Ci sono molti modi di trasformare qualcuno in un fantasma, e Thomas Edwards si è scelto il suo. La sua vita non ha proprio niente che non Tom è un giovane italoinglese di buona famiglia, che abita a Londra e viaggia spesso per lavoro. Architetto, gestisce con successo uno studio di light design, e da quasi un anno fa coppia fissa con Ottie Davis, una chef in carriera con un figlio di sette anni, Martin. Ma Thomas abita il mondo solo in schivo e in parte irrisolto, lascia che la vita scorra senza pensarci troppo; il suo ricordo di un amore finito, quello per Sophie Selwood, è una presenza costante e tangibile, che illumina gli eventi e le cose che lo circondano, e ci racconta di come l’amore, o il ricordo dell’amore, possano trasformarsi in una composta e implacabile ossessione. Una strana eredità da parte di un eccentrico zio costringe Thomas a uscire dalla quotidianità. Un viaggio verso un’isola del sud Italia, un albergo affascinante e malandato e un fine settimana imprevisto – in compagnia della gente del posto e degli altri forestieri giunti a loro volta sull’isola – saranno l’occasione perfetta per sparigliare le carte, guardare le cose da un altro punto di vista e fare finalmente i conti con il passato, questo animale saggio e al contempo grottesco che sembra sempre volerci indicare la strada.
Eleonora Marangoni è nata a Roma nel 1983. È scrittrice, copywriter e consulente di comunicazione. Laureata a Parigi in Letteratura comparata, ha pubblicato il saggio “Proust et la peinture italienne” (Michel de Maule, 2011) e “Proust. I colori del tempo” (Mondadori Electa, 2014). Il suo romanzo d’esordio “Lux” (Neri Pozza, 2018) ha vinto il premio Neri Pozza e il premio Opera Prima,
Eleonora Marangoni, Italienne de naissance, est devenue parisienne par amour pour Proust. Après une formation littéraire poussée, elle s’est tournée vers les publications d’art. Elle est aujourd’hui directrice artistique dans plusieurs maisons d’édition.
Indimenticabile la scena della nuvola che entra nel salotto dell’hotel Zelda.
Difficilmente i luoghi che non conosciamo sono come li abbiamo immaginati, così, quando ce li troviamo davanti e li scopriamo molto simili all’immagine che avevamo nella testa, ci sorprendiamo di più che se fossero stati completamente diversi.
Fino a pochi giorni fa, fino al momento in cui ho preso in mano questo libro, Eleonora Marangoni mai sentita, non ne sapevo nulla. Ora, tre giorni dopo, dopo le duecentocinquanta pagine di Lux, ho già due suoi libri che mi aspettano sul comodino. Un incontro imprevisto, e sorprendente. Una scoperta piacevole e preziosa. Lux è una gioia e una sorpresa, che si ripete almeno duecentocinquanta volte.
Robert Gonsalves
La scrittura di Eleonora Marangoni è piena di grazia e priva di qualsiasi leziosaggine. È semplice e piana ma ricercata attenta curata. È dolce e avvolgente anche nei momenti più ironici. Racconta una storia di grande fantasia, che ha un protagonista ma è corale, e ruota intorno a un luogo del sud Italia che è immaginario ma sembra di esserci stati. La luce del titolo è quella che assorbe il protagonista, light designer, ed è quella che caratterizza quel luogo a suo modo magico. I personaggi umani sembrano provare a comunicare ma senza grande successo, e neppure grande scoramento. Funziona meglio la vita degli oggetti, tanto che verrebbe da intitolare il romanzo “La più recondita memoria degli oggetti”. E con recondita si intende nascosta.
Da qualche parte ho letto una definizione dell’esordio di Eleonora Marangoni che mi ha colpito e rapito come ha fatto Lux, e ho voluto annotare: Un’opera che riesce a conciliare con disinvoltura la freschezza della modernità con l’autorevolezza di un classico. E, tocca dirlo, è pressoché scontato: le frequentazioni e studi proustiani della Marangoni - che ha pubblicato lo studio su Proust e la pittura italiana e uno sul significato dei colori nella Recherche - si sente pulsare in queste pagine nel ruolo che riveste la memoria. Al punto che il grande amore è quello di sette anni prima e non certo la relazione in corso. E pure se sette anni prima, quell’amore durò poco o quasi nulla, è un fatto che non conta, il ricordo lo ha reso speciale e unico. Realismo magico? Forse, possibile. Ma, soprattutto, un’autentica delizia.
