Il Caos e la notte è l'ultimo romanzo scritto da Henry de Montherlant, imperniato sugli ultimi anni vissuti da Celestino Marcilla, ex combattente durante la guerra civile spagnola tra le fila anarchiche, e successivamente espatriato in Francia, a Parigi, città e popolo che ferventemente odia, onde evitare possibili persecuzioni da parte del regime franchista. Celestino è uno dei personaggi più bizzarri che abbia mai letto delineato in un romanzo: è un paranoico senza limite, convinto durante i suoi anni di esilio di essere costantemente pedinato dalla polizia politica spagnola a causa dei suoi trascorsi bellici e della sua passione anarchica, è un egoista, un rancoroso e uno sprezzatore, un disadattato che vede il mondo esterno come un immenso campo di battaglia, ma è anche un grandissimo sognatore, un uomo integro fino al midollo, e soprattutto fedelissimo alle sue idee. Sì, come è semplice ipotizzare Don Celestino è un moderno Don Chisciotte, ma al posto della spada Celestino (che un tempo come da lui sempre rimembrato impugnava un parabellum) impugna una penna, ed il suo combattere per cambiare il mondo e attuare una trasformazione di stampo anarchico-comunista (concessione cui malincuore è costretto a cedere a causa del numero assai maggiore di essi in Francia rispetto agli anarchici) avviene attraverso la scrittura di articoli politici, sempre rigettati dalla stampa di sinistra spagnola per la stramberia delle sue idee. E come Don Chisciotte poteva contare su Sancho, fedelissimo scudiero, anche Celestino può contare su Pascualita, la figlia, devota e sottomessa nonostante le infinite stramberie del padre e il suo proverbiale egoismo, che sotto sotto cela tuttavia un immenso amore nei confronti della figlia. La maggior parte del romanzo è improntato su una chiave più comica: numerose sono le bizzarrie commesse da Celestino, come la toreada tra le macchine o la passeggiata tra i piccioni in piazza, ma delinea alcuni dei temi fondamentali degli ultimi due capitoli, ossia i capitoli del ritorno in Spagna di Celestino, che sono i capitoli della vecchiaia che incombe e lo abbatte improvvisa, e della conseguente morte. Le vicende di colui che poteva sembrare un pagliaccio, un folle, diventano con la meravigliosa scena della corrida esemplificative dell'intero genere umano: Celestino, spoglio ormai di cose del mondo e proiettato nella solitudine più cupa, comprende negli ultimi istanti di vita, dopo un presentimento che si era acceso agli inizi del testo, di come al mondo non esista che nebbia, e ciò che esiste realmente non sia altro che il caos, ossia la sovrapposizione caotica di accidenti che è la vita, e la notte, ossia il nulla, il buio, che sono il prima della nascita e il dopo della morte. Stilisticamente devo ammettere che all'inizio mi aspettavo di più, avendo letto dell'eleganza e della raffinatezza stilistica di Montherlant: più che questo, ho apprezzato la facilità con cui Montherlant riesce a giungere al profondo delle cose, mentre mi ha fatto storcere un po' il naso una prolissità e una ripetitività a tratti eccessiva.