Italo, Vanda, Cosimo.
Tre bambini con tanti sogni, come tutti i bambini della loro età.
Italo sogna di diventare come il fratello Vittorio, valoroso sergente dell’esercito del Duce. Vanda sogna una mamma e un papà che la portino via dall’orfanotrofio e che le facciano conoscere l’amore di una famiglia. Cosimo sogna avventure eroiche e coraggiose, in quel mondo di adulti così difficili da capire.
Ma siamo nel 1943, e la vita è dura e incomprensibile per molti.
Quando Riccardo, amichetto di tutti e tre, improvvisamente scompare, Italo, Vanda e Cosimo decidono di andare a cercarlo. “Hanno visto che lo caricavano su un treno e che lo portavano via!”, “Ma Riccardo?! Perché? Cos’ha fatto di male? E’ un nostro nemico?” sono solo alcune delle domande che ingenuamente si pongono, non capendo come la loro isola fanciullesca, fatta di risa, giochi e complicità, sia andata in fumo così, da un giorno con l’altro. Non va bene, proprio no. Perché Riccardo è uno di loro, è un loro amico e non un loro nemico, per quanto ne dicano i tedeschi, che l’hanno caricato senza motivo su quel treno per portarlo via.
Ma via dove, esattamente? Italo recupera uno schizzo che un soldato tedesco, in visita a casa loro, aveva portato al fratello sergente, e secondo loro è in quello schizzo che si trova la risposta alla loro domanda. E’ una sorta di fienile, anzi, no, forse un campo, (“Sì, un campo!”) dove arrivano i binari del treno. Ecco dov’è stato portato Riccardo!
E così i tre ragazzini fuggono sulle tracce del loro amico, seguendo un’improbabile traiettoria guidata dai binari del treno, e camminano per giorni e notti, attraversando campagne e casolari e imbattendosi in contadini, viandanti, soldati tedeschi e soldati italiani. Tutt’intorno c’è paura, fame, confusione, “sembrano tutti cattivi!”. A loro volta, Vittorio e Suor Angela, del convento di Vanda, allarmati per la loro scomparsa, si lanciano in una seconda missione di soccorso, per ritrovarli e riportarli a casa il prima possibile.
Finirà tragicamente, ve lo dico subito, ma in fondo, per una trama del genere, c’è da aspettarselo.
Ciò che conta è la delicatezza, quello sguardo da bambino ingenuo, confuso ma coraggioso, con cui viene narrata. Mi ha ricordato quella di un piccolo grande capolavoro come “Il bambino col pigiama a righe”, quell’ingenuità di chi vede il mondo senza differenze, senza cattiveria, senza pregiudizio. Un mondo pulito, che però viene macchiato. E l’immagine di quel treno, circondato da arbusti e con sei biglie davanti, su uno sfondo giallo ocra, in copertina, è l’immagine perfetta per introdurci in questa fiaba malinconica, testimonianza di quanto quel tempo abbia falciato vittime innocenti anche nei modi più improbabili e diretti.