“Se il nostro mondo fosse un po’ più sensibile e intelligente, più attento alla grandiosità quasi sublime di alcune delle vite che vi si generano, il nome di Mahmud Darwish sarebbe oggi altrettanto conosciuto e ammirato di quanto lo è stato, in vita, quello di Pablo Neruda.” Così dichiarò il grande scrittore portoghese José Saramago. Ed ecco la prima raccolta dei testi in prosa più significativi di uno dei più importanti poeti del Novecento. Elias Sanbar dice: “Darwish non era ambasciatore del suo paese ma un poeta slegato dalla nazionalità e dal passaporto. Certamente la Palestina era il suo humus, la terra dove affondava le radici: la sua flora e la sua fauna, la sua musica e le sue nuvole; ma tutto questo non doveva essere il suo limite”. Diario di ordinaria tristezza (1973) ripercorre il tempo che precede la scelta dell’esilio – gli arresti domiciliari, gli interrogatori degli ufficiali israeliani, il carcere – e chiude la fase più drasticamente militante del poeta. Memoria per l’oblio (1987) evoca l’invasione israeliana di Beirut nell’agosto del 1982. In presenza d’assenza (2006) è una riflessione sull’esperienza poetica e sulla lingua. Una sorta di testamento, che coincide con l’addio dello struggente poema Il giocatore d’azzardo (2009), che chiude questo volume.
محمود درويش Mahmoud Darwish was a respected Palestinian poet and author who won numerous awards for his literary output and was regarded as the Palestinian national poet. In his work, Palestine became a metaphor for the loss of Eden, birth and resurrection, and the anguish of dispossession and exile.
The Lotus Prize (1969; from the Union of Afro-Asian Writers) Lenin Peace Prize (1983; from the USSR) The Knight of the Order of Arts and Letters (1993; from France) The Lannan Foundation Prize for Cultural Freedom (2001) Prince Claus Awards (2004) "Bosnian stećak" (2007) Golden Wreath of Struga Poetry Evenings (2007) The International Forum for Arabic Poetry prize (2007)
محمود درويش هو شاعرٌ فلسطيني وعضو المجلس الوطني الفلسطيني التابع لمنظمة التحرير الفلسطينية، وله دواوين شعرية مليئة بالمضامين الحداثية. ولد عام 1941 في قرية البروة وهي قرية فلسطينية تقع في الجليل قرب ساحل عكا, حيث كانت أسرته تملك أرضًا هناك. خرجت الأسرة برفقة اللاجئين الفلسطينيين في العام 1948 إلى لبنان، ثم عادت متسللة عام 1949 بعد توقيع اتفاقيات الهدنة، لتجد القرية مهدمة وقد أقيم على أراضيها موشاف (قرية زراعية إسرائيلية)"أحيهود". وكيبوتس يسعور فعاش مع عائلته في قرية الجديدة.
بعد إنهائه تعليمه الثانوي في مدرسة يني الثانوية في كفرياسيف انتسب إلى الحزب الشيوعي الإسرائيلي وعمل في صحافة الحزب مثل الإتحاد والجديد التي أصبح في ما بعد مشرفًا على تحريرها، كما اشترك في تحرير جريدة الفجر التي كان يصدرها مبام.
أحد أهم الشعراء الفلسطينيين والعرب الذين ارتبط اسمهم بشعر الثورة والوطن. يعتبر درويش أحد أبرز من ساهم بتطوير الشعر العربي الحديث وإدخال الرمزية فيه. في شعر درويش يمتزج الحب بالوطن بالحبيبة الأنثى. قام بكتابة وثيقة إعلان الاستقلال الفلسطيني التي تم إعلانها في الجزائر.
Tras una juventud dentro de la Palestina ocupada, años salpicados por numerosos arestos, se trasladó a Egipto y después al Líbano para realizar su sueño de renovación poética. Será en su exilio en Paris, tras tener que abandonar forzosamente el Líbano, donde logre su madurez poético y logre un reconocimiento ante los ojos occidentales.