Ma laggiù, tra quelle valli e la loro gente, “mai” non era una minaccia: era una promessa e aveva dentro qualcosa di dolcissimo. A saperlo guardare, “mai” era più bello di “sempre”. Era la stessa identica cosa, solo vista dall’altra parte del mare.
Pure qualcosa in più. I libri migliori arrivano in casa mia per caso, perché leggo qualcosa di sfuggita e me lo segno in agenda, perché non dò retta ai consigli - beh,questo mai -, perché faccio un ordine e poi ci aggiungo qualcosa che mi ispira, perché ci inciampo e non mi ricordo mai bene perché.
Lux è finito sul mio comodino prima che finisse nella dozzina dello Strega. Ora, non mi dilungo né sullo Strega né su cosa io possa pensare dei candidati, delle liste, delle classifiche. Per dire che l'ho letto senza alcun condizionamento.
Ho iniziato le prime dieci pagine e: - mi piaceva la storia. - c'era Londra - mi piaceva questa famiglia accennata - mi piaceva quel modo di scrivere semplice ma non semplice e mai banale.
L'ho finito in un paio di giorni. Rapita un po' dalla trama e un po' dalla scrittura. Mai avrei pensato che questo fosse un libro da Strega ma, vedi sopra.
Ci sono alcune belle idee, e c'è n'é una di fondo, sugli amori passati e sulle persone che rimangono dentro di noi, che è proprio narrata bene, senza banalità alcuna.
E' un libro che ho molto sottolineato, che ho molto annotato e che mi ha molto fatto pensare. Un bicchiere di Merlot mi ha fatto compagnia e mi ha scaldato l'anima. Meno, però, di quanto abbia fatto il libro,
Una scrittura in punta di piedi quella di Lux, il tentativo di dipingere l’inafferrabile. Come la luce, metafora principe del libro, esistono entità e dimensioni che pervadono la nostra esistenza, ma che sfuggono ad una concezione materialistica della vita e amano rimanere ai margini: Il sapore dei ricordi, il colore dell’aria dopo la pioggia, l’intensità di uno sguardo... piccoli frammenti che sanno rendere vivide le giornate, ma a cui spesso non si presta attenzione. Tutto il libro è un tentativo di dare voce alla parte nascosta che si cela dietro i fatti della vita, l’amore per il dettaglio e la ricostruzione di un’atmosfera particolare sono la costante di un romanzo che intreccia gli sguardi nostalgici al passato dei suoi protagonisti con i tentativi di venire a patti con loro stessi e con quello che li circonda. Delicato e pittorico, con tonalità da classico inglese Lux è una lettura squisita e particolare. Consigliato assolutamente
Thomas è un architetto, anzi un light designer londinese che eredita dallo zio addirittura una imprecisata isola situata nel sud d’Italia. Perseguitato dal rimpianto per un amore finito che lo lascia vagare in un presente umbratile dove la luce, nonostante il mestiere, rimane spenta, si muove a tentoni nella vita, intrecciando una relazione poco soddisfacente con la non ben definita Ottie.
Forse per questo intraprende il viaggio, con la male assortita compagna e il di lei figlioletto, dalla fosca Inghilterra alla sfolgorante isola mediterranea. Ma qui incontrerà una serie di problemi, nonché svariati e improbabili personaggi e così la vicenda si dipana e si dirama come un puzzle impressionista: frammentata, senza storia e senza costrutto, ma con bello stile, modello prima della classe. Che però non è sufficiente a fare di questa scrittura anche un’opera narrativa compiuta che vada oltre la mera (e ambiziosa) esercitazione scolastica.
Bisognerebbe volare un po’ più basso, credo, svolgere almeno un tema invece di seminarne tanti, approfondire un paio di personaggi invece di sparpagliarne una miriade che rischiano di diventare soltanto macchiette o exempla (ma di che cosa rimane brumoso).
Che il lettore si affatichi nelle profondità e non nella disseminazione delle superfici, pur se agghindate per sembrare attraenti e luccicanti.
Il giorno in cui gli comunicarono che aveva ereditato una sorgente d’acqua minerale, un vulcano inattivo e una pensione scalcinata in un’isola del Sud dell’Europa, Thomas G. Edwards amava ancora perdutamente Sophie Selwood.
