Prima che il ragazzone in copertina, Jack Kramer, lo chiudesse per sempre nella confortevole camicia di forza del professionismo, il tennis era un mondo libero e per molti versi alieno, dove ognuno sembrava dare, del gioco, un’interpretazione quantomeno personale: Torben Ulrich tentava di cogliere, in stadi e palazzetti, il suono perfetto della palla sulle corde; « Teach » Tennant, che aveva insegnato a Carole Lombard e Joan Crawford, cercava di trasformare le sue giocatrici in « statue di tennis »; e Art Larsen – oh, Art seguiva sempre e solo i consigli del suo coach immaginario, l’aquila reale appollaiata, durante i match, sulla sua spalla. Quel mondo rivive in questi racconti, che sono lunghe didascalie di altrettante foto d’agenzia degli anni Cinquanta, trovate per caso nella valigia di un collezionista. Con varie sorprese, e almeno una scoperta: dietro a volti e nomi ormai esotici – Gottfried von Cramm, Beppe Merlo, Pancho Gonzales – si nasconde infatti qualcosa di cui il tennis arcaico era intessuto, mentre quello survoltato di oggi sembra averne smarrito anche solo il profumo: un meraviglioso intrico di storie.
Nato a Genova nel 1960, milanese di adozione, da molti anni Matteo Codignola lavora per Adelphi, come editor e traduttore. Ha tradotto, fra gli altri, testi di Patrick McGrath, Mordecai Richler, Edward Gorey, Patrick Dennis, e John McPhee e curato la nuova edizione italiana delle opere di Ian Fleming. Ha pubblicato Un tentativo di balena (2008, con disegni di Roberto Abbiati), Mordecai (2010) e Vite brevi di tennisti eminenti (2018) con Adelphi e Un tocco di focaccia (2013) con Slow Food Editore. Collabora con Rivista Studio e Undici.
Non mi è chiaro il senso di questo libro: una catena di aneddoti su tennisti di un’epoca remota che hanno probabilmente senso per chi di loro sa già tutto. E quindi probabilmente anche questi aneddoti.
Non è un caso che ognuna delle storie qui raccontate riguardi tennisti in attività al massimo fino alla metà degli anni Settanta. Dopo, infatti, più o meno a partire dagli anni Novanta, è cambiato tutto. In peggio, mi sembra, tranne il passaggio salvifico di Federer. Prima il gesto estetico prevaleva sull’agonismo e ciò che succedeva nella vita vera aggiungeva o toglieva romanticismo a ciò che era già leggendario di suo. Dopo, solo scambi sempre più violenti e geometrie senza fantasia. La stessa noia delle vite fuori dal rettangolo di gioco.
Un libro che mi ha sorpreso positivamente. Per amanti del tennis. Ma anche no. Lo può leggere chiunque ami chi scrive bene. E Codignola scrive bene. Molto. Leggetelo e non ve ne pentirete.