En 1996, tras los acuerdos de Oslo para la autonomía de los territorios de Gaza y Cisjordania, dimite como ministro de Cultura de la Organización para la Liberación de Palestina y regresa a Ramallah. Allí dirige la revista literaria Al Karmel, cuytos archivos fueron destruidos por el ejército israelí durante el asedio a la ciudad en el año 2002.
Mahmud Darwish nacque nel 1941 in un villaggio che ora non esiste più. Se l’è portato via il 1948. Darwish era una delle tante vittime della Nakba, e passerà gran parte della sua vita a mettere in versi il suo amore e il suo dolore per la terra perduta. In “Una trilogia palestinese” sono presenti suoi tre testi in prosa, autobiografici, che raccontano tre diverse fasi della sua vita. In “Diario di ordinaria tristezza” è appena 30enne e rievoca tutti gli avvenimenti che hanno fatto di lui un “presente assente”. È un racconto amaro, ma lucido, che punta il dito contro le numerose e atroci ipocrisie che hanno portato a quel 15 maggio (giorno in cui si festeggia la nascita dello Stato di Israele), e oltre. In “Memoria per l’oblio” Darwish si trova a Beirut e condivide la sua quotidianità con spari ed esplosioni. Vengono cacciati anche da lì. Nel 2006, due anni prima della sua morte, infine esce “In presenza d’assenza”, e la prosa si fa pura poesia: c’è malinconia, nostalgia, c’è l’amore per la propria terra e la sofferenza per la sua perdita. Ci sono i sentimenti che restano verso la fine di una vita, e il risultato è bello e triste quanto un tramonto. Da sola non sarei mai riuscita ad immaginare l’intensità del dolore avrei provato se fossi stata costretta all’improvviso a dire addio alla mia casa, ma le parole di Darwish sono talmente espressive, creano immagine talmente vivide, che ora saprei esattamente come mi sentirei. È una lettura che spezza il cuore, ma che, come un testamento, lascia in eredità ricordi che non possono, non devono essere dimenticati. Ricordi assurdi, ridicoli, che non possono essere veri, eppure sì: dal divieto di manifestare pubblicamente lutto il 15 maggio (“Ti affretti verso casa, non per rientrare prima del tramonto, ma per sfuggire ai fuochi d’artificio nelle strade in festa per il tuo diciannovesimo sfacelo.”), alla condanna al pagamento di una monetina per il colonnello Shadmi, responsabile della strage di Kafr Qasim. Fra le pagine della sua trilogia c’è amarezza, ci sono ingiustizie, c’è dolore, ma c’è anche ironia, e c’è soprattutto amore, desiderio di poter vivere come chiunque altro. E c’è poesia, un fiume potente di parole che incanta, e che aveva il potere di riunire centinaia e centinaia di persone. Darwish è morto nel 2008, ma finché ci sarà qualcuno cui è stata negata la possibilità di esistere, le sue parole saranno sempre vive e necessarie.
Sei in acqua da tempo ma non vorresti uscire. Il sale che asciuga, incrociarsi di correnti calde e fredde, pesciolini sotto le piante dei piedi, bracciate pigre per non perdere la linea della battigia, incurante dei solchi che rigano i polpastrelli un po' gonfi... Ignoro se io abbia divorato queste pagine o viceversa. Forse è stato semplicemente un immediato riconoscersi. Musica fatta di parole, si vive nella memoria-fantasia, le separazioni, eterno oltre e non solo e non più perdita o strappo, onnipresenti. Centrale la (in) presenza dell'assenza* - l'immagine scaccia la fissità del ricordo, bandite le croci dell'annullamento Emblematiche le parole sul caffé: il suo aroma è ritornare alle proprie radici, un luogo [...] un mattino generato da un sapore amaro [...] Il caffè è geografia. Ci si perde fra queste righe, ci si incontra, ci si fonde e poi nuovamente divisi si torna ognuno a sé stesso, ma pieni.
