Un giovane docente universitario inglese, Edward Forster, approda a Roma; qui conosce Lucia, una ragazza dal fascino sfuggente e misterioso che lo condurrà sempre più nel cuore di una Roma che abbaglia e sorprende. Ben presto, infatti, il suo soggiorno si rivela occasione per scoprire non tanto le testimonianze storiche e monumentali della città eterna, quanto il vortice emozionale che essa nasconde. Un vortice in cui la razionalità e il sentimento si smarriscono negli stupori del sovrannaturale. Ma la Roma arcana e notturna che Edward Forster attraversa sarà reale? E la bellezza di Lucia appartiene al sogno o alla realtà? Romanzo ricco di sorprese e meraviglie, da cui negli anni Settanta fu tratto un memorabile sceneggiato, Il segno del comando è "la vacanza romana" di un uomo che, inseguito da incubi e inspiegabili presenze, scopre nella propria insicurezza un modo di vivere.
Se avessi dovuto giudicare il libro in base al piacere che mi ha dato la lettura lo avrei potuto promuovere a punteggio pieno, ma dal punto di vista letterario il romanzo non merita obiettivamente più della sufficienza, il voto finale è quindi un dignitoso compromesso. Di solito preferisco leggere il libro prima di vedere il film che da questo è tratto, questa volta vale il contrario, il romanzo è basato sulla sceneggiatura, scritta dallo stesso D’Agata, per il bellissimo sceneggiato prodotto dalla RAI nel 1971, un vero e proprio “cult” nella storia della nostra televisione; chi non ha mai visto ed amato questa, come la chiameremmo oggi, “serie tv”, difficilmente potrà appassionarsi su queste pagine quanto me. Ho un legame quasi ancestrale con Il segno del comando, venne programmato per la prima volta quando non avevo ancora cinque anni e, pur non essendo in grado di capirne la trama e l’intreccio, mi comunicò già un senso di mistero e di inquietudine. Fu il primo di una serie di gialli a sfondo fantastico ed esoterico che mi accompagnarono negli anni ’70, mi ricordo molto bene di Ritratto di donna velata, Gamma, La traccia verde, Il fauno di marmo... Non credo di aver perso nessuna delle successive repliche e penso che uno dei primssimi turbamenti erotici me lo abbia regalato la bellezza enigmatica e - è proprio il caso di dirlo – spettrale, di Carla Gravina (non mi piace mettere emoticon, ma immaginate di veder sbocciare qui un cuoricino…). Ho bene in mente anche gli altri eccellenti attori: Ugo Pagliai, Massimo Girotti, Paola Tedesco, Franco Volpi… leggere il romanzo è stato un modo diverso di rivederli e riascoltarli. Ci sono qui i difetti tipici di uno scritto concepito per lo schermo, i dialoghi sono efficaci ma l’azione è veloce in maniera innaturale, quasi parodica, l’incalzare di eventi, coincidenze, rivelazioni e colpi di scena è poco credibile, ma indubbiamente avvincente, anche perché fino alla fine non si capisce se sia davvero di natura sovrannaturale la cospirazione che vede al centro l’ignaro Edward Forster, professore inglese invitato a Roma per tenere una conferenza su alcune pagine ritrovate del diario di Byron, e la città eterna è forse la protagonista principale sia dello sceneggiato che del romanzo, coi suoi vicoli, i cortili, i palazzi, gli androni… mi sono ripromesso di tornarci presto e visitare anche qualcuno dei luoghi che ho trovato descritti, lontani dalle rotte turistiche più frequentate, ad esempio il cimitero acattolico… forse la prossima primavera. Vi farò sapere… Chi non avesse mai visto lo sceneggiato può colmare la lacuna, lo si trova in streaming, per una volta legale, sul sito RaiPlay: http://www.raiplay.it/programmi/ilseg...
Qualche giorno fa è passata a trovarci in ufficio una collega che, poco più di un annetto fa, ha raggiunto l’agognato traguardo della pensione. Mi ha chiesto “Sai cos’è ‘Il Segno del Comando’?” e io sì… cioè, so che era una serie tv, ma solo quello, non avevo proprio idea di cosa parlasse. O meglio, non so come mai, ma credevo fosse una qualche vicenda ad ambientazione ottocentesca, a sfondo militare (confusione con il bastone del comando? A volte il mio cervello si convince di certe cose da solo e senza motivo). Comunque, la collega mi ha spiegato che era una storia di misteri, occultismo, fantasmi, e che mi aveva portato il libro perché pensava potesse piacermi. Così, incuriosita, ho messo da parte il Carrère che avevo iniziato quel mattino (spero che Emmanuel, un filino narcisista, non ne abbia a male) e mi sono dedicata al Segno del Comando, libro che altrimenti non credo avrei mai letto. In effetti sì, la storia mi è piaciuta: è un bell’intreccio scacciapensieri, e certi aspetti che durante la lettura possono sembrare improbabili coincidenze o difetti vengono in parte giustificati dalle spiegazioni finali. E poi, fantasmi e vite precedenti, ci vado a nozze! Quello che proprio non mi è piaciuto è lo stile: è piatto, banale, per nulla suggestivo; così i personaggi, che già non brillano per tridimensionalità, risultano ancor più di cartone. Un peccato, perché il coinvolgimento ne esce gravemente menomato, almeno per quel che mi riguarda: c’era la curiosità di vedere come si sarebbero risolte le cose, se Lucia fosse un fantasma, se davvero ci fosse la reincarnazione di mezzo, ma nessuna empatia, nessun affetto per i protagonisti, o apprensione per la loro sorte. Informandomi ho scoperto che, al contrario di quanto pensassi, prima è venuta la serie tv, e solo dopo il romanzo. Appreso questo mi sono resa conto che sì, il libro sembra proprio una sceneggiatura adattata a romanzo, ma senza il disturbo di approfondire il tutto... quasi una semplice descrizione delle puntate. Probabilmente la vicenda funziona meglio su schermo, mentre su carta mi sembra tanto un’occasione persa. Comunque è stata una lettura piacevole… tre meno meno.