Ecco, l’incipit è forse la cosa migliore. I personaggi e l’idea di partenza sarebbero intriganti, anche se già si percepisce nella prima parte una prosa artefatta e iperdescrittiva a smorzare le buone intenzioni. La parte centrale però è limacciosa, si infanga. La terza è sbilenca, dispersiva, da potenziale ribaltone, ma alla fine un po’ inutile.
È un libro ovattato, di atmosfere, ma che non ho capito bene dove volesse andare a parare. Come dice l’autrice stessa, più o meno a metà, in tutta quella storia non c’era nessun cattivo e nemmeno una chiara morale, solo eventi che correvano a zigzag uno dietro l’altro senza una ragione precisa.
Marangoni gioca tutto sullo stile - perché la storia, dai, non c’è -, e crea un cortocircuito tra la contemporaneità dei fatti e la - irritante - patina di teatralità ottocentesca con cui sono raccontati.
Una fiaba di solitudini che si incontrano, dal mood rischioso da Sundance Festival tra il delicato e l’estroso sgangherato. Ci vuole un’idea forte e luminosa per non scivolare. Qualche momento simpatico o più ispirato c’è. Però c’è sostanzialmente troppa roba, e non rimane attaccato niente.
Surrogato indie brumoso. Derivativo, di maniera. Insipido. [58/100]
Uno si sforza sempre di fare prima, di andar piú veloce che può; guarda i trailer dei film per scegliere quello giusto, controlla i percorsi sulle mappe per imboccare la strada piú breve, si danna se la connessione va lenta, preme il tasto > < degli ascensori, si lava i denti sotto la doccia e manda messaggi mentre è alla guida, e poi? Poi passa tre giorni attaccato a persone di cui scopre ogni dettaglio e con le quali non avrà mai piú a che fare. Oppure, al contrario, si perdono anni dietro qualcuno che poi in un secondo, in un solo gesto ci diventa estraneo per sempre, e si porta via tutto il tempo che abbiamo scelto di dedicargli e quello che forse – senza che nemmeno ce ne accorgessimo – si è messo in tasca senza riguardo.
Un inizio folgorante, originale, lieve, poetico, con una 'timida idea di bellezza'. Purtroppo dopo le prime 60 pagine, la perdita della tensione, la caduta. Ho avuto l'impressione che non ci fosse uno sbocco, una direzione, una sostanza vera, il romanzo ha cominciato a girare su se stesso e a diventare ripetitivo e claustrofobico.
A me piace molto il regista Wes Anderson, anzi penso sia un genio, ho visto tutti i suoi film. Se Lux riporta 'il Wenderson touch' in chiave letteraria è perché anche qui c'è un'attenzione maniacale per gli oggetti abbandonati, per certe tonalità luminose e per certe situazioni sospese e traboccanti di nostalgia (c'è pure l'ambientazione su un'isola); i personaggi della Marangoni ricordano quelli del regista: adulti mai cresciuti bloccati in un'eterna adolescenza. Il rischio di incorrere in inconsistenza, di giocarla "alla Amélie Poulain", con quella retorica un po' vuota e aforistica, alternativa e sdolcinata, fatta principalmente di stramberie e sconclusionatezze era in agguato. Ecco il pericolo: l'effetto circo": la coralità del romanzo, la molteplicità dei personaggi e un'attenzione eccessiva alle loro caratteristiche esteriori (e alle loro stramberie, come fa Wes Anderson ma con esiti diversi perché diversi sono i mezzi utilizzati) fa girare la testa al lettore, gli fa perdere la bussola e gli fa sentire il vuoto. Tutto diventa improvvisamente inconsistente, manierato, futile.
Ci sono poi alcuni passaggi belli, e ispirati. Eccone un paio.
"Ma il futuro adesso aveva smesso di sembrarle urgente. Forse era questo diventare grandi. Non era certo smetterla di camminare nella parte assolata della strada. Era fare quello che andava fatto e non aspettarsi qualcosa in cambio, senza smettere di prendere sul serio gli arcobaleni, i riflessi sull'acqua e le scritte sui muri."
:Cerchiamo nei libri quello che non capiamo della vita, e nella vita quello che leggiamo nei libri. Forse è questa, la nostra condanna all’infelicità: cercare risposte e trovare solo commozione."
