Nella Sardegna nuragica si incontrano sette donne. Alcune sono originarie dell’Isola, altre provengono dal mare. Tutte hanno una particolare competenza, tutte sono fedeli al culto della Madre Terra. Convivendo e creando una piccola società di donne, aiuteranno il villaggio che sorge poco distante dalla loro dimora a prosperare. Le doti delle protagoniste suggestioneranno la popolazione che inizierà lentamente a considerarle maghe, sacerdotesse, guaritrici, veggenti, donne a metà strada fra l’umano e il divino, creando nel tempo il mito di quelle che ancora oggi sull’Isola sono chiamate Janas.
Inizialmente pensavo che Janàsa potesse essere apprezzato solo da chi in Sardegna ci è nato e cresciuto, ha prestato orecchio fin da bambino a tutte le storie che si tramandano di nonno in nipote o di madre in figlia. Ma pagina dopo pagina, mi sono resa conto che Claudia Zedda ha scritto un libro di donne per le donne, attraverso la Storia e i millenni, ricordandomi a gran voce che non conta quante lune siano passate e quante ancora ne passeranno, le donne sono nate per combattere. Ha rinsaldato in me la convinzione che l'evoluzione ha scelto la donna per portare in grembo la vita perchè solo lei poteva affrontare il peso del bagaglio che ognuna di noi porta su di sé fin dal primo vagito. Sardegna, Mediterraneo, siamo figlie della stessa culla, nate per portare avanti la specie in un mondo difficile ieri come oggi. Quello che fa di noi donne sarde una "stele vivente" sono le tradizioni, quelle orali che siamo riuscite a portare attraverso il tempo fino ad oggi, facendone un lascito inestimabile. I tempi cambiano, ma la volontà di lasciare un'impronta nel nostro popolo non è mai venuta meno, perché la nostra identità è scritta nelle pietre, scolpita dal vento e dal fuoco, i miti e le leggende hanno cavalcato il tempo, giungendo fino a noi che oggi parliamo con riverenza delle Janas come di figure leggendarie e che Claudia riabilita in modo assolutamente avvincente. In queste sette donne, sacerdotesse e guerriere dotate di sola resilienza, io vedo le donne di oggi, combattenti dall'alba al tramonto, impegnate nel cercare di dare e ricevere rispetto, lottando per la loro dignità ed emancipazione da luoghi comuni e violenze di genere. Janàsa e le sue sorelle hanno promesso alla Madre Terra di proteggere il proprio popolo, di mantenere l'equilibrio tra bene e male, di scongiurare odio e guerre, di propriziare il raccolto e di sacrificare la propria felicità in nome della propria gente. Credo che attraverso questa promessa ci passiamo tutte ogni giorno. Quel pesante fardello col quale nasciamo è la promessa di difendere l'equilibrio e le persone che amiamo. Non lo abbiamo scelto, è la natura che ci sceglie e noi dobbiamo rispondere a quella chiamata con orgoglio e dignità. Lo so, soffro di campanilismo, ma sono nata e cresciuta in un Terra antica, che trasuda energia e coraggio, che conserva la Storia dei suoi antenati con geloso orgoglio e che forgia le donne come guerriere anche quando lasceranno l'isola perché il loro destino è altrove. Nonostante Janàsa e le sue sorelle siano rispettate e temute per l'aura che le avvolge, nel profondo sono donne con le loro insicurezze, colte da momenti di profonda solitudine interiore, eppure non abbassano mai la testa davanti al loro destino, anche quando questo è infausto. Claudia Zedda plasma sette guerriere con una dote ciascuna, sette messaggere che proteggono il loro popolo e la sua prosperità, sacrificando la propria felicità. Verranno le tentazioni per mettere alla prova la loro fedeltà, perchè il disegno si compia e la Storia attraversi il tempo fino a giungere alle labbra di Annita che le racconterà a sua nipote Piera che un giorno le racconterà a sua figlia Paola. In Janàsa, attraverso le arti e i poteri delle sette sacerdottesse, Claudia Zedda invita il lettore a intraprendere un viaggio, non solo introspettivo ma anche storico-culturale, alla scoperta di antichissimi mestieri e misteri che ancora oggi si tramandano in alcune comunità della Sardegna. Tra questi l'uso del telaio per tessere tappeti meravigliosi che raccontano le storie del passato, l'uso del miele e delle erbe aromatiche nella preparazione di moltissime ricette antiche, l'abitudine di lavorare il pane che diventa così prezioso pezzo d'arte, e non ultimo il fascino delle "pietre che parlano": le Domus de Janas, i nuraghi e i pozzi sacri, testimonianze indelebili della Storia millenaria di un popolo.
Dire che il romanzo di Claudia Zedda è un viaggio all'interno del nostro profondo penso che possa sembrare riduttivo, eppure ogni sua pagina, ogni sua riga è esattamente questo: un viaggio che ci accompagna a conoscere la nostra forza, quella forza che le donne hanno mentre stringono i pugni e vanno avanti nonostante tutto. Janàsa parla di vecchie tradizioni e Claudia Zedda condivide il suo tesoro con il mondo, lasciando a noi un lascito importante: la conoscenza di storie di una terra antica, la Sardegna, dove è possibile ascoltare le store di vecchie donne, di combattenti che hanno il fuoco negli occhi e la vita nelle mani.
Claudia Zedda sembra rapire il lettore con una prosa melodica, ricca di dettagli che cullano parola dopo parola verso la visione di ciò che si sta leggendo, ritrovandosi di fronte a quelle donne; la storia di Janàsa viene tramandata oralmente e Claudia Zedda sembra fare esattamente la stessa cosa: lasciandoci ascoltare la voce del vento che trasporta quelle voci forti e femminili.
Sette sono le fate, sette sono le sacerdotesse della luna, sette sono le donne della Dea dove ognuna ha un compito speciale da svolgere, sette sono le guaritrici che seguono il ciclo lunare e sussurrano incanti antichi alle erbe, ma la donna che racconta adesso la storia non vive nel tempo della Dea dove si ascoltava la luna, eppure la storia che narra ci trasporta esattamente lì davanti a quel cerchio di donne che sanno come la roccia abbia la vita, che sanno quanto amaro sia il sacrificio da compiere eppur necessario.
Stanotte interrogheremo le acque, il fuoco e la terra. Preparatevi sorelle: Ikùssa ha desiderio di parlare con noi. Janàsa è un romanzo che non conta nemmeno le trecento pagine, eppure è talmente ricco di storia, di voci, di protagonisti e personaggi che sembra non finire mai e arrivati alla parola fine sentire il bisogno di ricominciare. Ogni personaggio descritto, ogni figura che aleggia nel mito non ha bisogno di chissà quanti dettagli in quanto la scrittura dell'autrice sembra marchiare a fuoco nella nostra mente quell'immagine.
Interessante è come ogni capitolo sembra avere un ritmo sempre in crescendo che lasciano al lettore la curiosità di visitare i luoghi descritti e di approfondire la ricerca su Janàsa.
La sensazione di entrare nel romanzo non si ha solo per la mitologia, per l'alone di mistero e magia che si ha leggendo, ma soprattutto per la sensazione tattile e olfattiva che si riesce ad avere nella testa: Claudia Zedda permette di sentire l'odore del pane che cresce, permette di sentire i granelli di sabbia tra le dita.
Evocativo, perfetto, ammaliante: Janàsa ha tutto ciò che si cerca in una storia, che si cerca in un libro, quel calore, quella fiamma che ad alta voce grida finalmente sei a casa.