Il triangolo no...
È successo che il film di Clouzot - lo vidi eoni fa, in bianco e nero ma non so se prima della TV a colori o perché lo fosse il film – ha fatto da spoiler. Pertanto le elucubrazioni "paragnostiche" di Ravanello, il marito, mi appaiono artefatte e funzionali alla sacra suspense che ogni noir deve avere.
Perché, dico, tolto qualche capolavoro come dalle "Nove alle dieci" della Christie, rileggere i gialli è impossibile, pur non dando grande importanza alle trame.
Da quello che mi ricordo, nel film c'era una consequenzialità logica, quasi un principio della realtà, che rendeva assolutamente credibile l'inevitabile (?) finale. Bravura degli attori?
Nel romanzo invece c'è un margine ampio di probabilità che il progetto non si realizzi: le incognite, di natura psicologica, sono più ipotetiche di secondo tipo, facili a scivolare nel terzo, che ipotesi della realtà.
In questa luce, anche la scrittura "psicologica" del protagonista, soggetto e oggetto della storia, risulta artificiosa: il trauma infantile alla Kafka - il solito padre padrone che incombe sull'inconscio- dovrebbe essere all'origine sia della sua tendenza a "credicchiare" al paranormale, dove trova rifugio la sua fuga dal reale doloroso -ambito che aveva frequentato Hoffmann ma con ben altri risultati così come Henry James -, sia della mollezza di carattere del nostro Ravanello: è stato consensiente o si è arreso alle avances dalla mascolina amante? Stiracchiatissima trovata, a meno che, date le le turbe caratteriali di cui sopra, non ci fosse stato un tentativo di violenza carnale che viene risparmiato ai lettori.
Questo il peggio.
Ora il meglio:
l'atmosfera non è malaccio. La nebbia, facile ingrediente dei romanzi di atmosfera, fa la sua bella figura anche qua. La comparsa del "grattacielo" Dupont a Montparnasse, fluttuante nella spessa nebbia che l'avvolge alla base, si erge come il monolito di Kubrick, oggetto magico e misterioso, simbolo dello smarrimento di cui è preda il poveretto. Poi, però, si corre verso il finale, magari a zig-zag e con qualche scivolata di troppo, ma di buon passo comunque.
Ecco, ‘sto palazzo Dupont mi ha dato un p0’ di filo da torcere. A me si è parato davanti come la torre Montparnasse inaugurata negli anni ’70 del secolo scorso e nel ’52 non poteva essere, naturalmente, il palazzo che, sorgendo dalle brume, aveva confermato a Ravanello di stare vivendo in un mondo parallelo.
E allora? Ricerche sul web (un’oretta sicura a guardare penne e accendini alla voce Du-pont) e poi su Google- Maps, con punto di repere la Gare Montparnasse e i palazzi alla sua destra, dove mi aspettavo il monolito. Invece tutta roba in acciaio e vetro che il poveretto, sarebbe stato troppo!, non poté vedere. Ne ho ricavato la lezione che G.M. non è un atlante storico.