Un’opera straordinaria. Questa raccolta riesce in una specie di miracolo, perché in un sol colpo: 1) è una sorta di biografia di Darwish visto che contiene i testi fondamentali su 3 periodi diversi, compreso l’ultima poesia/testamento. 2) seppur dal punto di vista di un uomo della resistenza palestinese (sempre che se ne possano avere altri), permette di vedere in modo estremamente chiaro i fatti di oggi, il sentimento di una popolazione, il ripetersi martellante degli stessi orrendi fatti e delle stesse dinamiche, dal 1948 ad oggi. 3) a prescindere dal punto 1 e 2, la sua poetica è così intensa e mischiata con la narrazione, con il suo ‘fascino e ritmo’, che ci si perde in divagazioni brevi ma indimenticabili non solo sui temi dolorosi della patria e dell’assenza, ma anche sulle donne, sul caffè, sul sonno… a dimostrazione (necessaria) che un grande poeta non è esclusivo ma fa bene al mondo.
Memoir di una tristezza infinita 💔 Non sono la tipa da poesia ma questo libro mi ha proprio straziata. Darwish racconta cosa significa essere palestinese prima e dopo la Nakba, perdere i punti di riferimento da bambino, vivere in un campo profughi per poi tornare di nascosto in patria ma non essere davvero lì, l'esilio... La presenza/assenza è un tema fortissimo nel libro. C'è poi tutta la narrazione dell'assedio di Beirut, la sensazione di m0rte sul collo... Tutto potentissimo. Le ultime due parti sono più poetiche (e forse quelle che mi hanno preso meno, ma ripeto, è una questione mia). È un libro bellissimo, una testimonianza struggente di cosa significa essere palestinese ❤️🍉🕊️
Il libro raccoglie i principali scritti in prosa di uno dei più grandi poeti arabi, anche se secondo Saramago, e non solo, è piuttosto il più grande poeta del mondo, e che fosse poeta è palese anche dallo stile sentimentale del suo scrivere che smuove coscienza, cuore e anima del lettore. Decisamente autobiografici, questi racconti (che con fatica possono essere incasellati in un genere, io li chiamerei 'saggi in poesia') dicono della terra di Palestina, della Resistenza, dell'esilio dell'autore e di un popolo, della libertà e della sua perdita. Il primo scritto, intitolato "Diario di ordinaria tristezza", è del 1973 e si focalizza sull'invasione ebraica della Palestina e sul conseguente esilio "Dunque era, quello, il ritorno. Non potevamo sapere che da profughi in Libano ci saremo trasformati in profughi in patria. Non potevamo sapere che la nostra presenza fisica in patria sarebbe diventata assenza nella legge imposta dagli invasori in tutta fretta. Ci chiamavano i 'presenti assenti' perché non avevamo diritto a nulla. Abbiamo saputo di migliaia di persone di ritorno che, catturate, erano state caricate su camion militari e scaraventate fuori dal confine come si fa con merce avariata. Abbiamo saputo che hanno sparato a centinaia di infiltrati clandestini come deterrente contro i tentativi di ritorno. Abbiamo saputo, ad esempio, che il marito di mia zia si era infiltrato dal Libano in quel periodo, ma non è mai arrivato. Cos'è più doloroso: essere profughi in un'altra terra o nella tua?" Darwish non fa certo mistero del suo parere, anzi più volte lo urla dalle pagine e questa sua schiettezza, il coraggio di esporsi, la denuncia che, forte, predomina nel testo sono parti di grande respiro perché toccano tutti, non solo gli interessati, e costringono a riflessioni prolungate e complesse. "La mattina andavo a scuola, anche se ufficialmente non ero iscritto, perché mio padre non risultava nei documenti governativi. Chi se n'era andato in Libano tornando in Palestina dopo un anno o due non aveva più la cittadinanza. Mentre chi, dopo duemila anni, arrivava qui da Varsavia aveva diritti e cittadinanza" Viene sviscerato il concetto di patria e di appartenenza, di colpa reale e senso di colpa, di diritti, di giustizia; rabbia e profondo dolore balzano fuori dalle pagine, tra le righe si scorgono le pareti suppuranti di ferite mai sanate. Nel secondo testo, scritto nel 1987, intitolato "Memoria per l'oblio", il tema è l'invasione di Beirut del 1982 da parte degli israeliani e di conseguenza le tematiche vertono sulla guerra, sulla paura del dolore e della morte, e tutto è pervaso da incredulità e smarrimento. "In presenza d'assenza" del 2006 è un testo pieno di citazioni delle Sacre Scritture e di Omero, parla di amore, nostalgia, dolore, tradimento, ma con l'interesse dello scrittore puntato sulla forma, sulla scelta delle parole, sullo studio della lingua. È la parte più poetica e prepara il campo al poemetto sulla vita che chiude il libro a mo' di testamento di Darwish.
