A che punto è il femminismo, rivoluzione senza armate e senza sangue che ha già profondamente modificato, e in così poco tempo, la faccia del mondo? A quanto pare continua ad avanzare su molti fronti. Il movimento globale #metoo ha messo sulla difensiva migliaia di uomini potenti. Time’s Up, organizzazione lanciata da molte celebrità hollywoodiane, proclama che il tempo delle molestie e degli abusi è finito. Merriam-Webster, il più consultato dizionario americano, segnala che le ricerche della parola “femminismo” sono quasi raddoppiate. Ma proprio quando il dominio patriarcale sembra simbolicamente vacillare, per le donne in carne e ossa – dice Marina Terragni, sulla base della sua pluridecennale esperienza di pensiero e di lotta – le cose non vanno affatto gli indicatori materiali (salute, lavoro, stipendi, giustizia) sono tutti negativi, mentre crescono i numeri della violenza sessuale e la politica non è mai stata tanto misogina. Perfino il dirsi “donna” non è più a disposizione del sesso femminile, definizione contesa dal transattivismo queer (è la definitiva scomparsa delle donne?). Dopo un secolo di femminismo, dunque, il bilancio è ancora interlocutorio. Di fronte a questo stato di cose, l’autrice propone un “femminismo radicale” che non si accontenta della lotta per l’autodifesa. Che non chiede pari opportunità, non elemosina posti, non subisce le intimidazioni queer e i diktat del biomercato. Che si misura alla radice con la questione maschile. Che si radica nella verità del corpo e nella differenza femminile per mettere da subito al mondo un altro mondo, finalmente libero dal dominio di un sesso sull’altro.
"Non si tratta di odiare gli uomini, ma di stramaledire il patriarcato. Per il momento non possiamo farlo con gli uomini. Gli uomini non sono femministi. Gli uomini non sono donne". AGGHIACCIANTE
Non avevo idea di cosa stessi leggendo, capita spesso che la mia curiosità mi avvicini a testi di vario tipo che non approfondisco troppo.. Male, malissimo, in questo caso. L'autrice ignora i diritti delle persone trans, degli uomini, delle sex workers e ha una visione della realtà distorta a livelli preoccupanti. Propone un femminismo separatista, che esclude gli uomini femministi ma accoglie Giorgia Meloni, purché abbia una vagina, un movimento legato alla seconda ondata che disprezza i nuovi media e vede le nuove generazioni come maniche di sfessate, incapaci di cogliere i veri temi. Dal momento che la chiave del sapere sembra essere in mano all'autrice, il suo atteggiamento paternalista detta senza indugi cos'è il femminismo, di cosa deve occuparsi e quali sono i suoi nemici (vale a dire, tutto quello che contesta agli uomini). Quello che trovo più odioso è negare che le persone trans possano autodeterminarsi e abbracciare la causa femminista perché rimangono uomini, a dispetto di come la persona possa sentirsi e definirsi (non è un caso che delle persone F to M non si parli, non sono certo loro il problema: al limite le si bollerà come oppresse inconsapevoli). E' molto furbo il suo giochetto di ingigantire il problema della aggressioni trans alle terf, annoverato tra i problemi del femminismo al pari del gender gap, e di considerarlo una manifestazione d'odio degli uomini verso le femministe, quando sono solo quattro poveracce che nulla hanno a che spartire con un movimento etico, giusto e includente. Anche l'approccio nei confronti della violenza sulle donne tocca vette di profondità notevoli: perché le donne che hanno subito violenza non se vanno? In nome di Dio, cosa c'è che non va in loro? Sono loro a dover essere rieducate, non certo gli uomini considerati alla stregua di bestie.. A fronte di tutta l'insofferenza che genera, questo libro non ha nemmeno il pregio di essere scritto decentemente: un collage di citazioni decontestualizzate (mi permetto di dubitare che Emily Dickinson sostenesse il femminismo separatista) e un linguaggio incomprensibile di supercazzole e frasi fatte e reiterate che spera di apparire colto e accademico. Non pare una coincidenza che le femministe che l'autrice cita e di cui tesse le lodi vengano tutte dal separatismo anni '70, dal proibizionismo anni '90 verso la pornografia o siano estremiste che lamentano di non avere più spazio pubblico per esprimere le loro manifestazioni d'odio, come Julie Bindel. Pensare a un mondo alternativo a quello maschile che li escludesse del tutto poteva avere senso quarant'anni fa, quando era più facile trovare negli uomini degli oppositori che degli alleati. Ma buttare alle ortiche una conquista che comincia timidamente a diventare concreta, quella di aver contribuito alla consapevolezza maschile circa la parità (come se il femminismo non riguardasse anche loro, del resto) è uno spreco che non concederemo a quattro fanatiche che non si sa che film abbiano visto.
