L'écrivain évoque la mort de son père et ses circonstances, le parcours obligé des obsèques et des tâches administratives afférentes, la pudeur d'un homme à la fois sociable et secret, les liens qui l'unissaient à son fils. Un portrait aussi d'une génération dans les campagnes françaises, celle de travailleurs sociaux et de militants politiques ou associatifs. Prix Blù Jean-Marc Roberts 2017.
Se la perdita di un genitore, in sé, è un evento eccezionale, si può anche dire che è nell’ordine delle cose, un fatto banale. In questa storia ciò che lo è meno sono le circostanze. Non l’ho visto. Non so il giorno esatto della morte. Non ho la certezza assoluta del carattere accidentale della caduta. So il punto di partenza e il punto di arrivo, so più o meno dove è precipitato, ma mi manca il motivo, la causa, la spiegazione, il finale.
Una specie di memoir, di quelli che non vogliono affondare il colpo. Non cerca di creare sensazione ma allo stesso tempo resta un po’ troppo in superficie. Tutto molto sottovoce.
Pochi eventi possono essere così significativi come la morte di un genitore, ancora di più se avviene in circostanze poco chiare. Il padre dello scrittore precipita nei boschi del Jura francesi per poi essere ritrovato dopo tre giorni. Il libro/memoir se muove i primi passi come una narrazione a tinte gialle presto diventa un commiato e un modo di accettare la scomparsa del proprio padre. La morte è difficile da comprendere e Bailly tenta di dare un significato attraverso la narrazione. Un libro sincero, senza costruzioni stilistiche, diretto, capace di affrontare argomenti difficili. Leggere la mia recensione completa nel Blog (link in bio) è molto più approfondita!
Da Torino sono tornata con questo libriccino apparentemente snello. Poche pagine che generalmente io divoro in un paio d'ore. Invece ci sto su da giorni. Perché è così denso di tematiche a me vicine che mi ha costretta a più di una pausa. Il protagonista narra la morte accidentale del padre nei boschi impervi del Jura, boschi che l'uomo conosceva benissimo. Il libro oltre che la cronaca degli accadimenti relativi alla morte e al rito funebre, è una scrupolosa rievocazione della vita e del carattere del defunto. Il protagonista non si rassegna a una fine tanto assurda. Scivolare in un dirupo mentre si cercano le spugnole. Indaga, interroga, perlustra, fa congetture. Non si capacita di questa scomparsa. Attraverso una scrittura lucida e marziale che mi ha ricordato non poco lo stile della Ernaux, questo libro più che colpire il lettore alla pancia pare voler dire. Ecco, si muore, così e nessuno è preparato di fronte a queste dipartite così improvvise. Tocca a chi resta radunare ricordi e giustificazioni. Tocca a chi resta preparare il terreno alla mancanza. Un romanzo che è un grande atto d'amore verso un padre. Un padre pieno di difetti, volubile, mai soddisfatto, perennemente in cerca di qualcosa. Personalmente, nonostante sia una narrazione che non va dritta a colpire le emozioni, l'ho trovata una lettura notevole e di grande qualità. Ma Clichy ormai è una garanzia.
Il libro è molto bello, toccante nella sua drammatica oggettività.. un racconto doloroso e onesto, che ricorda nello stile Annie Ernaux. Il testo però sembra un po’ poco curato (nella versione italiana, si intende) e presenta qualche errore e refuso di troppo. Ero indecisa se abbassare il voto per questo, ma non voglio penalizzare il valore dell’opera, che consiglio vivamente, quindi ho preferito segnalarlo solo qui.
L’auteur nous raconte le décès de son père, les circonstances, le vide après sa disparition, le besoin de comprendre ce qu’il s’est passé. Et puis tout ce qui incombe à un fils unique, pendant la semaine qui suit le décès et la découverte de qui était son père à travers ses affaires personnelles entre autre. Un récit très émouvant.
Intéressant de partager des passages en sciences sociales en 2nde. Parallèle avec « L’homme qui m’aimait tout bas » de Éric Fottorino. Côté description de ses racines et du Jura, je fais un parallèle avec les écrits de MH Lafon sur le Cantal et C Bobin qui a passé une grande partie de sa vie au Creusot
« [...] je lui racontais tout ça. La vie après sa mort, la vie depuis sa mort. Puisqu'il était parti juste au début. C'est le principe de la mort. Une vie s'arrête, c'est la fin d'une histoire. Mais la mort engendre une nouvelle histoire, dont le défunt est le déclencheur, et dont il n'a pas connaissance. Alors je lui racontais tout ça. »