiega in maniera elementare concetti quali il razzismo, il pregiudizio, l’antisemitismo, il colonialismo, con un linguaggio semplice e molti esempi.
L’intento è certamente lodevole e i temi toccati sono fondamentali ma talvolta trattati, in un’ottica moderna, in maniera un po’ semplicistica, con opinioni non sempre pienamente condivisibili e che meriterebbero maggiore approfondimento; malgrado ciò il testo resta una lettura importante per avvicinare i giovanissimi a questi temi, invogliarli a riflettere, a porsi domande, a fare confronti.
Un buon punto di partenza, dunque, per capire, conoscere e interrogarsi, in virtù di approfondimenti futuri in un’ottica più complessa.