Nella prefazione a questa edizione, Susanna Tamaro afferma di essersi ispirata a fatti di cronaca vera e spiega così la sua scelta: «Penso infatti che uno scrittore, oltre a sapere inventare delle storie, debba essere anche in grado di mettere la sua creatività a servizio del tempo in cui si trova a vivere, illuminandolo dall’interno. Solo la scrittura infatti ha la capacità di rompere il muro banalizzante della cronaca e di svelarci il volto reale dell’Altro». Una motivazione molto nobile rimpolpata dal consueto stile di scrittura superbamente essenziale quanto emozionale, che tuttavia a me non bastano per lodare questo libro.
In questo libro ho sentito troppo lo stacco tra “bene” e “male” in un modo troppo inverosimile. E sembra un paradosso, dato che i racconti hanno come base dei fatti accaduti realmente. Il mondo è manicheo? O, per citare il caro Caparezza, Jodellavitanonhocapitouncazzo?
Non lo so, ma queste sono solo le mie impressioni.
Il primo racconto, tra tutti, è quello che mi è piaciuto di più. Il titolo "Cosa dice il vento?" si riferisce alla ricorrente domanda che il piccolo Raj fa alla madre Nabila, una venticinquenne rimasta vedova, che affronta un viaggio clandestino che la porterà al confine tra l’Italia e la Slovenia. L’autrice non si limita a raccontare le penurie del viaggio e la freddezza dei trafficanti di uomini; trasporta il lettore nei ricordi di Nabila, tra i demoni che hanno infestato la sua giovinezza e il matrimonio felice con Tiru che per cinque anni le ha portato felicità.
Arrivata alla fine del racconto, mi sono abbastanza arrabbiata: chiaramente, Nabila non ha mai incontrato i demoni buoni. Nessuno le ha prestato aiuto, anche le condizioni meteorologiche (un freddo che lei non aveva mai sentito né immaginato) le erano avverse. A chi va imputata la colpa? Al destino? A chi si è voltato o ha chiuso le imposte delle finestre, ignorandola? È forse colpa sua? Quando tutto ciò che voleva era portare il figlio in una terra sicura, donargli un futuro migliore?
La disperazione senza via d’uscita pervade anche gli altri tre racconti.
In "Salvacion" la protagonista che dà il nome al titolo del racconto è una ragazza di diciannove anni che avrebbe voluto farsi suora ma che è andata in Italia a lavorare come domestica per poter mantenere la madre e le sorelle più piccole. Il suo datore di lavoro però abusa di lei e Salvacion si sente talmente sporca e umiliata da compiere un gesto estremo.
"Dal cielo" racconta invece di adozione, nel modo più sbagliato possibile, secondo me. Il bambino, a cui è stato dato il nome Arik, è vissuto per anni con i leoni (una sorta di Mowgli della giungla, insomma) e fatica ad ambientarsi nella società degli uomini, prima tra i bambini dell’orfanotrofio della missione, poi con la sua famiglia adottiva, una coppia italiana molto semplice: lei è una maestra delle elementari e lui un conducente delle ferrovie. Arik ha nove anni e sembra vivere in un mondo tutto suo. L’autrice in questo racconto alterna due punti di vista: in corsivo quelli di una tribale superstizione di Arik e in tondo quelli razionali e rigidi della madre. Il rapporto tra il bambino e la donna si fa più morboso, fino all'epilogo folle che l’autrice lascia ampiamente intuire.
Non mi è piaciuto per niente questo racconto, mi ha messo addosso tristezza e molto fastidio.
L’ultimo racconto, in realtà, non è molto meglio. Anzi, è profondamente svilente, come già il titolo vuole far intuire: "Chissene…"
Tre sono i personaggi principali di questo racconto: il professor Baraldi, ottantacinque anni e vedovo, che inizia a scrivere un presuntuoso "Trattato dell’ordine e del rispetto"; la sua nuova badante Rossella, una diciannovenne di colore, perseguitata dalla defunta colf Arnilla; Maria, unica amica di Rossella e a sua volta domestica presso un'altra famiglia. Il professore tanto distinto e attento al rispetto pian piano impazzisce, facendo quasi violenza alla giovane Rossella. La situazione quindi degenera: il professore si sente male e le due donne lo caricano nell'auto di Maria, cercando (con ben scarsi risultati) l’ospedale più vicino. E con un tragico "chissene", il professore viene abbandonato al suo destino.
Mi dispiace parlarne male, perché il libro inizia anche bene (passatemi il termine) ma scade pian piano nel deprimente. Cosa voleva trasmettere Susanna Tamaro con gli ultimi racconti? Vedo chiaramente il tema del diverso, delle differenti culture che non si capiscono e della diffidenza (con punte di razzismo e violenza), ma con che esito? Questi racconti non sono per niente edificanti, né per i migranti né per chi li accoglie.
"Siamo tutti malvagi", ecco il messaggio che mi è arrivato, a fine lettura. E non mi piace per nulla.