ANTONIA POZZI: MI SENTO IN UN DESTINO. PAROLE DALLE VETTE DELLA SOLITUDINE.
"La poesia ha questo compito sublime di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci romba nell'anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell'arte, così come sfociano i fiumi nella vastità celeste del mare. La poesia è una catarsi del dolore, come l'immensità della morte è una catarsi della vita."
Così scriveva Antonia Pozzi in una lettera datata 11 gennaio 1933 ad uno dei suoi amici più cari e fedeli - Tullio Gadenz.
Ho conosciuto per la prima volta la suddetta poetessa nell’ autunno 2019, quando frequentavo la seconda ragioneria, durante una comune lezione di letteratura italiana seguendo il percorso di poesia. Venne purtroppo analizzata dalla docente superficialmente in quanto ritenuta poetessa “minore”, di poco rilievo, la quale solitamente non entra come oggetto nei programmi ministeriali. Io, invece, ne rimasi piacevolmente affascinata. Mi colpì, in special modo, oltre che ai versi anche la biografia - questo forse perché più mi approccio ad ella e più riesco ad identificare la mia anima - nonostante talvolta sia doloroso, mi risulta intimo e personale perché anch’io come Lei provo dei sentimenti che, sento, non avranno concreta attuazione. Quando leggo i suoi versi, sento vicina la carezza delicata e sensibile di un'amica tanto che è divenuta per me un notevole punto di riferimento. Ne consegue che, da quel periodo, ho iniziato ad approfondire e ad analizzare, in maniera più analitica possibile, l’operato e il pensiero di Pozzi.
La poetessa, appartenente ad uno dei più alti ranghi sociali del tempo, comincia a dedicarsi alla scrittura a diciassette anni - risalgono infatti al 1929 le prime poesie dedicate ad Antonio Maria Cervi, allora suo professore di lingua latina e greca presso il liceo Manzoni del capoluogo lombardo che segnerà per sempre la sua vita, nutrendo il suo giovane cuore assetato di emozioni, di aspettative e successive delusioni troppo violente da accettare. In quel periodo scrive: “E’ terribile essere donna e avere diciassette anni. Dentro non si ha che un pazzo desiderio di donarsi”. Ancora adolescente osserva il suo corpo e, come nel classico immaginario borghese - e dell��epoca- lo vive come corpo che può dare vita a un’altra vita: “avvinghiare qualcosa di vivo, che io senta più piccolo di me”.
I due vivranno un amore sofferto e fortemente contrastato dalla famiglia Pozzi, e la fine di questa relazione sarà per Antonia la fine della “vita sognata”, come reca il titolo della breve raccolta di versi in cui racconta la sua disperata storia d’amore, e l’inizio della discesa verso una “vita irrimediabile”, il primo passo verso il fatale destino della sua “giovinezza che non trova scampo”, o meglio, come scrive Vittorio Sereni - con il quale stringe amicizia durante gli anni all’università - “che non trova sbocco, non trova appigli, non sa a cosa applicarsi ea cosa tendere”. Scriverà sino al dicembre del 1938, quando conoscerà il suicidio.
È strana, a volte, la vita. Se osserviamo dall’esterno, alcune persone sembrano insolitamente privilegiate e la loro esistenza fluisce serena, senza ostacoli, come un fiume che scorre inarrestabile. Eppure, talvolta, quel moto lento e inesorabile si interrompe bruscamente magari per una casualità o per un intervento volontario, e noi restiamo attoniti e smarriti ad interrogarci sul perché.