Avevo letto recensioni piuttosto discordanti, ma sapendolo tra i candidati allo Strega del 2019, ed avendolo in libreria da un tot, ho voluto farmi un'idea. La scrittura è ricercata, vero, ma non l'ho trovata eccessiva in questo. Diciamo letto volentieri, mi è piaciuto soprattutto immaginare le ambientazioni e i personaggi, trama nì.
Protagonista di questo romanzo è un architetto delle luci italo-inglese che eredita da uno zio uno sperduto hotel su una minuscola isola italiana. Si reca sul posto per venderla con la sua fidanzata, ma le cose non andranno come era stato previsto. Il romanzo è caratterizzato da una scrittura eterea, acquerellata, che tende a farsi inconsistente, pur essendo zeppo di dettagli inutili e a volte anche irritanti. Il protagonista è un detestabile idiota, ancora innamorato di una donna che non vede da 7 anni e con la quale ha avuto una relazione per pochi mesi. Così tratta tutte le altre donne della sua vita in maniera abbastanza superficiale, compresa la nuova fidanzata Ottie, che è uno dei pochi personaggi riusciti e salvabili di tutto il romanzo, che per avere solo 250 pagine ne è veramente pieno zeppo. L'autrice mi sembra attingere a piene mani dalla letteratura recente. Lo zio Valentino del protagonista mi ha ricordato in tutto e per tutto lo zio Marcos de La casa degli spiriti e anche il protagonista Thomas sembra uscito dalla penna di Baricco. L'hotel sembra ispirarsi alle creazioni di Wes Anderson, ma poi l'autrice si fa prendere la mano e inserisce troppe assurdità, tra cui un episodio a circa 2/3 del romanzo con una nuvola che mi avrebbe fatto scaraventare il libro dall'altro lato della stanza se lo avessi letto in cartaceo. Insomma. So che molti lettori più intellettuali di me l'hanno paragonato a Proust. Io Proust non l'ho letto, però meh. Due stelle e mezzo.
Finalmente un buon libro. Una storia scritta bene, con uno stile, un’idea, una scrittrice. Per farvi capire meglio mi viene in mente Wes Anderson, il regista. Vi piacciono i suoi film? È fatta. Dovete assolutamente leggere “Lux”. E anche se, come me, non siete degli appassionati di questo regista, il libro è comunque da leggere. Una bella storia, una scrittura che illumina e non dico altro. “È come il riflesso dello sguardo che abbiamo sulle cose». «Un riverbero». «Un cosa?». «Un riverbero”
Alla sua uscita, le ultime pagine del primo volume della Ricerca del Tempo Perduto di Proust vennero criticate: «Bella prosa, certo, ma che chiosa manierata», si disse, «che chiosa scolastica!». Eleonora Marangoni, che di Proust è studiosa attenta, in questo suo romanzo d'esordio, ahimè, eredita dallo scrittore francese la tendenza a voler trovare a tutti i costi chiusure ad effetto ed evocative. Non troviamo, invece, né gli stessi periodi-fiume da leggere con asmatico affanno, né la prosa vertiginosa e neppure i cortocircuiti temporali del grande Proust. Si badi bene: questi non sono difetti, ma semmai virtù. Per quanto Lux venga pubblicizzato come "il romanzo scritto da una Proustiana italiana", la Marangoni dimostra di avere un suo stile, molto apprezzabile e del tutto indipendente da quella del sublime maestro francese. La Marangoni dimostra di possedere anche un'altra cosa, e anche questa molto apprezzabile: la classe. Le auguro, dunque, di strapparsi di dosso l'etichetta di "Proustiana", sicuramente attaccatala addosso da editori e pubblicitari poco fantasiosi, e di potersi presto affermare come "Eleonora-Marangoni-e-basta".
Un'altra cosa che non si capisce bene se sia 'pubblicità ingannevole', colpo di genio del marketing, o entrambe le cose, consiste nel continuare a spacciare Lux per la storia dei tormenti di un uomo ancora innamorato della sua vecchia fiamma. Sì, è vero: il personaggio del nostalgico dilaniato c'è, e si chiama Thomas Edwards. Ma Thomas Edwards non ha la prepotenza dei 'protagonisti' tradizionali e Lux non è assolutamente il suo romanzo, la sua storia. Anzi, il bello di Lux consiste proprio nel fatto che la vecchia storia d'amore fra Thomas e Sophie si sfilacci e si disfi, mentre il romanzo esplode e si frammenta per far spazio, accogliere e racchiudere le storie di tanti personaggi, di tante vite e, infine, della vita immobile ma forse non quieta delle cose, degli oggetti che ci circondano e ai quali noi, stolti romantici, continuiamo testardamente ad attribuire significati, ad affidare ricordi, ad infondere emozioni.
