"Maria di Ísili si colloca con timbro originale nel solco della sempre viva e fruttuosa tradizione sarda: testo denso e compiuto, dal sorprendente respiro metrico, fatto di una polifonia di voci, tra le quali si staglia quella della protagonista, una donna che, nel tragico inanellarsi degli avvenimenti, incurante degli interdetti sociali, segue la legge del desiderio."
Con questa motivazione la giuria ha decretato la vittoria di Cristian Mannu alla ventottesima edizione del Premio Calvino, il riconoscimento più prestigioso per scrittori esordienti. "Maria di Ísili" è un esordio maturo che ci racconta di una donna che sceglie, pagandone il prezzo, di sfidare le convenzioni per conquistare la propria autonomia, mentre sullo sfondo si profila una Sardegna arcaica popolata da vagabondi, levatrici-accabadore, donne coraggiose, figli burdi, fatti di sangue, pensieri neri e indicibili segreti.
Vincitore del Premio Calvino, L'Indice ne acclama il lirismo, è un conterraneo... l'ho letto con grandi aspettative. Puntualmente deluse. In questo libro c'è una trama non-trama, ovvero: la figlia ribelle che scappa con il bello-e-dannato, qualcosa che succede a parecchie famiglie, talmente a tante famiglie che l'avvenimento in sé non è così originale, non nel dopoguerra; figli concepiti con uomini che non sono il marito (to', che novità); donne frustrate che si rifugiano nella devozione (anche qui...). Quando degli avvenimenti non originali sono degni di essere il tema di un romanzo è perché vengono raccontati in modo originale, in un modo a cui tu non avresti mai pensato, con una voce sorprendente e dandoti un nuovo punto di vista. Ma non è questo il caso. Oddio, l'innovazione c'è: cento pagine di prosa poetica e di polisindeto sono sicuramente un'innovazione, ma si portano dietro un'aura di pesantezza e affettazione che non giovano alla storia. L'affettazione è ancora più evidente nell'elemento corale, che dovrebbe caratterizzare tutto il testo e invece finisce per appiattirlo; ogni capitolo è narrato da un diverso personaggio, ma ogni personaggio parla con la medesima voce, con lo stesso amore smodato per il polisindeto e per le immagini ad effetto, con la stessa cifra stilistica. Tralascio, volutamente, di esprimermi sul modo con cui si vagheggia, per l'ennesima volta, qui come altrove, di una Sardegna* magica e/o mitica e/o ancestrale e di un ruolo della donna a metà tra la dea e la serva.
Minzione speciale per Michele, che, pur inca*ato abbestia parla come gli altri teneri personaggi. Cioè in modo costruito.
In sintesi: è un libro scritto per farti odiare il polisindeto.
* Come se negli anni '60 non ci fossero stati i mangiadischi e oggi non usassimo gli smartphone 4G.
Io vieterei ai sardi di scrivere. A tutti i sardi. Cioè, che scrivano pure, su Facebook magari, ma la smettano di scrivere romanzi. Non sono capaci. Basta. Scrivono tutti lo stesso libro, pensato per lo stesso lettore. Una storia un po' così, che dice e non dice, ambientata chissà quando, magica come la terra da cui proviene, scritta bene, sia chiaro, ma con una scrittura che esiste solo nelle letteratura e che con la realtà non c'entra niente. Una storia pallosa, in cui a un certo punto spunta il vino che macchia il bicchiere, il cinghiale, il maestrale... Non che questo di Cristian Mannu sfiori le vette conquistate da Michela Murgia, no, non ci si avvicina neppure, ma però la pesantezza che si avverte è la stessa. Intanto una storia ipertragica con pesi atavici da portarsi appresso e beautifulate che avrebbero fatto brontolare persino mia nonna. Poi la scrittura, dicevo, pesante. Mannu usa l'artificio dei narratori diversi per raccontare una stessa storia, o una parte di essa, ma se non scrivesse il nome di chi parla, a inizio capitolo, non si coglierebbero le differenze. Per dire, un capitolo è del signor Michele, un capitolone tutto incazzato, parolacce, rabbia, bestemmie. Eppure nemmeno per un secondo mi è sembrato reale. Voglio dire, quando Mario Brega urla a Fiorenza fascio a me? so' comunista così mica pensiamo di trovarci di fronte a un attore che recita. No, noi ci crediamo che Mario Brega è comunista così, lo vediamo distribuire l'Unità da adolescente, iscriversi alla Fgci, menarsi coi fasci, piangere ai funerali di Berlinguer e scuotere la testa per la svolta della Bolognina. Invece quando il signor Michele fa dieci pagine di incazzo, capiamo che sono dieci pagine costruite, artefatte, non spontanee. Dieci pagine in cui Cristian Mannu fa dire al signor Michele quelle cose, come prima le ha fatte dire a Maria e dopo le farà dire ad Antonio. E poi è fresco il ricordo de Il figlio di Bakunin: Sergio Atzeni fa lo stesso, solo un po' meglio. E io, grazie alla citazione, posso finalmente svelare la ricetta per il rinnovamento letterario sardo, italiano, mondiale: più Mario Brega, meno Michela Murgia.
