È una mattina gelida quando un uomo esce dal carcere di San Vittore. È solo, nessuno lo sta aspettando. Si chiama Sasà, dopo quasi cinque anni di cella guarda per la prima volta da uomo libero il cielo sopra Milano. Deve tornare a casa, in fretta, a Quarto Oggiaro. Ha un piano e pochi giorni per metterlo in pratica: recuperare il denaro che aveva nascosto, prendere sua moglie e sua figlia e volatilizzarsi, prima che qualcuno - magari qualche suo vecchio «amico» - lo faccia sparire dalla faccia della terra. Nel suo passato ci sono traffici di droga fra Napoli e la Germania, omicidi per conto della 'ndrangheta, ricatti e alta finanza. Sasà era destinato a una pena di almeno trent'anni, come è potuto uscire di galera così presto e «legalmente»? È quello che, come al solito controvoglia, l'ispettore Ferraro dovrà scoprire. A indirizzare le sue indagini ha provveduto una telefonata di Augusto Lanza, convinto che qualcosa di grosso stia per accadere. Così, in una metropoli sferzata da una bufera di neve, fra periferie abbandonate e nuovi grattacieli, fra chiese barocche e palestre di pugilato, Ferraro imparerà come un ragazzo qualsiasi sia diventato negli anni un efferato criminale. Dovrà cercare di catturare Sasà prima che venga di nuovo inebriato dal sapore del sangue. Al quale non ha mai saputo resistere.
Non faccio in tempo a scrivere un’ode ai gialli e ai noir con un protagonista forte (vedi Martin Bora) che subito accorre Biondillo a smentirmi con la magata di Il sapore del sangue. Cercherò di spiegarmi.
Fra i personaggi della fiorente letteratura italiana di genere, Ferraro è per me una Stella Polare: un vero riferimento intorno a cui tracciare le distanze, una bussola sempre attiva che mi aiuta a orientarmi in quelle caratteristiche umane e di denuncia sociale che mi sembrano contraddistinguere le più alte espressioni dei nostri giallisti. Ecco, ne Il sapore del sangue Ferraro c’è e non c’è. Se ne avverte la presenza, prepotentemente, ma non è protagonista nell’accezione più tipica del termine. Resta protagonista Milano, che perde – anche nella sua malavita e nei suoi quartieri più complicati – un po’ di quell’aura quasi romantica che avevamo imparato a conoscere: segno dell’evoluzione dei tempi e della maturità di uno scrittore, che non si accontenta di ripercorrere sentieri che ha già battuto ma si muove con la libertà di chi ha voglia di accompagnarti a scoprire qualcosa di nuovo.
Il sapore del sangue è un romanzo vivo, corposo come un bicchiere di rosso di quelli che tranciano un po’ le gambe, politico nel significato più profondo e meritevole di questa parola oggi così intristita e originariamente, paradossalmente, così nobile.
(bello chiudere l’anno con Biondillo: auguri a tutti di un 2019 felice e ricco, ricchissimo di meravigliose letture!)
Libro interessante e personaggi che rimangono ben impressi nella mente del lettore. E a Sasà nel bene e nel male ti ci affezioni. Lettura piacevole e mai noiosa. I miei più vivi complimenti allo scrittore con l’augurio di continuare su questa scia.