Se avessi letto questo romanzo qualche anno fa, probabilmente non sarei stato in grado né di comprenderlo né di apprezzarlo appieno. Nell'ultimo anno e mezzo infatti, spinto dagli eventi in Ucraina, ho avuto modo di studiare e approfondire la storia di questa regione del mondo, che è a dir poco essenziale per comprendere il contesto in cui si sviluppa l’opera di Mikhail Bulgakov.
"La guardia bianca" racconta le vicende di Aleksej, Elena e Nikolka, i tre fratelli Turbin, a Kiev, nell’inverno 1918-19, durante la guerra civile russa. Con la pace di Brest-Litovsk del marzo 1918, l’Ucraina è divenuta indipendente dalla Russia, ed è ora sotto la protezione tedesca nell’ambito della prima guerra mondiale. Nel novembre 1918, la Germania si dichiara però sconfitta e ritira i suoi soldati. A questo punto, sono tre le forze che competono per il possesso di Kiev: l’Etmanato, cioè una dittatura militare appoggiata dalla borghesia, i "bianchi"; i nazionalisti ucraini, formati da gente delle campagne e guidati da Symon Petljura; e i bolscevichi che avevano appena preso il potere a Mosca grazie alla rivoluzione.
Quando il romanzo inizia, Kiev si trova sotto il controllo dell’Etmanato, ma l’etmano è già fuggito. I bolscevichi incombono lontani all’orizzonte e il nazionalista Petljura sta per assalire la città, accompagnato da pogrom, torture e omicidi. (Proprio a causa delle violenze perpetrate in questa occasione, ancora oggi in Ucraina si dibatte sulla controversa figura di Petljura, che agli occhi dell’opinione pubblica non è del tutto legittimato a far parte del Pantheon dei fondatori dell’Ucraina moderna).
I fratelli Turbin, pur non essendo soldati, si uniscono quindi alla guerra, nell'estremo tentativo di salvare la propria terra e soprattutto il proprio mondo. Essi infatti facevano parte del gruppo sociale dell'Intelligencija conservatrice, una forza culturale borghese di un certo spessore nel panorama politico dell'epoca. I Turbin si arruolano tra i bianchi, che saranno inevitabilmente vinti. E il racconto infatti si concentra sulla fine dell'epoca zarista, e su un mondo, quello borghese, che sta scomparendo per sempre.
La famiglia di Bulgakov era parte di quella borghesia bianca, e proprio per questo l'autore decide di narrarci di quei drammatici momenti della sua storia. La rivoluzione proletaria travolse ogni cosa, incluso il mondo dello stesso scrittore. Bulgakov era nato a Kiev, e infatti i riferimenti della sua vita e della sua famiglia presenti all'interno del romanzo sono moltissimi: La casa dei Turbin raccontata nel romanzo, ad esempio, si trova proprio nello stesso luogo in cui sorgeva la casa della famiglia Bulgakov, oggi diventata un museo. E il nome dei Turbin non è affatto un nome inventato, ma è il cognome della nonna dell'autore. Prima di diventare scrittore inoltre, Bulgakov aveva svolto il ruolo di medico durante la guerra, lo stesso ruolo che viene dato nel romanzo ad Aleksej Turbin. E proprio Aleksej nel romanzo si ammala di tifo, esattamente come accadde allo scrittore Bulgakov. Tra le altre similitudini troviamo quella legata al marito di Elena Turbin, Sergej Ivanovič Tal'berg, che è un calco del cognato di Bulgakov, marito della sorella Varvara.
Le vicende narrate da Bulgakov nel romanzo sono volutamente scritte in modo caotico, perché quel momento storico fu molto confusionario e complesso, sia per chi lo visse in prima persona, sia per chi lo osservasse dall'esterno. In diversi punti questo caos è tangibile, e viene espresso attraverso cambi improvvisi di registro, di ambientazioni e di personaggi. E il lettore un po' si perde mentre segue questi personaggi in una moltitudine di salti temporali in avanti e all’indietro, da un uomo all’altro, fra svariati sogni e la dura realtà. "La guardia bianca" non è affatto un’opera semplice da leggere e comprendere. Ognuno dei molti personaggi ha la propria visione degli eventi in corso, e questo mostra i diversi gradi di ambivalenza dell’intelligencija di Kiev. E relativamente allo stile utilizzato da Bulgakov, bisogna ricordare che l'autore viveva in un’epoca in cui era normale che i letterati leggessero ad alta voce le proprie opere nei circoli. Questo portava quindi all’uso delle figure di suono: i vari passi del romanzo sono resi in modo onomatopeico, e spesso parole dal suono simile, ma dal significato diverso, sono associate per rinforzarsi a vicenda. La maggior parte di questi aspetti sonori del testo in russo però, si perdono quasi completamente con la traduzione dell'opera in altre lingue.
