Questo numero di Asimov’s mi porta a riflettere su quel che cerco davvero nella fantascienza. Non credo di essere un lettore di gusto facile, ma sempre più spesso riscontro una complessità che mi sembra ricerca di uno stile sofisticato e poco più.. o forse noi lettori degli anni ’70 siamo abituati a “letture da tram”, come volevano Fruttero e Lucentini?
“How sere looked for a pair of boots” di Alexandr Jablokov, seguito di un racconto già apparso un paio di anni fa, titolo citato in copertina, presenta la stessa protagonista, Sere Glagolit, senza il suo fidanzato Lemuel, ad aiutare la sorella minore Irruni: il suo fidanzato Dothaniel è stato arrestato dai Mimnurrs per essere entrato nella zona proibita dei Losani.. il tono da romanzo rosa adolescenziale è solo un allegro travestimento: Jablokov ricostruisce un mondo popolato da diverse specie (gli Oms o umani concentrati nel quartiere Panetto, ma la Città delle Tempeste è tutta un melting pot) e soprattutto ci rivela via via le complesse relazioni biologiche tra queste specie: i Sosh, volatili alteri.. Questo approccio “in medias res” richiede un certo adattamento da parte del lettore, soprattutto se non ha letto l’episodio precedente.
Tutt’altro l’approccio di Sandra McDonald. Regolare contributrice ad Asimov’s, ha spesso usato il registro del weird, tra horror, ironia e citazioni (si vedano i due racconti pubblicati negli scorsi anni: “The people in the building” e “Riding the blue line with Jack Kerouac”) : il suo “Credit to my country”, umanissimo e dolente, dallo stile scattante e mai oscuro (nonostante il complesso gioco dei pronomi di genere che diremo tra poco), racconta il ritorno a casa, nell’isola di Barbados, di Chris/Unity, una modella partita anni prima. Se ne era andata a Miami esasperata dal provincialismo e dalla grettezza dell’ambiente isolano; ha cambiato sesso (per l’esattezza si definisce “non-binary”, termine ampio che include i vari tipi di trans- e intersessualità); ma deve tornare per la veglia funebre della nonna Millie, che di fatto l’ha allevata. Arriva giusto in tempo per la nona sera, quella dell’ultimo e più allegro festeggiamento; ritrova George, l’amore degli anni scolastici, anch’egli bisessuale e di colore (ma attenzione: ci sono “colori” diversi..), e la diffidenza tra loro sembra allentarsi; più difficile allentare quella con i cugini, il duro Alfred, che pure la difendeva da bambina, prima di entrare nell’esercito e poi esserne espulso; la promiscua Gloria, cinque figli da cinque mariti.. anche perché la nonna ha lasciato la casa in eredità solo a lei.
Dov’è la fantascienza in tutto ciò, in questo racconto di ambientazione efficacemente esotica ma che potrebbe svolgersi oggi (si cita anche la più famosa “Bajan”, cioè “nativa delle Barbados”: Rihanna)? Esiste un apparecchio, la “piramide del tempo”, che leggendo il DNA di una persona riesce a mostrare visioni della vita degli antenati e soprattutto del futuro. Rivolgendosi a operatori certificati prima a Miami, poi a Holetown in Barbados, Unity non è riuscita ad avere visioni; qual è il suo segreto? È stata adottato? O è altro, e potrà dirglielo la cugina Gloria, non certificata ma forse dotata di insospettata profondità? C’entra con il passato schiavista dell’isola?
Nella sua brevità, questo racconto mi ha ricordato molto “Legami di sangue” di Octavia Butler, perché il “gimmick” fantascientifico è solo un mezzo per esplorare più a fondo le radici dell’ingiustizia e della discriminazione (qui doppia: razziale e sessuale).
Leah Cypess è ormai una contributrice frequente ad Asimov’s, con racconti brevi e leggeri ma acuti (Attachment Unavailable, Best served slow). Questo “All the difference” rientra nel genere con un racconto più articolato, anche se non l’autrice non è citata in copertina nemmeno per nome. Come in quello della McDonald, la fantascienza è poco più che un pretesto per considerazioni personali e relazionali. Esiste la possibilità di viaggiare per 12 ore in un universo parallelo nato da una biforcazione della realtà; una donna di mezza età decide di usarla per togliersi i dubbi nati dalle tipiche crisi: alla riunione ventennale con i compagni di università, si è trovata a chiedersi come sarebbe stata la vita se avesse sposato il brillante ma inaffidabile anziché il solido Jason, se avesse avuto il coraggio di iscriversi a Lettere anziché a Fisica.. riassunto così il racconto fa venire il latte alle ginocchia, ma c’è molta sensibilità psicologica e un finale intelligente, in cui i tipici, tormentosi dubbi del genere “cosa sarei diventata, se avessi sposato Tizio anziché Caio, se mi fossi iscritta a Lettere anziché Fisica (oppure viceversa)” vengono ribaltati di prospettiva.
