Romanzo poderoso e sorprendente, che soffre, a mio modesto parere, di un difetto strutturale: l'autrice l'ha voluto riempire di troppe cose, compromettendone così l’equilibrio.
Ma si tratta, come è ovvio, dell'equilibrio che ho percepito io, che pensavo tenesse insieme tutto, non è detto sia quello cui mirava Namwali Serpell.
Tre generazioni di tre famiglie, nonne, madri e nipoti, danzano tra queste pagine, ma dopo il primo giro, affascinante e bizzarro, Serpell si concentrerà su alcuni temi (il vaccino contro l’HIV, neo-colonialismo, sviluppo tecnologico e discariche di e-waste, subbugli rivoluzionari), arricchendoli di elementi futuristici, anche cyberpunk (ma ormai il cyberpunk è la realtà digitale e interconnessa) e tentando sul finale della terza parte la chiusura del cerchio, quasi rinnegando o forse ricucendo la frammentarietà iniziale; ha voluto trasformare quel promettente e stupefacente caleidoscopio di storie in un mostro narrativo che assomiglia tanto ai giga-romanzi di Richard Powers.
L’autrice stessa nei ringraziamenti a fine libro accenna alla lunga gestazione del romanzo, frutto forse, suppongo io, di un collage di scritti diversi. E questo si riflette sullo stile: Namwali Serpell ha una bella penna, ma in non tutte le pagine sembra aver trovato la propria voce.
Sulla lunga vicenda di Matha, la prima possibile astronauta zambiana, scrive Serpell di aver messo a frutto le ricerche per un pezzo uscito sul New Yorker nel 2017 e dopo i tre capitoli iniziali (il prologo più i primi due), questo sembra quasi scritto da un'altra persona.
E allora, per tornare alla frammentarietà: il secondo capitolo è interamente ambientato ad Alba, prima, durante e dopo i 23 giorni (che restano tuttavia solo sullo sfondo) e protagonista è Sibilla, affetta da una soprannaturale proliferazione pilifera che le ricopre ogni angolo del corpo, un racconto coraggioso e bellissimo; nel capitolo successivo siamo in Inghilterra, un paio di decenni dopo, in compagnia di una giovane campionessa di tennis che d’un tratto perde la vista e sul campo da gioco di casa, mentre tenta di riconoscere la bontà del colpo dal suono della pallina sulle corde, incontra uno studente rhodesiano; anche questo pezzo è un gioiellino. Ecco poi il quarto capitolo di cui accennavo, con astro-Matha, gli afronauti e il progetto rivoluzionario di Nkoloso (personaggio storico), noiosetto e con meno brio, ma comunque interessante.
Qui si chiude la prima parte (le nonne), poi il romanzo vira verso il gigantismo powersiano, cambiando registro con la seconda parte (le figlie) e, un po’ meno, con la terza (i nipoti).
E dunque cos'è che ho letto in oltre ottocento pagine? un romanzo mosaico fatto di tessere diverse, schegge esplose di una narrazione frammentaria e dilatata o una sola lunga storia, formata da decine di rivoli, che poi convergono verso ciò di cui sin dall’inizio voleva parlarci l’autrice? a me sembra nessuna delle due cose, ma una via di mezzo in cui da qualche parte l'autrice ha perso il controllo.
Di qui i dubbi sulle stelle: 3 sono poche ma 4 troppe. Non so, forse premio il coraggio.