Per carità: ci sono dei difetti, in questo romanzo, ma sono spesso perdonabili. I momenti in cui l'autrice 'sfonda la quarta parete' e si rivolge direttamente al lettore, per esempio, sono poco necessari, se non fuori luogo. La mail della scienziata, gli appunti del vecchio scrittore - momenti ben scritti, certo, ma a mio avviso poco organici al tutto del romanzo. Il ritmo a volte stenta a decollare, proprio per quella scrittura che vuole essere a tutti i costi 'ad effetto' di cui si diceva prima. Atre parti sembrano essere state messe lì giusto per allungare il brodo.
Aldilà di tutto, però, Lux rimane un buon romanzo, in grado di fare i conti con i grandi arazzi narrativi delle opere classiche ma senza dimenticare le grandi lezioni e le mirabolanti sperimentazioni della contemporaneità. Soprattutto nella sua terza e ultima parte, poi, la scrittura delicatissima della Marangoni diventa fremente di emozioni e sentimenti: tematiche che in mano ad un scrittore meno accorto e più sborone avrebbero facilmente fatto precipitare il lettore nel baratro del trash, ma che in Lux vengono maneggiati con molta cura e tenerezza, mostrati attraverso un sottilissimo velo ricamato di parole.
Gran bell'esordio da parte di una scrittrice di cui sentiremo ancora parlare, dunque. (Al contrario di Benevolenza Cosmica, l'altro 'esordio dell'anno', di cui si continuerà a parlare, appunto, quest'anno e solo quest'anno.)
Secondo me è un tantino sopravvalutato. La storia è carina,lo stile di scrittura intenso e profondo, ma Thomas (il personaggio principale)non mi è piaciuto per niente.. nel finale mi aspettavo qualcosa in più.
Questo libro è la fiera del superfluo. Si perde in una moltitudine di dettagli, personaggi secondari, storie senza un vero rapporto con la storia principale, se non molto marginale. Talora è maniacale nella descrizione del dettaglio del dettaglio e ti chiedi il senso di questo abbondare di particolari che, a mio parere, non aggiungono nulla al racconto se non lo sfinimento del lettore quando si rende conto di essere finito di nuovo su una strada secondaria e senza uscita. L'idea di fondo era buona ma lo stile mi ha esasperato.
Questa lettura mi lascia insoddisfatta. Cosa c’è che non va per me (e sia ben chiaro solo per me qui e ora!) in questo libro? Niente e tutto. Ma cosa mi fa dire di una lettura che mi è piaciuta? emozioni e risonanze, personaggi in cui vivere e rivivere o anche da odiare con tutto il cuore, infine una storia, un pezzetto di esistenza, qualsiasi. Qui ho trovato un insieme di esistenze inconsistenti, personaggi monocordi, ma che si vorrebbero profondi e riflessivi, qualche emozione sparsa qua e là ma la cui somma non dà un totale. Scritto con una prosa lineare, piacevole e scorrevole da grande romanzo, ma il romanzo non c’è.
Libro in odore di premi, da quello già ricevuto dall'editore Neri Pozza, allo Strega a cui è candidato. Meriti indubbiamente ne ha ma li diluisce man mano e un po' li spreca. Si parte con Thomas, trentacinquenne architetto londinese con origini italiane, bloccato dal passato, da una storia d'amore di quelle che segnano, e vivacchia in un presente scolorito. Questa prima parte è perfetta, fresca, con andamenti da racconto classico alla Coe, ma con guizzi originali personali, nel disegnare i contorni rarefatti di un uomo che non sa bene quale sia il suo posto al mondo e se ci sia. La lingua qui è preziosa ricercata, raffinata ma leggera, piena di osservazioni perfette e calzanti sui moti altalenanti di chi cerca ma è bloccato. Tante parti andrebbero citate per la misura e la ricchezza dell'osservazione di momenti psicologici complessi, le parole precise per raccontare l'indefinito. Poi però la scena si sposta su un'isoletta del sud Italia ereditata da Thomas, dove il passo cambia, in tutti i sensi, sia nella trama che nella scrittura. E qui, nell'hotel Zelda, anch'esso parte dell'eredità, Thomas incontrerà svariati personaggi che sembra arrivino diretti da una commedia anni '50 sugli americani in vacanza in Italia, con tutti i relativi cliché, personaggi caricaturali e dinamiche scontate. Qui il libro perde forza e magia (ma ricorrerà anche al realismo magico ad un certo punto), e si arriva alla fine solo per i crediti acquisiti all'inizio. Peccato.
