Scrissi di là il 27 marzo 2015, un venerdì alle 13.40
“ A quel punto ho capito che nessuno può arrivare in mio aiuto”scrive l’operaio Albino Saluggia nell’ultima riga del suo memoriale.
A quel punto l’impressione di trovarmi di fronte a un capolavoro (sottovalutato) era una certezza assoluta. Che Volponi fosse stato un sinistrorso l’ho saputo (l’ho ricordato) solo dopo aver preso in mano Memoriale, perciò non mi si può imputare la faziosità.
È certo che durante il tempo della lettura sono stata costantemente sovra-pensiero come se le sensazioni(forti) e la loro elaborazione non avessero la benché minima intensione di lasciarmi a sfaccendare in pace, con conseguenti frittate bruciacchiate e affannate ricerche degli occhiali “casa casa”.
Ho incrociato casualmente Volponi nel 2002, credo in seguito alla recensione sulle pagine culturali del Manifesto per l’uscita dei suoi Romanzi e Prose, nella NUE (meravigliosa collana Einaudi, scomparsa all’arrivo dei nuovi capitani d’industria, perché con la cultura non si mangia). L’ho comprato e messo in lettura e poi abbandonato e infine dimenticato. Erano anni in cui, il mio essere una fetta di prosciutto tra due di pancarré (figli adolescenti e genitori anziani) e per giunta e fortunatamente lavoratrice, non mi permettevano di andare dietro all’illusione di essere una forte lettrice.
Quando un gdl lo propone, corro agli scaffali del settore “Italiani”della libreria, ma tanta è la confusione sotto quel cielo che è stato più semplice comprare il tascabile.
Chissà se allora sapevo qualcosa di più di più di Volponi al di là d’essere stato deputato del partito di cui avevo la tessera. Ne dubito, altrimenti non mi sarebbe sfuggito dalla mente così facilmente. Maturità nel ’70, e non era allora nel novero dei grandi della letteratura italiana e non lo è diventato neanche in seguito, come ho scoperto, rubricato già dal “famigerato” Menabò come uno scrittore della civiltà industriale. Limite e peccato originale di uno scrittore colpevole d’essersi tenuto alla larga dai postmodernisti e dalla loro stucchevole leggerezza dell’essere; condita anche, che non guastava, da una tenace volontà a rendersi incomprensibili al di là della mera analisi logica del periodo. Volponi non è un intellettuale astratto, per lui la cultura è lavoro e humanitas. La sua scrittura è complessa, pastosa, a tratti lirica o meglio epica, quell’epica che ci ha dato i primi e più bei romanzi dell’umanità. Mai involuta e aggrovigliata.
Agli austeri critici e ai severi militanti della letteratura elitaria, guida del pensiero unico, mancava l’umiltà di riconoscere che l’unico sistema di segni per comprendere “la storia come realtà materiale” è proprio la letteratura che non deve temere di sporcarsi le mani. La storia è il set in cui si gira il film della vita di miliardi di esseri umani. A volte sta sullo sfondo, a volte interferisce pesantemente, ma nessuno si farà carico di queste vite anonime sbatacchiate dalla storia, ma carne e sangue, se non gli artisti.
Lo sfondo del Memoriale di Volponi è il mondo di Volponi: l’Olivetti dove lui era una specie di direttore delle risorse umane. Il povero Cristo che il memoriale lo scrive è l’operaio Albino Saluggia affetto da un disturbo paranoide. Lo scrive in una lingua che è “colta” nella misura in cui ci si è dimenticati che la lingua non omologata, anche quella dei cafoni, si esprime attraverso metafore. Quella di Albino è prevalentemente metaforica tanto da farci sorgere il sospetto che Volponi si fosse messo a scrivere sotto dettatura del suo personaggio.
Chiariamo subito che il poveretto non è pazzo, come comunemente viene inteso il paranoico, cioè de-realizzato e allucinato. E’ in grado di ragionare, di condurre gli atti quotidiani, capire la realtà che lo circonda e interpretarla come tutti facciamo ma distorcendola a uso e consumo della sua mania: quella di persecuzione. Tanto da farlo etichettare da coloro il cui ombelico è il centro del mondo come irriducibile e piagnona vittima del male di vivere.
Albino non è il campione dell’alienazione nata nella catena di montaggio. Non è un personaggio esistenzialista. Non sogna di ritornare alla vita dei campi per sfuggire all’industrializzazione ma piuttosto ai suoi nemici, che ha individuato nei membri dell’infermeria della fabbrica. Alle fantasie di fuga si alternano quelle di spasmodico desiderio di ritornare in fabbrica sano, per rivalsa sui suoi persecutori servi dei padroni che, con la falsa diagnosi di tubercolosi, si prestavano al loro disegno di annientamento non della classe operaia, ma dell’operaio Albino.
Lui è un caso clinico, lo sarebbe stato in qualsiasi caso anche se rappresenta la condizione dell’operaio nella fabbrica neocapitalistica. Alla reificazione industriale si sovrappone la paranoia, e quella è vista e esperita attraverso quest’ultima. Non è un donchisciotte che lotta contro la disumanizzazione della catena di montaggio, né la subisce. E’ l’uomo del sottosuolo, il misogino, paranoide uomo del sottosuolo di Pietroburgo. Ciò che dice sono verità ma sue verità. Senza perdere però lo sguardo lucido sul resto della realtà.
La fabbrica è quello che è. Anche quella di Ivrea, un modello, non riesce a essere quello che vorrebbe. I tempi e i modi del capitalismo la travolgono; arrivano gli scioperi e anche i celerini, convincendo finalmente Albino di non essere il solo perseguitato. Il linguaggio del volantino della Fiom – simile a quelli che negli anni del reflusso avrebbero bollato col termine “ deliranti” - lo fanno sentire per una volta parte di un tutto:” … mi pareva di averlo scritto io, parola per parola, in tanti anni di lotta in fabbrica, con ognuna di quelle parole sgualcite e nere … quindi tanti altri erano nella fabbrica nelle mie stesse condizioni”. Scopre in sé solidarietà e voglia di lottare ma per poco. La sospensione dal lavoro lo fa ricadere nella paranoia: nessuno potrà salvarlo. Niente di più vero nel disturbo paranoide.
P.S. Ringrazio di cuore e mi scuso- con chi è arrivato fino alla fine.