Nella cella della prigione in cui è rinchiuso, un uomo narra la sua storia. E dal fondo della propria disfatta si domanda che cosa significhi saper vivere, se davvero esista qualcuno con un simile talento. Un talento che mancava persino a Caravaggio, l'artista da cui l'uomo è ossessionato. È questo l'innesco del nuovo libro di Tommaso Pincio, tra i più originali scrittori italiani della sua generazione. Un vertiginoso gioco di specchi che sorprende il lettore, lo spiazza, non lo fa mai sentire al sicuro. Non è un romanzo su Caravaggio, ma forse è il più appassionato, inedito ritratto che del pittore sia mai stato realizzato. Non è un'opera di fiction, e neppure un testo autobiografico. È il tentativo struggente di confessare che impresa fallimentare, antieroica, sia vivere, per ciascuno di noi.
Tommaso Pincio, pseudonimo di Marco Colapietro, è uno scrittore italiano. Il suo pseudonimo è la traslitterazione italiana del nome dello scrittore postmoderno Thomas Pynchon.
Dopo aver frequentato l'Accademia delle Belle Arti, ha esordito come fumettista, ha diretto per dieci anni una galleria d'arte internazionale e vissuto tra la fine degli '80 e l'inizio dei '90 a New York come assistente di un famoso pittore; è in questo periodo che ha cominciato ad approcciarsi alla scrittura. Ha esordito come romanziere nel 1999 con M.. Successivamente ha pubblicato Lo spazio sfinito (2000) e Un amore dell'altro mondo (2002), un libro che ha diviso la critica letteraria e con il quale l'autore ha acquistato una certa notorietà. Vi si narra la vita di Kurt Cobain, leader del gruppo rock Nirvana, attraverso lo sguardo di un suo amico immaginario. La ragazza che non era lei, pubblicato nel 2005, traccia un bilancio su ciò che è andato perduto e ciò che è rimasto dei sogni di amore e libertà degli anni Sessanta. È invece del 2006 Gli alieni, un'indagine su come l'ipotesi dell'esistenza di civiltà extraterrestri sia diventata uno dei grandi miti dell'era moderna. Di più recente pubblicazione è il quinto romanzo dell'autore, Cinacittà.
Tommaso Pincio collabora regolarmente alla rivista Rolling Stone e alle pagine culturali de la Repubblica e il manifesto, occupandosi perlopiù di letteratura statunitense.
Non so perché, ma il primo aggettivo che mi è venuto in mente al termine della lettura è stato appagante, forse per l’intima soddisfazione avuta per non aver trovato solo delle domande ma anche una teoria di risposte credibili. Niente di imposto o scontato, per carità, ma è stato un po’ il piacere di ascoltare qualcuno che non solo aveva qualcosa da dire, ma voleva farlo e ha trovato il modo per farlo, il come che ricorre spesso nel testo. Avevo provato una sensazione simile con Pantarei, lo spigoloso romanzo di Ezio Sinigaglia, e Le galanti, l’elegante tentativo di autobiografia di Filippo Tuena. In un tutti e tre la dimensione della finzione narrativa si mescola a quella metanarrativa e sfocia nel saggio, e nei risultati, seppur diversi, ho ritrovato lo stesso senso di appagamento.
Il dono di saper vivere ha una struttura particolare di storie intrecciate, quella del Caravaggio e quella autobiografica, narrata inizialmente attraverso le vicende di un uomo in carcere condannato ingiustamente di omicidio e poi, improvvisamente e con una cesura netta, assunte in prima persona dall’autore per La maledizione di dover raccontare, che esprime forse la consapevolezza dei limiti narrativi del contenitore romanzo.
