Henry James, uno dei miei scrittori preferiti, si spense a Londra nel 1916. Quest’anno ricorrono i cento anni dalla morte, e l’Adelphi l’ha omaggiato (avrebbero dovuto farlo in realtà altre case editrici) con la pubblicazione di uno dei suoi racconti più belli: The Lesson of the Master(La lezione del Maestro).
La storia è quella di un giovane scrittore, Paul Overt, che incontra in un ricevimento il suo idolo letterario (il «Maestro» del titolo), Herny St. George, uno scrittore in decadenza, che vive con sua moglie in un mondo di agi e apparenze. Allo stesso ricevimento, incontra anche una delicata e radiosa ragazza, che lo ammira, e di cui lui finisce per innamorarsi, ricambiato. Quando il Maestro però gli intima i pericoli del matrimonio sul suo lavoro creativo, al giovane scrittore non resta che ubbidire al consiglio, far i bagagli, allontanarsi dalle tentazioni mondane per raggiungere quella "degna perfezione" a cui il Maestro lo vede votato. Ma quando ritornerà a Londra, la situazione che gli si presenta davanti, lo porterà a riflettere sulla natura di quel consiglio. Natura che, manco a dirlo, James non ci farà scoprire mai.
Ricordo sempre le parole che James disse poco prima di spegnersi: “Adesso, finalmente, questa cosa distinta, la morte”. Questo perché la letteratura di Henry James fa dell’indistinto la sua cifra; è una letteratura delle possibilità, ambigua, simultanea. Tutto nei suoi racconti, apparentemente stiracchiati in una prosa un po’ classicheggiante e tortuosa, apparentemente superficiali e avvolti in un’atmosfera fumosa, è frutto di un calcolo studiato al tavolino dell’arte. I suoi taccuini abbondano di situazioni ambigue, sviscerate con perizia. Ai più, questo macchinoso effetto, dalle tinte talvolta drammatiche, questa lenta costruzione di trame ordite sul filo di lana caprina, non piace. Esemplificativa la caricatura che Wells (ingiustamente e ingratamente) gli fece, paragonandolo a un ippopotamo in una gabbia che si sforza di raccogliere un pisello caduto in un angolino. Ci sono poi quelli che, come me, ne sono ammirati; dei giovani Paul Overt pronti a seguire i consigli del Maestro.
Io non credo che l’ambiguità della situazioni fosse solo un vezzo artistico, un procedimento letterario caro a James. Io credo che nella disperante scelta del vivere nonostante il dubbio, nonostante la mancanza di punti di riferimento, si nasconda l’apice drammaturgico novecentesco e di tutta la letteratura teologica. Come Browning nella sua poesia sul cieco amore, così Henry James, al colmo della mestizia, esclama: “Disperatamente devi imparare/ come continuare a vivere/ nonostante la tomba di tuo figlio sia imprecisabile”.
E non conosco modo più efficace per rendere undefined.
Questo participio caro a Henry James.