“È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi, come credeva Cebes Tebano che primo in sé lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi. Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello”.
G. Pascoli, G. Agamben, Il fanciullino, 1897, incipit dell’opera
Secondo Pascoli, in ogni uomo si cela un «fanciullino», ovvero la capacità di guardare con stupore a quanto lo circonda; ma gli uomini comuni, diventando adulti, tendono a perdere, a differenza del poeta, questa particolare sensibilità dell’infanzia. Questo passaggio di consapevolezza, tra l’infanzia e la maturità, si traduce in una crescente rigidità del linguaggio che col tempo si fa sempre più logico e chiaro. L’intento di Pascoli è di sottolineare come, per cogliere il reale nella sua pienezza, si debba tentare di retrocedere verso un linguaggio infantile, preconscio, dove il suono assume maggiore forza e significato. Il «poeta fanciullo» vede tutto con meraviglia, come per la prima volta; si sottrae alla logica ordinaria grazie all’attività fantastica, parla «alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle», piange e ride «senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione», scopre legami inconsueti tra le cose, rovescia le proporzioni e rimpicciolisce «per poter vedere» o ingigantisce «per poter ammirare». La poesia, come ricordo del momento magico dell’età infantile non inventa nulla, ma scopre nelle cose quotidiane gli echi dell’interiorità e delle inquietudini della coscienza.
Argentino!