Il dono di saper vivere è il concetto la cui definizione ed espressione costituisce la struttura della storia e che viene via, via limato e aggiustato in un gioco di rimandi tra la biografia del Caravaggio e l’autobiografia dell’autore, a partire dal dipinto Davide con la testa di Golia conservato nella Galleria Borghese. Nel dipinto sia la testa mozzata di Golia che il volto del giovane Davide sono autoritratti del pittore, così come nel racconto è l’autore che riflette su di sé confrontandosi con il Caravaggio.
David con la testa di Golia.
Il Caravaggio, per le scelte stilistiche e innovazioni e per il suo stile di vita, era inviso perché “ciò che mancava era una cultura che facesse di certi comportamenti un motivo di fascino e distinzione in senso positivo, mancava cioè quel che oggi si direbbe una narrazione o, se vogliamo dirla con il linguaggio di allora, la historia di uno stereotipo spesso associato a Caravaggio, quello dell’artista maledetto”; “e morì malamente, come male havea appunto vissuto” e “tra i molti doni che aveva, gli mancava quello di saper vivere”. E questo dono di saper vivere, alla fine, è un po’ la capacità o la condanna delle persone di vivere la vita calandocisi dentro avvolti dal filo spinato della loro esistenza. [...] Indossano quel filo come fosse un vestito e fanno bene. È ciò che sono diventate, gli calza a pennello perché fatto su misura per loro. [...] Alcuni se lo sono in parte scelto, il vestito, [...] altri invece, e sono la maggioranza, non hanno potuto metterci becco [...] e non gli è restato che dire, Toh, la mia vita. [...] E cos’è che più conta in un filo spinato: che è un filo o che è spinato?”.
Il narratore si domanda “Difettavo anch’io del dono di saper vivere? ovvio che sì”, “vivo in un mondo crudele che mi pone ogni giorno davanti il promemoria del mio fallimento”. È il trovarsi a vivere spesso da spettatori, vedendosi dal di fuori (cosa che costò all’autore adolescente l’appellativo di melanconia) perché “fu comunque pensoso crescere e scoprirmi sempre spettatore di me stesso, anche quando ho dovuto scordarmi chi ero; guardare gli altri sembrare un tutt’uno con la vita”; o comunque con la consapevolezza dell’impossibilità di imporre una propria visione perché “spesso, per non dire sempre, quando indaghiamo un fatto lo troviamo già aggiustato [...] qualcuno ci ha preceduto [...] e a noi non ci resta che fare i conti con qualcosa già diventato memoria, verità plasmata, aggiustata.” Con il risultato di sentirsi in esilio, fuori luogo ed estranei al proprio tempo.
L’occhio del pittore Marco Colapietro e la penna dello scrittore Tommaso Pincio (pseudonimo del primo) realizzano un labirintico romanzo postmoderno in cui due narratori si avvicendano nel corso della narrazione, il primo è il ‘falso specchio’ del secondo, entrambi sono in parte doppi dell’autore in parte presentano caratteristiche del tutto finzionali. Pincio, tramite la metalessi d’autore, gioca con i gradi di separazione tra la sua vera biografia e quella falsa dei suoi personaggi, disorientando il lettore nel gioco tra realtà e finzione. L’ossessione per Caravaggio è propria di tutti e tre (Pincio e i due narratori), del resto questi hanno molto in comune col primo, ovvero il dono di non saper vivere, di saper scegliere bene nei bivi della vita. Etichetta questa che è stata affibbiata al pittore da molti biografi sin da quando era ancora vivo, che è valida anche per Colapietro, pittore fallito, e che è assegnata anche ai due personaggi inetti del libro. Come una sorta di ‘parziale risarcimento’ allora Pincio scrive per superare la sua mediocrità artistica e contemporaneamente cerca di valicare il chiacchiericcio sorto intorno alla figura di Caravaggio per far risaltare, sopratutto coi cinque fili finali, la grandezza pittorica dell’artista.
