"Idio sempre schifa i maggiori mali, e d’ogne male ch’egli sostiene sempre trae un maggior bene… Or non vedi che ssi sostengono le meretrici nelle cittadi? Questo è un grande male, e se si sottraesse, sì ssi sottrarrebbe un grande bene, però che ssi farebbero più adulterii, più soddomie, che sarebbe molto peggio"
Giordano da Pisa
Anche nel Medioevo troviamo donne disposte a vendere il proprio corpo "pro pretio, lucro et questu": condannata e ritenuta una vergogna, la prostituzione era però considerata ineliminabile e persino necessaria. Giustificabile, perché salvava da mali peggiori come la corruzione delle vergini e delle spose e "l’abominevole vizio della sodomia". Ma qual era la posizione della Chiesa e dei pubblici poteri nel regolare questo fenomeno divenuto assai rilevante? Nel Trecento, infatti, si assiste ovunque in Europa al proliferare dei postriboli, a volte quasi piccole fortezze del piacere, a volte strade o quartieri riservati, e la vita delle donne pubbliche – forestiere o straniere, spesso sopraffatte dai debiti – dentro e fuori fu sottoposta a rigide norme.
Molto interessante. Tratta la prostituzione nel Medioevo sia dal punto di vista pratico (dove ci si registrava, dove si abitava, con quali beni si sopravviveva, le spese che doveva sostenere, le tariffe, gli orari da rispettare, i giorni festivi proibiti, chi poteva accedere, da dove provenivano le donne, le età, ecc) sia sociale (come erano considerate nelle città, se potevano essere perdonate e se potevano entrare nei conventi alla fine della carriera). Lo consiglio.
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La prostituzione dal punto di vista sociale e "pratico", interessante anche la parte dedicata alle cause (per alcune non ci possiamo definire sorpresi).