3,5 ⭐️
Se avete dimestichezza con l’inespressività del dolore e le ferite nascoste, se vi è capitato di averci a che fare, o se attualmente sentite di averne almeno uno, uno soltanto, di camminare con un peso nello stomaco girovagando fra gli angoli interni ed esterni alla ricerca di un appiglio che non risolva ma che - quantomeno - risollevi dall’oscurità di un’esistenza capitata, rifatevi con i racconti. Non il vostro, troppo accecante e labirintico per lo scopo, ma i racconti degli altri, di chi come voi esiste nello stesso suono stonato e ammaccato. Chi può contribuire a questo se non un autore che del racconto ne ha fatto la sua impronta stilistica, e del dolore implicito il tema su cui scrivere di più?
“Gli inconvenienti della vita” di Peter Cameron può rappresentare il primo assaggio a un universo fatto di piccoli mondi quotidiani, asciutti quanto la sua scrittura, a cui assistiamo quasi come veri spettatori dinanzi a una scena. Due racconti, due relazioni: non solo lo stato di una sofferenza ma, nello specifico, lo stato di una sofferenza all’interno di due coppie. Due uomini prima, due anziani dopo. Ciascuna legata da un filo invisibile che richiama il logoramento, qualcosa che avanza occupando gran parte dello spazio vitale necessario a redimersi. Due relazioni, dunque, ma anche il pregresso di due eventi che scombinano le carte senza più lasciar ritrovare il gioco di prima, in un incastro da riscoprire e ricostruire ogni giorno. A un estremo del filo, un incidente ha condotto Theo a un senso di fallimento per il quale niente, persino il comunicare, sembra più possibile, un mondo “fragile e inconsistente, un vivere fasullo, rabberciato, sempre lì lì per implodere e franare”, mentre all’altro capo del filo è l’impronta di un lutto a scoperchiare lati di sé dapprima inconoscibili, giacché “conoscere l’altro sempre meglio, a un certo punto, significa conoscerlo sempre meno”.
È al passo di questo ritmo che conosciamo i personaggi di questa breve raccolta, dove Peter Cameron gestisce con apparente semplicità due quotidiani alternati da percezioni e dialoghi in grado di conferire unicità viva a un mondo dentro cui spendere persino parti di noi. Quasi che, mentre leggiamo, ci prendesse per mano accompagnandoci verso altre visioni e somiglianze. Perché per quanto non lo vogliamo, alla fine dei conti, è nel dolore che più finiamo per assomigliarci. E nel frattempo aspettiamo, come i quattro protagonisti, che le cose seguano il loro corso. Non è rassegnazione, la loro, ma semplice esistenza: e questo Cameron lo trasmette come il più forte istinto che un essere umano può sperimentare. E nonostante l’oscurità e l’unico modo possibile di portarla con sé, ciò che rimane è l’attesa. L’attesa di “qualcosa di rannicchiato e sopito” che possa ricordare, ogni giorno, che gli inconvenienti non cancellano, bensì portano. E donano.
E allora aspettiamo, spettatori di un divenire, protagonisti di un sentire.