Una storia forte, di sacrifici, di silenzi. Parla di donne, dei loro segreti. È un libro che commuove fino alle lacrime. Forse potrebbe esser la storia di ognuno di noi. È una lettura scorrevole, piacevole perché ben scritto e ben costruito come tempi...non annoia mai. Consigliatissimo. il ciclo della vita è segnato da nascite e morti ed in questo romanzo l'anello di vite si concatena raccontando di donne, scelte e amori attraverso una descrizione a più voci, non un unico narratore ma più punti di vista che raccontano la loro realtà. Alla fine si torna al principio con nuova forza e consapevolezza della propria dignità di donna
Primo romanzo per me di quest'autore, che ho apprezzato per molteplici motivi : innanzitutto la sua scrittura, che spesso trasforma la prosa in autentica poesia ; poi l'aver affidato ogni capitolo ad uno dei personaggi che ruotano intorno alla storia, in modo da dar voce a ciascun punto di vista. Infine l'aver raccontato la Sardegna, che avevo già conosciuto attraverso le parole di autori come Fois e la Murgia, facendomi innamorare una volta di più di questa terra dura, che non offre scampo, una terra in continuo bilico fra le sue tradizioni e radici e la voglia di cambiamento.Il personaggio di Maria affascina e rapisce il lettore dalle prime righe, perchè è sognatrice, ma allo stesso tempo determinata e coraggiosa, al punto di sfidare tutto e tutti per seguire le sue passioni. Ma non è solo la storia di Maria che Mannu ci racconta, bensì quella di quattro generazioni perchè, in un continuo rimando e rimbazo di tempi, la storia si snoda attraverso il racconto dei genitori delle due sorelle, poi quello di queste, dei loro figli ed infine dei nipoti. Le tematiche affrontate vanno dalla forza dei pregiudizi, al dolore di una madre che si pente di non essere riuscita a proteggere le proprie figlie, alle gelosie all'interno della famiglia, al desiderio e alla passione che spesso sono destinate a consumarsi ed esaurirsi, lasciando l'amaro in bocca dell'abbandono o della solitudine. Stupende pagine e descrizioni che proiettano il lettore nelle terre descritte fanno di questa lettura un'esperienza densa di emozioni, ma anche uno spunto per riflettere.
Scrittura musicale, quella di Mannu, per restituire albero e radici alla nuova Maria, in questa terra di Sardegna dove il tempo è fermo, le vite s’allontanano, i peccati rimangono. È storia di donne, di assenze e abbandoni. È storia di un mondo fatto di terra e carne, di amori e tradimenti. È storia portata dal vento in tempesta che scuote il petto e conduce lontano. E ancora, storia di ribellione pagata a caro prezzo in un tempo sospeso, dove la vergogna è più forte del perdono.
Racconto corale dall’andamento ciclico intonato all’unisono. Come un lungo mantra. Però… Cambia il modus esprimendi, ma lo stile ripetitivo, cantilenante è comune a ogni voce, e questo costante iterare, alla fine, perde mordente, snerva. Sarebbe stato diverso affidato a una voce terza, come ponte modulante fra i personaggi. E ho trovato eccessivamente fiabesco l’azzurro degli occhi alla nascita di Maria, e sovrabbondante la figura di Michele, parricida e frosciu.
P.S. Non c’è uso, anzi, non c’è abuso della d eufonica. Vi pare poco? Per me è una nota di merito, e con piacere vi pongo l’accento.
"Un libro che sa di Sardegna, quella antica, tra orgoglio e vergogne da nascondere, tra peccati e figli burdi, tra passione e ribellione." Recensione completa su: http://wp.me/p7vZct-mL
Maria viene al mondo in un tempo in cui ancora si nasceva a casa, seconda e ultima figlia della guardia carceraria Michele Piga e di sua moglie, la siciliana Rosaria.