Parole potentissime e capaci di far venire i brividi. L'autore analizza l'idea di patria e il senso di appartenenza, l'importanza dei diritti negati da secoli al popolo palestinese, la speranza di libertà e giustizia. Il libro trasmette dolore e rabbia per una condizione che dura da ormai troppo tempo ma anche un forte desiderio di rivalsa, di riappropriazione e di giustizia, nella speranza di un cambiamento.
Cosa significa Patria? Che cosa significa vivere? Patria è resistere. La resistenza all'assenza, alla perdita, alla lontananza, al pregiudizio, al sangue, alle bombe, una resistenza che si incarna in parole di poeta, in nostalgia di profughi, in esiliati con la promessa di tornare ma quando tornano non sono più cittadini, non hanno più diritti, non hanno più una casa e trovano una prigione. Questo è il libro di un poeta della resistenza, parte dal 15 maggio 1948 e ripercorre la triste storia, per niente gloriosa, di pacifici contadini espropriati e pescatori le cui acque sono state delimitate. E' la storia di un sasso, di un albero, di un vecchio, di un bambino, di una donna, di un uomo, di un soldato, della bibbia e del corano, delle parole e dei sogni. Un libro che parla del sonno che sembra preferibile alla veglia, della morte che arriva quando vuole, del caso che sceglie chi siamo, dove nasciamo, di chi siamo figli. Un libro sulla diaspora forzata da chi l'ha vissuta per secoli e ora la infligge ad un altro popolo. Un libro su chi, nonostante sia privato di tutto, sogna ancora la libertà. "La speranza va a braccetto con la disperazione, o è la sua improvvisa poesia."
Ci sono recensioni più complete della mia, ci tengo solo a dire che questa lettura, sicuramente non facile, è un inestimabile arricchimento personale che, per chi ha la pazienza di leggere, soffermarsi, sentire e comprendere, aprirà una finestra su un mondo traboccante di dolore ma anche di fame di vita, di desiderio, di amore. La scrittura di Darwish é a tratti diretta ed essenziale e in altri passaggi si fa densa, romantica, anche giocosa nell’inseguire parole e immagini. Mai scontata e mai semplice, sono testi che richiedono tempo per essere assimilati senza perderne i significati. Storia, testimonianza, sogno, memoria, fantasia, passato e presente, si fondono e convivono insieme in una dimensione tipica della narrativa (ma anche del cinema) palestinese dove la rielaborazione della propria identità non é mai veramente soffocata dal trauma personale e collettivo ma piuttosto si sviluppa in una stratificazione di reale e immaginato che da un senso ed un motivo ad un’esperienza di vita altrimenti solo dolorosa. Possiamo chiamarla letteratura di resistenza, intendendo con questo non un testo strettamente politico o militante, ma un vero e proprio inno alla vita e al diritto ad esistere e a vedersi riconosciuti nella propria esperienza.
Difficile parlare di questo libro attraverso cateogire pre-impostate: è prima di tutto una sorta di biografia, non nel senso classico del termine, ma l'autore parla della sua esperienza da esule, costretto ad espatriare a causa della questione israelo-palestinese. è scritto danntamente bene. La traduzione italiana - che immagino rispecchi abbastanza fedelmente l'originale - è musicale, è più una poesia in prosa che una prosa in sé. Le immagini della patria, la tristezza profonda di chi è costretto ad andarsene hanno toccato corde che dovrebbero essere toccate a tutti, con veemenza, ogni giorno che leggiamo o sentiamo notizie riguardo quello che sta succedendo in Palestina. Perché la storia, lì, sembra non cambiare mai, rendendo scritti che abbracciano un periodo di tempo che va dal 1973 al 2009 tremendamente attuale.