Un altro elemento di complessità, accennato parlando di Kiev, città storica e universale, è che il romanzo punta a rappresentare l’azione su due piani: quello dell’evento storico, particolare, e del suo valore universale ed eterno. Basti pensare alle due epigrafi iniziali: una è tratta da "La figlia del capitano" di Puškin, dove viene narrata una rivoluzione storica: in essa, la tempesta di neve è un simbolo, ricorrente nella letteratura russa, di perturbazioni politiche. L’altra epigrafe viene invece dall’Apocalisse di San Giovanni, introducendo il tema del Giudizio Universale, e, implicitamente, la questione di come giudicare i membri delle varie parti in lotta, chi è nel giusto e chi no.
Le prime due parti de “La guardia bianca” furono pubblicate nel 1925, sulla rivista “Rossija”. Bulgakov inviò anche il finale al suo editore, ma la rivista chiuse prima che il numero su cui doveva apparire andasse in stampa. Nel frattempo il panorama culturale russo era cambiato, e non era più quello dei primi anni ‘20; la cultura borghese infatti, era stata attaccata a più riprese e infine sconfitta ed esiliata da diversi nuovi movimenti, fra cui i futuristi. Non c’era più spazio per un'opera come "La guardia bianca". Il romanzo però non era destinato all’oblio; e prima della chiusura di "Rossija", un dirigente del Teatro d’Arte di Mosca, aveva invitato Bulgakov a produrne una riduzione teatrale. Questa versione, scritta sul modello di Čechov e intitolata "I giorni dei Turbin", ebbe grandissimo successo. Come magistralmente raccontato dal prof. Alessandro Barbero nella lezione dedicata a Mikhail Bulgakov, un grandissimo estimatore de "I giorni dei Turbin" fu Iosif Stalin stesso, che la vide intorno alle quindici volte, e che spiegava il suo piacere dicendo che per lui i bolscevichi rappresentavano, nella vicenda, una forza positiva. Questo fatto salvò forse la vita di Bulgakov durante il terrore staliniano degli anni ’30; o è possibile che Bulgakov fosse, dopo il suicidio di Majakovskij, il solo autore sovietico di fama internazionale superstite, per cui si decise di salvarlo.
Bulgakov non riuscì mai a riavere dal redattore di “Rossija” il manoscritto con il finale. Egli pubblicò quindi il romanzo completo a Parigi nel 1929, rimaneggiando i capitoli conclusivi. L'idea iniziale di rendere questo racconto una trilogia venne del tutto abbandonata, e così Bulgakov cercò di creare un finale concludendo le varie trame che, idealmente, sarebbero state sviluppate nei volumi successivi.
Concludo citando due bellissimi pezzi di questo primo romanzo scritto da Bulgakov, che a mio avviso sono poesia pura:
“Pagherà mai qualcuno per il sangue versato? No, nessuno. Semplicemente la neve si scioglierà, ricrescerà la verde erba ucraina, rivestirà la terra…ricresceranno le biade rigogliose…tremerà l’afa sui campi, e traccia non resterà del sangue versato. Piccolo prezzo ha il sangue sui campi dorati, e nessuno si prenderà la briga di riscattarlo. Nessuno.”
"Tutto passa. Le sofferenze, i tormenti, il sangue, la fame e la pestilenza. La spada sparirà, e le stelle invece rimarranno, quando anche le ombre dei nostri corpi e delle nostre azioni più non saranno sulla terra. Le stelle rimarranno allo stesso modo immutabili, allo stesso modo scintillanti e meravigliose. Non esiste uomo sulla terra che non lo sappia. Perché allora non vogliamo la pace? Perché non vogliamo rivolgere il nostro sguardo alle stelle? Perché?"