Avevo in programma un viaggio a Riga, e a detta di molti amici di libri qui su Gr, dovevo prima, assolutamente leggermi questo libro. Nonostante la prenotazione urgente partii senza averlo letto. Avrei incontrato mia figlia che è in Lettonia per un semestre di Architettura Erasmus, mi avrebbe spiegato lei, pensavo. Sapevo solo qualcosa vagamente delle Repubbliche baltiche, sfortunate terre che avevano conosciuto il terrore delle deportazioni di massa in periodo Sovietico, ma poco altro. Ero preparata a una città tra le più rappresentative dell’Art Nouveau, il Liberty, come si chiama da noi, o Jugendstil, per dirla alla tedesca. Mi ero informata a grandi linee su internet, come si fa di solito, le 10 cose più interessanti da vedere a Riga. Ho scoperto, piacevolmente sorpresa, una piccola Praga meno turistica, più autentica, un vero gioiellino nordico. Bello perdersi tra le sue strade silenziose con le case dipinte di colori pastello, dove si respira un’atmosfera tranquilla e meno caotica che in qualsiasi altra capitale europea negli ultimi anni, là dove il franchinsing più spinto non ha ancora reso tutto tristemente omogeneo un centro storico vitale e desideroso di stare al passo con le altre città dell’Europa.
Ma il viaggio vero l’ho cominciato al ritorno, quando, presa dall’entusiasmo della scoperta, ho iniziato Anime baltiche. Del resto sfido la maggior parte di voi a sapere qualcosa di quello che davvero accadde in quelle terre, che sono comunque Europa, ma sembra appartengano a un mondo alieno. Quanti sanno ad esempio che dopo la rivoluzione d’ottobre Lenin aveva concesso ai paesi baltici l’indipendenza? Ma pochi sanno come andò a finire. E che la macchina fotografica Minox fu inventata qui. E la produzione in serie di tram e di treni elettrici ebbe inizio sulle rive della Daugava, il fiume che ho fotografato dall’alto di una magnifica biblioteca durante il mio soggiorno. Nel 1935 in Lettonia il livello di istruzione era tale per cui ogni 10.000 abitanti c’erano 30,4 studenti universitari, contro i 20,8 della Francia e i 16 della Gran Bretagna.
Ma allora che successe? Come si arrivò alla deportazione di massa? E perché i popoli baltici prima aiutarono i soviet, poi accolsero anni più tardi i tedeschi come liberatori? E più indietro nel tempo, come mai questi paesi accoglievano all’interno delle loro principali città una popolazione ebrea spesso superiore a quella locale? E di cosa si macchiarono i baroni baltico-tedeschi per provocare nel 1905 la domenica di sangue che da Sanpietroburgo si propagò come un incendio nell’Estonia e nella Lettonia, in cui i contadini inferociti irruppero nei castelli e nelle ville e diedero tutto alle fiamme? E perché la Curlandia, che non è una tessera del Risiko ma una regione della Lettonia, è rimasta isolata dal resto del mondo per più di cinquant’anni?. E cosa accadde degli ebrei che agli inizi del ‘900 popolavano il ghetto di Vilnius, città multietnica per eccellenza? È vero che finirono tutti nei forni crematori dell’olocaustico? Perché non ricordo nulla della catena umana che le popolazioni di quei paesi formarono lunga seicento kilometri da Tallin a Vilnius il 23 agosto 1989 per rivendicare la loro libertà? E come mai non so nulla della Rivoluzione cantata Lituana del 12 i il 13 gennaio del 1991, eppure ero già grande allora, in cui migliaia di Lituani scesero in strada cantando e venne sedata nel sangue, con l’intervento dei carrarmati Russi?
Questo è il viaggio, avanti e indietro nel passato, nella storia e nelle radici di un’Europa profonda che mi ha fatto fare Jan Brokke, terre di confine, e quindi sempre minacciate, contese, vendute, o tradite. Ma non aspettatevi un libro di avvenimenti storici, Brokken scava dentro questa storia attraverso la biografia di uomini o donne baltiche famose, o qualunque, andando a ricercare le loro case natie, i quartieri che videro la loro infanzia, le scuole che frequentarono. E i mezzi che usarono per scappare, per salvarsi, chi dai pogrom, chi dalle epurazioni etniche, o dalle deportazioni di massa. Hannah Arendt, Roman Gary, Sergej Ejzenstejn, e poi scultori, musicisti, librai, imprenditori, di tutti loro ho scoperto un po’ di più, ho capito meglio le opere, ho potuto entrare nel gioco dei loro rapporti e delle loro paure, cogliendone il significato più profondo.