Un incontro quasi fortuito, quello con Tommaso Pincio, autore particolarmente apprezzato da mio fratello ma che non avevo mai affrontato. Ho trovato questo titolo nella classifica stilata dall'Indiscreto e ho deciso di provarci. Lo stile di Pincio mi ha spiegato il motivo per cui mio fratello lo apprezza come autore: buon ritmo narrativo, ottime scelte stilistiche, narrazione fluida e fluente mai pesante o appesantita da inutili forzature e qualche espediente letterario certamente non inedito ma ben dosato e ben posizionato nella narrazione. E allora, direte voi, perché solo 3 stelle? Perché io faccio parte di quei lettori che per innamorarsi davvero di un libro hanno bisogno di una storia e qui, come spesso nella narrativa contemporanea, la trama latita un pochino a vantaggio di interessanti riflessioni ed evoluzioni dell'interiorità dei personaggi o dell'io narrante. Un indiscusso vantaggio è che grazie a Pincio ho imparato un sacco di cose nuove riguardo a Caravaggio!
Il secondo libro di Pincio che mi convince. Non quanto Panorama, però una lettura sicuramente appagante (e come deve sempre essere, destabilizzante). Parte come un romanzo e sembra un po' una versione minimale di Cinacittà; ma quando la narrazione sembra correre sul suo binario senza scosse tutto deraglia e Pincio rimescola le carte per iniziare un'altra partita. E viene da chiedersi: ma sarà mica, lo scrittore romano, la reincarnazione pacificata (o rassegnata) di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio? Leggete e capirete cosa intendo dire...
“Che palle, ho comprato un libro fallato. Adesso mi tocca vestirmi e uscire per trovarne una copia intera. Mi stava pure piacendo questa storia”. Questi i pensieri a pag. 78, con una frase che si interrompe a metà, senza punto. Invece poi giri la pagina e capisci che è un trucco, un espediente. Da quel punto hai in mano un altro libro, il narratore è diventato l’autore stesso, che parla di una storia diversa. Intensa la prima parte, e interessante la seconda. Ma è questo il modo di fare un libro? E soprattutto, perché chiamarlo “romanzo”? Presi singolarmente i due mezzi libri non possono che essere considerati due mezzi libri ben scritti, con tante considerazioni interessanti e pensieri acuti. Ma resta la sensazione che manchi un’idea, oppure che manchi il coraggio di prendere un’idea e portarla fino in fondo. Insomma il primo mezzo libro sa tanto di furbata, di presa in giro, a tratti hai pure la sensazione che si tratti di sciatteria. Peccato.
Io voglio bene a Tommaso, ci conosciamo anche se di sfuggita e un po' per vie traverse. L'inizio del libro mi aveva fatto sperare e pensare che finalmente fosse tornato a raccontare tramite i propri personaggi e narrazioni suggestive pensieri oltre che vicende. Mi è oscuro il motivo per quale questo spunto che aveva alimentato la mia speranza sia stato abbandonato a metà da Tommaso in favore dell'ennesimo libro di elucubrazioni interessanti ma sottratte al contesto di un racconto, di una storia, e onestamente me ne dispiaccio. Rimango in attesa di una scelta definitiva tra fiction e saggistica :)
Per come è scritto, per la lingua, per certe intuizioni e riflessioni, per la parte relativa a Caravaggio avrei voluto dare di più a questo libro, nonostante anche la narrazione, quando c'è, talvolta abbia dei cedimenti poco gradevoli. Ma soprattutto per l'impressione che l'autore non abbia voluto rinunciare a un'idea che ancora non aveva finito di sviluppare, a un tarlo che forse doveva rimanere a sedimentare del tempo ulteriore, per l'impressione che sia alla fine un'opera raffazzonata, non riesco a essere più clemente.
Di Tommaso Pincio ho letto Panorama e me ne sono innamorato. Sicuramente la prima parte regala emozioni intense ma la seconda si perde in riflessioni chiuse troppo velocemente. Quindi a mio giudizio é un due stelle e mezzo. Caro Tommaso potevi scrivere qualche pagina in più...