Tristemente di difficile lettura. Dico tristemente perché non conoscendo il background dell’autrice o del libro, ci sono entrata con aspettative del tutto positive e pertanto sono rimasta molto delusa. Per lo più dalla scrittura, veramente poco scorrevole. Capitoli brevissimi che impediscono di entrare nel dettaglio di nulla. Paroloni messi tutti insieme, ma non necessariamente in modo logico. E una sfilza di citazioni una dietro l’altra che ti fa domandarti se l’autrice non ha le sue proprie parole? Ho quasi abbandonato a metà strada, ma sono contenta di essere arrivata fino in fondo perché la seconda metà è più leggibile. Un grande peccato, perché avrei voluto tanto leggere degli approfondimenti, imparare qualcosa di nuovo, e mettere in dubbio le mie proprie idee. Ma con questo libro purtroppo ho imparato molto poco
"Verrà probabilmente un momento nella Storia in cui ci si volterà indietro e si vedrà con chiarezza la strage delle donne, il loro supplizio, il loro martirio. Ci si chiederà come sia stato possibile, e per un tempo così lungo. Il nome di tutto questo è dominio. L'esercizio della violenza viene dopo, la violenza è una funzione del dominio.
Non è il primo libro della Terragni che affronto, so benissimo quale sia il suo pensiero e a quale sponda del femminismo appartiene. Non è un libro che consiglio a tutti, penso sia un libro da affrontare avendo macerato e sedimentato alcuni concetti chiave del femminismo e soprattutto del femminismo che va tanto di moda oggi: il femminismo liberale.
A chi è alle prime armi potrebbe apparire estremo, a ciò io rispondo che non è l'aggettivo adatto: questo libro è radicale e ciò è ben diverso.
Un fan queer additerebbe questo scritto come transfobico e contro addirittura alle donne stesse nella gestione del proprio corpo, l'odio che genererebbe questa filosofia ultimamente assomiglia tanto al caro e vecchio " Al rogo! ", non trovate?
"I dispositivi dell'interdizione cambiano nel tempo, ma il contenuto resta sempre lo stesso: il tuo corpo deve tacere."
Devo ammettere che questo libro sembra piuttosto uno sfogo sui social, sia per come è impostato a micro-capitoletti sia per la brevità di questi; avrei preferito un'argomentazione più ricercata dei vari temi toccati, ma ciò è anche giustificato dal fatto che si tratta di un manifesto.
Questo libro sembra uno "Sputiamo su Hegel" dei giorni nostri, in primis dal titolo assai provocatorio, dalla stessa conformazione e stile utilizzati, ma soprattutto dai toni sferzanti.
L'argomento principe di cui io stessa sono sostenitrice è il concetto di donna: il genere visto come portatore di stereotipi e ruoli che non fanno altro che opprimere la donna e per quanto il femminismo liberale se ne accorge, dall'altro canto sembra comunque sostenerlo attraverso l'ideologia gender.
" L'essere donna si situa in una delirante libertà di scelta. È un'opzione aperta a tutti, un sentiment, con tutto il suo merchandising di contorno."
Tocca naturalmente altri temi scottanti come quello della GPA (gestazione per altri), il lavoro femminile non retribuito e porta molto spunti di approfondimento citando vari libri.
ho comprato questo libro nel 2019 prima di scoprire chi fosse effettivamente l'autrice e solo adesso mi sono decisa a leggerlo. per farlo ho dovuto dunque separarare l'autrice dall'opera e in questo caso ha in qualche modo funzionato.
non mi spingerei fino a considerarlo un cosiglio di lettura femminista, ma può funzionare come primo approccio alla scrittura femminista radicale italiana, con le sue riserve certamente.
l'aspetto che ho meno apprezzato del libro nella sua interezza è la scrittura, poco scorrevole e fatta per lo più da elenchi di paroloni importanti accostati ma non sempre spiegati (a volte per i termini piuttosto specifici è fondamentale); la divisione in capitoli brevissimi che non permettono una piena sviscerazione delle questioni, che quindi spesso rimangono semplicemente presentate come già conosciute e per dato di fatto, invece che, come invece capita più spesso nei libri di teoria femminista, presentate come interrogativi attraverso cui poi vengono poste delle solide basi riflessive.
ho invece apprezzato le riflessioni (comunque poste abbastanza sterilmente) sulla sorellanza e sul separatismo, e sulla maternità, con particolare attenzione alla matrifobia e maternità surrogata.
nel complesso non è un libro che stimola una riflessione collettiva né risveglia le coscienze, è più un'esposizione di fatti e citazioni (molto apprezzabili) di donne illuminate che hanno fatto la storia del femminismo radicale.