Konigsberg ad esempio era la città di Immanuel Kant, oltre che quella che diede i natali ad Hannah Arendt. ”In poche città la luce dell’Illuminismo splendette più intensa, e in poche città si spense altrettanto bruscamente.. Ora Lituana, Prussiana, Tedesca, Polacca, poi Sovietica. Molti i luoghi che cambiarono per anche otto volte la nazionalità, paesi grandi come francobolli che nulla poterono schiacciati tra imperi, ideologie e nazionalismi.
Non risponderò a tutti gli interrogativi che vi ho posto, ma alcuni ve li devo perché sono sconvolgenti, e perché mi hanno fatto rabbrividire.
Gli Ebrei di Vilnius, dove era nato Roman (Kacev) Gary, non fecero in tempo a vedere i forni crematori: i nazionalisti Lituani sterminarono 15.000 ebrei in tre giorni, parallelamente in un poco più di un mese i fascisti Lettoni distrussero tutte le sinagoghe e massacrarono la maggior parte degli ebrei. Quelli del ghetto di Riga furono portati poco fuori la città e fucilati, uomini, donne, bambini, sembra che in quel luogo, bagnato dal sangue, non riesca più a crescere l’erba. L’Ebreo parlava tedesco, e poteva essere più tedesco di un tedesco. Parlava russo, e poteva essere più conoscitore della cultura russa di un russo. L’ebreo era cosmopolita, ma per molti Lettoni, persi in un clima di paranoia crescente e rozzo nazionalismo rappresentava tutto ciò che era estraneo, tutto ciò che era pericoloso.
Ai Lettoni e agli altri non andrà meglio. All’arrivo dell’Armata Rossa chi di loro possedeva una casa, un fazzoletto di terra, un negozio o un’azienda venne deportato con tutta la famiglia: fu un’epurazione etnica e sociale. Chi era privilegiato doveva pagare.
Mia figlia, a Riga, dopo avermi accompagnata in via Alberta, dove il padre del regista Ejzenstejn progettò le più belle case in Jugendstil della borghesia Lettone, mi ha portato a vedere, appena accanto agli scintillanti piccoli vicoli del centro addobbato per Natale, anche il quartiere russo, tristi palazzoni grigi, con i giornali al posto dei vetri, un’atmosfera cupa e deprimente, pozzanghere, fango e carcasse di auto. In Lettonia, mi ha raccontato, oggi vivono migliaia di russi, come cittadini di serie b. In Estonia vivono un milione di Estoni, mezzo milione di russi e cinquantamila ucraini. Un terzo della popolazione non ha diritti, sono senza cittadinanza e sono per la maggior parte disoccupati. Ma nel 1941 e nel 49 decine di migliaia di Estoni e Lettoni furono deportati, tra loro insegnanti, professori, scrittori, giornalisti, pastori luterani, giudici e avvocati. Non ne tornarono che poche centinaia. Tutto ciò che sa di russo qui non è visto di buon occhio. I russi, che hanno fatto da padroni per decenni, rimangono per i baltici il nemico, quelli da odiare. E se provi a dire loro che è un’ingiustizia, ti ricordano che non abbiamo saputo nulla dalle nostre belle televisioni delle rivolte dei popoli baltici contro l’impero sovietico perché in quei giorni era scoppiata la prima guerra del golfo, e noi eravamo tutti intenti a guardare i carri armati mentre loro venivano invasi dall’esercito sovietico rischiando il bagno di sangue. Solo la Norvegia protestò all’Onu, e l’Islanda per prima riconobbe la neonata repubblica Lituana, mentre gli altri paesi europei nicchiarono per mesi. Appena eletto il Parlamento propose di abolire tutti i simboli del comunismo sovietico, compresi falce e martello, seguendo l’esempio del passato per la svastica dei nazisti. La proposta gli procurò la reazione indignata del Partito Comunista Italiano e l’appoggio del partito neonazista.
Ci sono libri che mi carezzano, come un sogno, altri che passano via come l’acqua fresca, ma ce ne sono alcuni che fanno pensare. Questo è uno di quelli. Tutto sottolineato e annotato accanto. Uno di quelli che apre altre curiosità, nuovi dubbi, mille domande.
Mia figlia è disorientata dai giovani Lettoni, unica nota stonata, dice lei, del suo soggiorno a Riga. Quando torna so cosa farle leggere.
Ah, dimenticavo. A Natale mi aspetta San Pietroburgo. Ma il libro di Brokken su quella città, stavolta, lo leggerò prima.