P.S.: la copertina è forse une delle più respingenti mai viste, e tra l'altro ancora cerco di capire quale pur minima affinità con la trama abbia. Se qualcuno ne fosse al corrente mi piacerebbe saperlo, grazie.
Non so che folle istinto mi spinse a comprare questo libro anni fa. Mi chiedo solo se davvero sia utile nel 2022 ancora stampare libri scritti in questo modo. Uno stile vecchio, pieno di descrizioni inutili che non restituiscono nulla. Un libro vuoto, che non ti lascia alcuna immagine in testa. Un insieme di parole inconcludenti. Non sono riuscita a finirlo, mi sembrava troppo una perdita di tempo. Ma poi, che banalità è il tema del ricordo della donna perduta.
Eleonora Marangoni è un'accademica e si sente. È colta e di certo non lo nasconde (nulla a che vedere con Baricco, Dio ce ne scampi). Ha una scrittura tendenzialmente poetica e a volte inutilmente poetica, nonostante questo non ti stanca e riesce a tenerti lì, a cercare di capire dove voglia andare a parare con questo libro.
E qui, a proposito di dove vada a parare, bisogna fare dei distinguo. Il libro nel suo complesso gravita attorno al tema del passato che rischia di diventare una zavorra: quel passato così ben ancorato a certi oggetti, che evocano ricordi, che evocano rimpianti o rimorsi, che non ti lasciano libero. E l'insegnamento è: lasciar andare, buttando o reinventando quegli oggetti, per cambiare anche la prospettiva sul proprio passato.
Le vicende dei personaggi, ecco, quelle non vanno a parare assolutamente da nessuna parte. Ma ne avrete il sentore sin dalle prime pagine.
*piccola postilla. C'è un'inspiegabile scena di una nuvola in salotto...🤔
Londra, una giornata di marzo, Thomas G. Edwards riceve da un lontano zio materno un’eredità insolita: una sorgente d’acqua minerale, un vulcano inattivo e un albergo scalcinato in una piccola isola del Sud Italia. E così il protagonista si trova a dover eseguire un sopraluogo per poter organizzare la vendita di questa proprietà che con lui apparentemente non ha alcun legame. Il salto dalla metropoli inglese all’ambiente mediterraneo non è solo paesaggistico. E’ più profondo ed è proprio la luce che ne misura la distanza. “Sull’isola il sole non illuminava le cose, le abitava da dentro” scrive l’autrice. Anche la scelta dell’isola non è casuale. Per la scrittrice infatti “forse le isole erano sviste minuscole di un mondo che le aveva create mentre andava da un’altra parte e le aveva dimenticate presto.” C’è bisogno di un tempo sospeso, di un luogo immerso in un’atmosfera quasi magica perché la storia prenda corpo. Un carosello di personaggi si muove nelle pagine del libro: alcuni vivi, altri evocati dalla memoria del passato e altri ancora mai dimenticati. Ma il vero protagonista è lo Zelda, questo albergo che sembra avere un’anima perché è lo specchio del suo proprietario, lo zio Valentino che a seconda degli occhi di chi lo guardava era il classico italiano, farfallone, narciso e inaffidabile, come per Oliver il padre di Thomas, oppure un incrocio tra un personaggio delle favole e un caso clinico, un pioniere sbandato, un ottimista inguaribile e un affarista romantico, come per Cecilia, la madre di Thomas. O forse semplicemente un signore un po’ solo e triste, di un’eleganza compassata come se lo ricorda Thomas stesso nell’unico incontro avuto da bambino. E così è l’albergo, che emana il fascino delle vecchie signore che un tempo sono state ragazze incantevoli. E anche dopo il nubifragio, lo Zelda umido e ammaccato splende di luce e implora tenerezza. E in questo albergo sono raccolti tutti gli oggetti di valore e non che lo zio ha raccolto nell’arco di tutta la sua vita in giro per il mondo e in questo albergo si cela un segreto. Il segreto della serenità che Thomas intuisce alla fine del weekend trascorso sull’isola: solo se si è disposti a dare un’altra possibilità alle cose e alle persone è possibile mettere da parte il passato, senza tradirlo e finalmente continuare a vivere.