Quando Maria ha appena cinque anni, sua madre ha un esaurimento nervoso e inizia a indossare solo indumenti scuri.
Sin da bambina, Maria si distingue per la sua bravura nella filatura e per gli occhi azzurri, diversi da quelli neri del padre e da quelli cangianti della madre. La superstiziosa levatrice crede che siano frutto di un angelo o del demonio e non accetta la ben più logica spiegazione familiare e storica di Rosaria che aveva i nonni biondi e con gli occhi azzurri e accenna alle tante conquiste susseguitesi in Sicilia nel corso dei secoli.
Evelina, la sorella maggiore di Maria, ama leggere la Bibbia ed è inseparabile dal suo rosario, al punto che tutti credono che voglia farsi suora. Maria invece prepara i malloreddus, i culurgiones e il sugo mentre la madre se ne sta sempre chiusa in camera sua. È stata la levatrice, che si occupa di entrambe le bambine da quando Rosaria è uscita di senno, che ha insegnato a Maria a usare il telaio.
L’ormai anziana Salvatorica critica la gioventù odierna sempre con il cellulare in mano e confessa che avrebbe tanto voluto avere dei figli suoi, ma lascia intendere di non essersi mai sposata a causa della paura per gli uomini innescata dagli abusi subiti dal padre durante l’infanzia.
Il giudice Pietro Uggias, poi morto suicida, era amico di Michele e i due erano andati insieme a lavorare in Sicilia per poi tornare in Sardegna un paio di anni più tardi. L’onnipresente Salvatorica ricorda bene che Rosaria, prima della depressione, si mangiava il giudice con gli occhi ogni volta che si fermava a cena. E il giudice aveva gli occhi azzurri, anche se non chiari come quelli di Maria.
Se Rosaria all’inizio mi aveva suscitato simpatia, in quanto la credevo vittima della sciocca superstizione di Salvatorica, non ho potuto fare a meno di odiarla leggendo le righe in cui la siciliana moglie di una guardia carceraria trascorre il pomeriggio dandosi arie da gran signora facendosi bella per il giudice mentre Salvatorica sgobba in cucina ai suoi ordini.
Ma l’anziana donna è un fiume di pettegolezzi e non si ferma qui. Anche la figlia Maria guardava il marito della sorella Evelina con lo stesso sguardo che la madre riservava al giudice. Sgualdrinaggine ereditaria? Maria scappa con Antonio Lorrài per andare a fare la fame a Cagliari, pulendo case e scale e rammendando calze. Vari figli dopo, il bell’Antonio l’abbandona… E cos’altro potevi aspettarti da un donnaiolo? Maria muore di epatite. Una storia nera più di un abisso, ma bisogna ammettere che la cara Maria di Ísili se l’è cercata.
Ho scelto questo libro perché è ambientato in Sardegna e perché nel titolo viene menzionato il paese di Ísili in cui mio padre ha studiato da ragazzo. Mi è piaciuta la copertina bucolica che mi ha ricordato la visita al nuraghe Is Paras in un afoso giorno di agosto dell’anno 2000, ma… Maria di Ísili non è il romanzo che mi aspettavo. Non si può presentare il fattaccio di Maria nella sinossi dicendo che è una donna che “segue la legge del desiderio, sfidando gli interdetti sociali, sullo sfondo di una Sardegna arcaica”. Rubare il marito di un’altra è sinonimo di sgualdrinaggine, non di emancipazione. I tradimenti ci sono sempre stati, ma ultimamente li si sta sdoganando, normalizzando un po’ troppo. Non tutti i desideri sono lecitamente perseguibili e come tali andrebbero conseguentemente repressi.
