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410 pages, Paperback
Published February 9, 2017
Cosa può fare il poeta davanti alla gigantesca ruspa della Storia se non custodire gli alberi delle antiche strade e le sorgenti visibili e invisibili? Cosa può fare se non difendere la lingua dal regresso della sua peculiarità metaforica e dall'affievolirsi delle voci delle vittime? Anche loro esigono la propria quota di ricordo del futuro su quella terra in cui è in corso una lotta contro qualcosa che va ben oltre la forza delle armi: la forza delle parole.Questo bel volume della Feltrinelli raccoglie tre scritti di Mahmoud Darwish che riflettono anche tre periodi ben distinti della vita dell'autore. Il primo Diario di ordinaria tristezza è del 1973 e vede il poeta palestinese riflettere sul concetto di patria. Ripercorre i momenti dell'occupazione, della fuga, della sottrazione della terra, del ritorno da "alieno", nativo eppure straniero.
Un luogo non è solamente un'estensione geografica, ma anche uno stato interiore."Patria" è una parola che acquista significato proprio nel momento in cui te la portano via. Raramente pensiamo alla patria quando la viviamo. Ma la violenza dello sradicamento è così forte da generare una nostalgia struggente e dunque da quel momento in poi la patria diventa la cosa più importante, quasi la vita stessa. Tanto che a generazioni di distanza la nostalgia della patria è viva anche in chi non l'ha mai vissuta.
Su Gaza: Il tempo laggiù non porta i bambini dall'infanzia immediatamente alla vecchiaia, ma li rende uomini al primo incontro con il nemico. Perché i valori a Gaza sono diversi, completamene diversi. L'unico valore di chi vive sotto occupazione è il grado di resistenza all'occupante.Ogni pagina è preziosa, ma colpiscono in particolare le parole su Gaza scritte cinquant'anni fa, la loro attualità, l'indifferenza di tanti e la constatazione che in tanti anni il mondo ha lasciato ai palestinesi poco più che la carità.
Alla fine, Samir si è stabilito a Beirut, dove ha dolorosamente continuato a interrogarsi sulla libertà in galera e sulla galera di una libertà degenere che non contempla alcun sistema punitivo, una libertà in nome della quale un dirigente politico può permettersi di far saltare in aria un intero condominio [...]per regolare i conti con un rivale [...]senza smettere di rappresentare gli interessi di uno dei regimi arabi in seno all'Olp.Si concretizza dunque un secondo esilio. Dopo quello dalla Palestina c'è ora l'esilio dal Libano, una terra che con gli anni era diventata quasi una seconda patria per i palestinesi. Oltre a ospitare molti campi profughi, era infatti la base della dirigenza palestinese che alla fine della guerra fu costretta ad andare via.