2 stelle e mezzo date con grande rammarico, perché ieri, quando ho comprato il libro, ero davvero entusiasta e pregustavo già in partenza un'immersione nelle tinte vivaci con cui Cacucci in "La polvere del Messico" ha saputo riprodurre le mille sfaccettature di un Paese così brillante. La mia delusione probabilmente si equipara a quella che ho letto sin dalle prime pagine di un testo che è partito (chissà come mai) con una forte critica alla gringación che il Messico turistico sta subendo, non più paragonabile a quello che l'autore aveva sapientemente fotografato nei suoi testi anni or sono, per poi terminare (ripeto, chissà come mai) con un soave inno alle spinte ecologiste che l'iniziativa alla quale ha partecipato assieme a molti altri amici, italiani e non, residenti in Messico, ha saputo innescare nella piccola comunità di Mahahual, vittima indubbia di inquinamento costiero.
Il libro è palesemente organizzato e steso male, con un'apparente fretta che non sfugge allo sguardo del lettore appassionato delle storie narrate dallo stesso Cacucci in resoconti precedenti sul Messico. Brutto continuare ad aggrapparsi a riferimenti passati? Sperare di trovare anche un sottile barlume dello stile di La polvere? Lo sarebbe, se dall'autore non ci si aspettasse un impegno maggiore nel delineare quei particolari del Messico che sono (stati) la sua fortuna, in campo lavorativo e letterario. Sarebbe da reputare quasi un'offesa al Paese e ai lettori, e una contraddizione con quanto affermato in vari punti del libro dallo stesso scrittore con toni pomposi e saccenti: siamo sinceri, non è una descrizione delle bellezze paesaggistiche, culturali, ecc. del Messico che tutti ci aspettavamo; il motivo per cui ho acquistato a occhi chiusi Mahahual è questo. Volevo riassaporare vecchie sensazioni suscitate da un Messico che Cacucci aveva reso così bene, da ottimo fotografo letterario quale reputo sia. Le sue parole e le sue emozioni in La polvere hanno saputo immortalare momenti messicani dei più peculiari e vivi, delle istantanee formato libro che ho adorato e che mi aspettavo di trovare anche qui. Siamo tuttavia di fronte a una critica alla trasformazione, dettata da una globalizzazione che domanda duramente al Paese di restare al passo coi tempi per rimanere inserito in un'economia che (e qui siamo d'accordo tutti) è spietata, violenta. L'accozzaglia di frammenti estrapolati da riferimenti (nemmeno riportati a fine libro) dei più differenti e alle volte insensati, senza tralasciare di accennare al materiale riciclato (battuta non voluta, ma porca miseria se non sta bene), già presente in "La polvere del Messico", dona al testo l'aspetto di cartellone pubblicitario quale, alla fin fine, è. L'albergo gestito dal fantomatico Luciano, che non rientra nel duro giudizio dello scrittore perché a) non gringo, b) promuove una possibile svolta ecologica per la salvaguardia delle spiagge e, last but not least, c) i vari luoghi dell'albergo hanno nomi che provengono dalla lingua e tradizione indigena del posto; l'esperienza dell'amico fotografo che lavora per il National Geographic e che organizza allegre immersioni per turisti, con tanto di link al blog piazzato nel bel mezzo della pagina a interrompere una lettura già da sé forzata e precaria... Insomma, avessi voluto leggere una guida turistica, avrei comprato qualcosa ben più organizzato e meno caotico. Ho apprezzato quei pochi elementi storico-culturali che nelle pagine centrali hanno risollevato e un po' corretto l'andazzo del libro. Siamo comunque lontani dallo stile che credo un po' chiunque sia stato viziato dai precedenti libri, sperava di trovare.