Dieci personaggi in dieci capitoli raccontano una storia che ha il sentore di una tragedia antica. Non sono i personaggi risoluti di Eschilo e Sofocle, ma quelli di Euripide, tormentati, insicuri e sensibili. Ognuno conosce soltanto una parte della tragedia morale e corale cui ha partecipato e che si va lentamente formando capitolo dopo capitolo sotto gli occhi del lettore- Ognuno ci narra il proprio punto di vista; così, la storia non è mai del tutto compiuta. Passioni, segreti indicibili, violenze si accavallano e travolgono i protagonisti. Tutti, anche e soprattutto quelli più colpevoli, si raccontano dal di dentro senza pudore, mettono in mostra i loro sentimenti più profondi, giustificano le loro pulsioni con una forza tale che, alla fine, ci sorprendiamo ad assolverli dalle loro malvagità. Emerge prepotente il tema delle convenzioni sociali e del pubblico scandalo: la protagonista Maria si fa rapire dal principe fascinoso, il bel ramaio, così condannando se stessa all'isolamento e trascinando nell'infamia tutta la famiglia. Sarà lontana da tutti, isolata e perdente. Il vero protagonista di tutto il romanzo è l'amore, che qui è soprattutto passione e follia. L'amore buono ma, soprattutto, quello cattivo che si scontra con i più elementari valori morali. E' da lì che si generano tutti i mali della tragedia. Ed alle tempeste dei sentimenti Mannu intreccia l'aspra natura dell terra sarda: Dalle mie parti c’è sempre stato vento. Vento possente e intrigante. Vento che fruga e che rende impazienti. Vento che sembra salire da un lontanissimo mare a levigare le pietre e spezzare famiglie e rami di alberi forti. Ma se la tua faccia non ha mai preso schiaffi sull’altopiano di Nurri, non puoi capirmi. E non puoi capire come si sente l’avena selvatica di Mandas a maggio, quando ondeggia alta e verde e irrequieta come oggi. Per fortuna, alla fine, una lettera che fa le veci di un inaspettato deus ex machina, ci offre un fragile barlume di consolazione e ci fa capire che Isili riavrà un'altra Maria.
Mannu sa scrivere, non c'è dubbio. La sua prosa è lirica, precisa e ritmica, una tragedia greca messa in prosa. Ogni personaggio è caratterizzato da un suo stile, da quello più vicino al dialetto dei personaggi popolari a quello alto e privo di inflessioni della novella Maria di Isili dell'ultimo capitolo. Nell'uso della lingua Mannu si rivela simile ad Antonio Lorrai di Silius, il bel ramaio: “Sapevo intrecciare sardo, italiano, arbaresca e creare anche nuovi dialetti: la mia lingua è sempre stata veloce e abile”.
Una tragedia antica, ho detto. E forse è proprio questo il limite del libro. La storia è troppo cupa, troppe ingiustizie, dolori, avversità, perdite che si accavallano pagina dopo pagina senza mai un intermezzo, un attimo di respiro. Ogni tanto ci sarebbe stata bene, giusto per per rimanere nella Grecia antica, non dico una risata omerica, ma almeno un sorriso, un raggio di sole, uno spiraglio. Avrebbe giovato all'umore del lettore ed avrebbe reso il libro meno straziante. --- Del tutto fuori luogo mi è sembrata la sfilza di ringraziamenti. La maggior parte di essi è incomprensibile e quindi inutile, anzi irritante.
"Maria di Isili" è il romanzo d'esordio di Cristian Mannu, pubblicato nel 2016 e vincitore nel 2015 del Premio Calvino. Il romanzo breve racconta la vicenda secondo il punto di vista di ciascuno degli attori coinvolti. L'autore risulta capace di attribuire a ciascun personaggio un diverso modo di esprimersi attraverso cui, oltre alle descrizioni che ognuno di loro fa degli altri, si possono carpire anche le sfaccettature più intime del carattere di ciascuno. Ogni personaggio incarna una diversa chiave di lettura della storia, presentata quindi secondo il filtro della tradizione, dell'amarezza, della sconfitta, della rabbia, della colpa, della delusione, dell'incapacità, dell'inadeguatezza. La narrazione cambia lessico, forma e ritmo a seconda del personaggio che racconta in prima persona ma risulta sempre adeguata al contesto e al sentimento che la filtra. Per quanto non sia amante delle narrazioni ambientate in Sardegna ma mi ritrovi a volte a leggerle, ho apprezzato complessivamente questo romanzo che ho trovato ben costruito e ben gestito. La storia semplice, proprio per il modo in cui è narrata, assume una sfumatura interessante che ci permette di riflettere su vari aspetti della psicologia individuale in rapporto alla società. Ho apprezzato il fatto che l'autore affianchi ai racconti quasi sotto forma di intervista, alcuni racconti che sembrano scritti in una pagina di diario e anche sotto forma di lettera. Inoltre ho trovato interessante che alcuni personaggi parlassero come se riportassero una sorta di cantilena, con alcune frasi ripetute e dalla cadenza palesemente musicale, come una filastrocca, una canzone o come una preghiera.
Romanzo che per narrazione assomiglia a "Il figlio di Bakunin" di Sergio Atzeni. Si legge in fretta ed è molto scorrevole. Il linguaggio è spesso medio-alto, un po' poetico, condito di parole dialettali sarde. Lettura piacevole.