Secondo libro tra i 12 finalisti al Premio Strega che finisco e seconda ennesima, cocente delusione. “Lux” delude le aspettative non solo derivanti da hype dei lettori, ma anche quelle delle premesse interne al racconto. Si dovrebbe trattare di un romanzo di cose e persone dimenticate, abbandonate nel tempo, che trovano una loro rifunzionalizzazione. In questo è fedele, mantiene le promesse, ma non mantiene le promesse di dare al lettore una storia, una narrazione completa, che abbia un inizio e una fine. Sembra di trovarsi di fronte a piccoli racconti uniti da un motivo comune, ma anche in questo... sarebbero racconti che tutt’al più affrescano la vita di personaggi, e in questo devo dire che poi preferirei di gran lunga una Elizabeth Strout a Eleonora Marangoni. La Marangoni scrive bene, intendiamoci, ma forse deve scegliere meglio la materia delle sue storie.
Molto ben scritto, una piacevole scoperta. Sembra di sentire la storia raccontata da un'amica con i dettagli giusti e senza fronzoli. Viene voglia di non lasciarlo mai.
Un tentativo di trovare una lingua letteraria al servizio di una storia in cui la trama è del tutto assente. Noioso, non credibile, inutilmente alla ricerca della poesia anche dove non serve.
Questo libro, che mi ha prestato per caso la mia mamma e che sempre per caso io ho letto per via della copertina, mi é piaciuto veramente tanto. Si é fatto gustare ed ha riservato sorprese per tutta la sua durata e anche il finale "alla Pamuk" mi ha stupito in senso positivo. Inoltre é ben scritto e non dura troppo, cosa che di solito capita raramente.
Il protagonista Thomas Edwards è un affermato architetto che vive a Londra, la cui carriera e la cui vita sentimentale sembrano procedere bene. In realtà mano a mano che si avanza nella lettura scopriamo che lo è solo superficialmente. Un bel giorno scopre di aver ereditato da un lontano zio un albergo situato su di un'isola nel sud dell'Italia: non è che l'occasione per partire e fare questo viaggio dentro sé stesso e nei luoghi pieni di luce ma nei quali il tempo sembra essersi fermato, rimettendosi in discussione. Venendo a contatto con i più disparati personaggi, locali e forestieri, con tutto il loro mondo e modo di vedere la vita e le cose, gli apriranno gli occhi verso nuove opportunità. Questo libro, scritto con uno stile chiaro e scorrevole, è come una carezza: trasuda nostalgia ma anche la possibilità di riscattarsi, di guardare le cose e la vita da punti di vista diversi, più in profondità, di voltare pagina.
«Ma laggiù, tra quelle valli e la loro gente, mai non era una minaccia: era una promessa e aveva dentro qualcosa di dolcissimo. A saperlo guardare, mai era più bello di sempre. Era la stessa identica cosa, solo vista dall'altra parte del mare».
Ci sono cose che tutti sentiamo, oggetti che ci portiamo dietro perché pensiamo di essere troppo pigri per buttare e che, alla fine, teniamo con noi perché significano qualcosa, anche se non lo vogliamo ammettere a noi stessi. l'hotel Zelda è il luogo che li contiene tutti, dove le cose possono "continuare a vivere" e dove anche noi, come Thomas, possiamo trovare finalmente un po' della pace che cerchiamo da tutta la vita.
Libro magnifico perché vero; visionario e realista allo stesso tempo; una storia che tutti vorremmo trovarci a vivere.
Di questo romanzo mi sono rimasti la luce, la nostalgia, l'importanza sia narrativa sia emotiva dei dettagli. È una storia sulla serendipità e sulla vita insita negli oggetti e nei luoghi. La coloritura del linguaggio e dell'immaginario è tenue ma distinta ed è stata una piacevole sorpresa.