"Written in Mud" di William F. Wu introduce un benvenuto tema umoristico: il Golfo del Messico è dilagato per centinaia di km nell’entroterra a causa di un terremoto che ha cambiato il profilo geologico degli Stati Uniti; una famiglia di coltivatori per sopravvivere imparerà a trarre profitto da certe mutazioni genetiche dei pesci gatto..
Abbastanza umoristico anche “Salting the mine” di Peter Wood: gli abitanti di un pianeta minerario, dimenticato per decenni dalla multinazionale sfruttatrice, pensavano di poter vivere in pace e armonia con i Darl, i nativi locali; quando vedono ritornare la Trans-Solar, nave da carico della multinazionale stessa, che vuole essere riempita al più presto. Con astuzia contadina riusciranno a respingere queste pretese, grazie anche all’amore scoppiato tra la comandante dell’atronave e la sceriffa del villaggio umano. Un racconto abbozzato, con temi solo accennati come l’Evento sul pianeta “Sosta” oppure il silenzio della Terra.
“Ventiforms” di Sean Monaghan, autore due anni fa del delicato “Crimson birds of small miracles”, narra del viaggio interplanetario di una madre per avere notizie del figlio, aggregatosi a una comitiva di artisti che lavora a modificare il paesaggio di un pianeta ventoso. Accolta umanamente soprattutto dalla artista principale, si renderà conto che il figlio è forse l’unico in grado di ottenere musica dalle formazioni rocciose terraformate, ma per la sua simbiosi con i robot che lavorano le rocce rischia di essere fin troppo assorbito dall’arte..
The Gorgon di Jay O’ Connell è un racconto breve e intenso narrato dal protagonista, un responsabile HR tossico in tutti i sensi della parola; con brillante uso del gergo aziendale e delle relative ossessioni, ci introduce nelle trame di chi deve evitare che il più brillante architetto del software di una grossa azienda informatica abbandoni. A quanto pare non lo farebbe per passare alla concorrenza, ma per ragioni ben più inquietanti.. Molto velocemente il racconto vira al nero e all’angoscia metafisica, con grande efficcaia.
“Taking Icarus home”, della brava Suzanne Palmer, già autrice del finalista all’Hugo “Books of the risen sea” e dell’umoristico “RUR-8”. Forse il miglior racconto di questo numero: scritto in un’ardita seconda persona singolare al presente senza che ciò risulti mai artificioso, ma anzi un efficace espediente, insieme a un linguaggio “da marinaio”, per dare intensità alla storia di un soccorso spaziale da parte di un ruvido mercante, costretto ad attraccare in un planetoide di degenerati cercatori di emozioni e amanti del rischio, per far ricoverare il naufrago che ha recuperato e capire perché è ridotto in quello stato. Ricco di sense of wonder, non fa rimpiangere l’assenza di K.K.Rusch.
“Neom”, di Lavie Tidhar. È la prima cosa che leggo di questo astro nascente della fantascienza, e nel suo piccolo non delude, anzi: è l’efficace descrizione di Neom…, città – porto franco costruita per volontà di un principe saudita ai margini del regno di Saud, centro mondiale dell’innovazione tecnologica; il tutto visto da una donna di origini filippine, come la maggior parte dei lavoratori manuali di quelle aree. Scrittura, narrazione, personaggi efficaci. Peccato solo la brevità: il racconto è poco più di un prologo per un romanzo che immagino sia in fase di scrittura.
Ammetto di avere un problema con Robert Reed: Questa sua “The Esteemed”, come “Denali” nel numero precedente, è una storia complessa, ben strutturata, scritta con stile incisivo; tuttavia non riesce ad appassonarmi, perché è come se l’autore stesse continuamente esibendo bravura narrativa con salti temporali, cambi di punti di vista, frasi ellittiche o allusive, senza che ce ne sia davvero bisogno. Eppure il suo “Ants of Flanders” era stato uno dei migliori racconti del 2011: forse rimaneggiare vecchi racconti, come afferma nell’introduzione, porta a renderli troppo elaborati?
Nel prossimo numero si annuncia un tributo a Gardner Dozois con la riproposta della sua novella “The Peacemaker”, che vinse il Nebula nell’83; e il ritorno di alcuni degli autori più amati: Allen M. Steele, Kristine Kathryn Rusch, Michael Swanwick, Greg Egan.. a presto!