Il Segno del comando è un thriller (forse è una parola grossa) che vede protagonista Edward Forster, un professore inglese studioso di Lord Byron invitato a Roma per una conferenza ma che improvvisamente si ritrova invischiato in uno strano mistero che lo coinvolge in prima persona… Probabilmente, se siete persone che amano il vintage, non vi sarà sfuggito il titolo del romanzo. Ebbene sì, è il romanzo basato sulla sceneggiatura dell’omonimo sceneggiato RAI del 1971. È una lettura leggera, trama coinvolgente e con un bell’intreccio ma tutto accade in maniera troppo veloce e lo stile non mi ha convinto. Più che un romanzo sembra di leggere una sceneggiatura allungata con l’aggiunta di dialoghi qui e là. Peccato, perché poteva venire fuori un bel romanzo. Anche i personaggi risultano bidimensionali e non si riesce a empatizzare con loro ma almeno non sono irritanti. Lo sceneggiato è decisamente meglio. Adatto ai nostalgici e ai curiosi.
E insomma. Nell'introduzione al libro viene chiaramente spiegato che si tratta di una sceneggiatura (quella dell'omonima miniserie del 1971) rimaneggiata e riadattata sotto forma di romanzo. Mi aspettavo dunque che la narrazione potesse essere vagamente affrettata, e magari dare per scontate cose che, in un romanzo nato come romanzo, non sarebbero state date per scontate affatto, ma di certo non mi aspettavo una tale sciatteria stilistica e una tale superficialità narrativa. Insomma, mi aspettavo che, a partire dalla sceneggiatura, D'Agata avesse effettivamente scritto un romanzo, ma la realtà dei fatti è proprio quella letterale che emerge dall'introduzione: la sceneggiatura è stata "sovrascritta", sostituendo parti di narrazione tradizionale alle descrizioni delle scene e mettendo i dialoghi fra virgolette piuttosto che in seguito a un nome e ai due punti, ma lo stesso, la sensazione di trovarsi davanti ad una sceneggiatura giusto appena corretta per darle organicità è fortissima, estremamente fastidiosa e quasi "imbarazzante". La storia in sé potrebbe anche essere interessante (anche se, sul finale, soffre moltissimo l'anticlimax e la presenza di un paio di deus ex machina che spiegano esattamente la situazione per com'è permettendo al lettore di comprenderla, cosa che non sarebbe assolutamente stato in grado di fare senza l'aiuto di questi due personaggi - uno dei quali appare quasi solo alla fine, peraltro - a scendere dal cielo con la loro scienza infusa), ed i personaggi, per quanto assolutamente monodimensionali ed anticarismatici, non sono fastidiosi, ma non si riesce in alcun modo a passare sopra a quanto male il romanzo sia scritto. Ero indecisa fra le due stelline e una stellina sola, perché onestamente mi dispiace dare a questo romanzo lo stesso voto che ho dato a Volo (nessuno merita lo stesso voto di Volo), ma dire che il libro "sia okay" è estremamente esagerato. E suppongo che questo dica tutto. Darò probabilmente un'occhiata allo sceneggiato, però. Mi sembra che la televisione sia la dimensione più esatta, per un'opera come questa, e potrebbe rivelarsi un'esperienza più piacevole, rispetto alla lettura.
Nel 1994, Giuseppe D’Agata rielaborò la sceneggiatura de 'Il segno del comando' il leggendario sceneggiato rai del 1971 e ne ricavò un romanzo. Ne approfittò per ripristinare il finale originale, che svela alcuni punti rimasti in sospeso nella riduzione televisiva. Quello che ne viene fuori è una matriciana gotica spettacolare, con fantasmi, spionaggio, e soprattutto Roma, la vera protagonista della storia. Amo questo libro, gli porto affetto perché ha segnato un po' tutti i miei anni romani.
Letto anni fa ma "ripescato" quest'anno e riletto con piacere. Strampalato a volte, è divertente (e adesso, grazie a un RomanZ, è legato anche a ricordi molto piacevoli).