La malinconia, una malinconia leopardiana che si alternava a una malinconia dolorosa e profonda, si è accompagnata alla breve vita di Antonia Pozzi, e ne ha ispirato le poesie arcane e sommesse, luminose e fosforescenti, immerse nella grazia e nel mistero di un fragile desiderio di morire che le sue relazioni d’amore ogni volta franate e incomprese nei loro brucianti fulgori hanno concorso nel farle scegliere la morte a ventisei anni. La fragilità e la smarrita stanchezza di vivere, la solitudine e la nostalgia della morte, che si sono accompagnate alla malinconia, sono state le premesse emozionali alla genesi delle poesie di Antonia. Sono poesie che ci consentono di cogliere i diversi modi di rivivere e di esprimere gli indicibili turbamenti dell’anima che hanno contrassegnato la sua vita, la sua adolescenza e la sua giovinezza, e che nella grazia straziata e nella tenerezza ferita delle sue poesie si sono rispecchiati con crudele evidenza. Sono poesie che ci immergono negli abissi di laceranti conflitti interiori, e ci avvicinano agli enigmi di un dolore dell’anima che ha tematizzato la sua breve vita e che ci dicono, o almeno ci fanno intravedere, qualcosa del male di vivere che ne ha accompagnato la vita - che si leggono, e si rileggono, scoprendone ogni volta orizzonti di senso diversi, ma sempre sfiorati, e anzi lacerati, da una malinconia che anche in Leopardi si è accompagnata, come egli ci dice nello Zibaldone, a una febbrile nostalgia di una morte volontaria alla quale è nondimeno riuscito a sfuggire. I suoi componimenti, trasfigurati da una alta e luminosa climax lirica, sono in fondo il diario di un’anima, e in esse mirabilmente si snodano le diverse figure tematiche della malinconia sognante, intessuta di stupore del cuore e di tenerezza, quella di una malinconia dolcemente leopardiana, suscitatrice di immagini struggenti di indicibile bellezza, quella di una malinconia bruciante e dolorosa, immersa nell’angoscia e nella stanchezza di vivere, che non sono state estranee alla decisione di scegliere di morire. Secondo i dettami dell’ ermetismo le sue espressioni sono "asciutte e dure come le pietre". Come ho potuto notare, il suo mondo poetico viene ancora una volta espresso con una sorta di tenerezza e teso verso una speranza di vivere quasi infantile che trasfigura la sofferenza esistenziale, non è stato recepito come avrebbe meritato. Parole di un non detto che trovano la loro ragione d’essere nei versi che assumono il candore di un amore platonico. Che sembrano essere un inno alla vita ma al contempo sono un grido di dolore, fulminante.
La Pozzi è, dunque, un’anima incerta, dubbiosa, insicura: ricerca costantemente l’affermazione di sé tramite la stima e il sostegno degli altri, priva dei quali cade in depressione, e tutto le sembra così inutile, evanescente, effimero. Scriverà a Remo Cantoni: “Io vivo della poesia come le vene vivono del suo sangue. Io so cosa vuol dire raccogliere negli occhi tuoi l’anima delle cose, torturate nel loro gigantesco silenzio, sentire mute sorelle al nostro dolore”.
I componimenti che più mi hanno colpito sono “Canto della mia nudità”, “Secondo amore”, “Bellezza”, “Lieve offerta”.
Riporto di seguito il testo di Bellezza, ivi sopracitato.
"Ti do me stessa,
le mie notti insonni,
i lunghi sorsi
di cielo e stelle – bevuti
sulle montagne,
la brezza dei mari percorsi
verso albe remote.
Ti do me stessa,
il sole vergine dei miei mattini
su favolose rive
tra superstiti colonne
e ulivi e spighe.
Ti do me stessa,
i meriggi
sul ciglio delle cascate,
i tramonti
ai piedi delle statue, sulle colline,
fra tronchi di cipressi animati
di nidi –
E tu accogli la mia meraviglia
di creatura,
il mio tremito di stelo
vivo nel cerchio
degli orizzonti,
piegato al vento
limpido – della bellezza:
e tu lascia ch’io guardi questi occhi
che Dio ti ha dati,
così densi di cielo –
profondi come secoli di luce
inabissati al di là
delle vette –".
Brucia, nelle pagine di quest’opera, il fuoco che ha fatto ardere tutta la sua breve vita: dalla più tenera, ma già pensosa, adolescenza alla precoce maturità, trascorsa in contatto con l’avanzato ambiente intellettuale del filosofo Antonio Banfi. Ne emerge il ritratto «dal di dentro» di una giovane donna impegnata, con una determinazione spesso drammatica, nel progetto di una vita autentica e aperta agli altri e di una poesia veramente sua.
Penso, davvero, che leggere le poesie di Antonia sia come immergersi in uno scorcio di esistenza imprigionato nelle pieghe di un conflitto non risolto. Nonostante ciò i suoi versi sono limpidi, voraci, fuggenti, speme di vita, abbraccio sincero, anima. Fiori puri e candidi.