5-, in realtà.
"I personaggi.
“L’amore ha l’amore come solo argomento e il tumulto del cielo ha sbagliato momento” scriveva De André. Una frase capace di riassumere in pieno l’essenza di questo romanzo, scabro, semplice eppure tumultuoso, febbrile, vivido e pulsante di sentimenti spesso contradditori ma inscindibili l’uno dall’altro. L’amore e l’odio, il dolore e il rancore, la solitudine e l’istinto di sopravvivenza, il senso di vuoto che appanna i sensi e la resilienza…
Diego, ad esempio, è un personaggio particolarissimo, al tal punto che non lo si può “inscatolare” nello stereotipo del malato mentale – emblematica la scelta che compie il nonno in questo senso -. È, invece, un bambino invecchiato troppo presto. Uno che ha visto la sua famiglia raggiungere la massima tensione ammissibile, il punto di rottura, molto prima che l’incidente ne cancellasse le tracce fisiche. Lui c’era quando in casa, sotto quel tetto che dovrebbe trasmettere sicurezza e protezione, si consumava il delitto della sua infanzia, il declino emotivo e psichico del padre, che, alla fine, lo trainava sempre in quel suo vortice senza fine di tormento e disperazione.
Così quando quello schianto gli ha portato via il “genitore che è in bel posto adesso” il rancore verso l’altra figura genitoriale aveva già trovato terreno fertile nel suo cuore, che aspettava solo la scintilla giusta per esplodere in tutto il suo furore e fare terra bruciata intorno e nemmeno la quiete dell’alta montagna sembra in grado di salvarlo, ancor più quando il suo sogno, quello che ancora lo teneva a galla, si infrange proprio contro la grandiosità di quelle vette.
Diego è quel personaggio che ti spinge a dire che “il tumulto del cielo ha sbagliato momento”. Perché, forse, se sua madre fosse rimasta in vita, quella scintilla sarebbe rimasta sopita sotto la cenere, permettendogli una vita "normale". O, forse, quella ferita sarebbe stata comunque troppo grande, troppo profonda e sanguinante per poterla sanare. Con lui i forse si sommano, accatastandosi l’uno sopra l’altro con una sola diagnosi possibile: l’assenza di resilienza, quella capacità, quella forza interiore, che ti permette di reagire ai colpi restando in piedi sul ring della vita, non importa quante volte tu sia finito alle corde o, peggio, al tappeto.
A lui è toccata la sorte di Smith Jr, il pilota del Bomber B-25 che morì schiantandosi contro l’Empire State Building nel “45.
A Olmo e al nonno, invece, è toccato essere proprio quel grattacielo, che, contro ogni prospettiva, in quell’impatto si è piegato sì, forse non è più stato lo stesso dopo, ma non è crollato, è rimasto in piedi, perché tutta la sua struttura – esattamente come la loro struttura mentale e fisica – ha saputo reagire all’urto assorbendo il colpo.
Il burbero nonno Aime che fa di tutto per proteggere quel che resta della sua famiglia, e il tenerissimo Olmo, che a tredici anni cerca di prendersi cura di quel fratello maggiore che, lo sa, non è cattivo, ma piuttosto, sta sprofondando in un posto buio e lontanissimo, che sembra il centro esatto del suo dolore, sono invece due giganti. Non solo perché, come l’autore stesso ha sottolineato, tengono botta e guardano in faccia al dolore senza più scuse, ma soprattutto per aver avuto la forza e il coraggio degli incoscienti, dei puri: amare al di sopra di tutto, nonostante tutto.
Persino durante e dopo quell’estate tremenda – su cui si concentra gran parte della narrazione – il loro amore non si tramuta mai in odio – non è un caso che il nome “Olmo” sia riconducibile anche al significato di amore fraterno -, non si lascia mai abbattere né scalfire da scritte spray o dalle maldicenze. Qualsiasi sentimento negativo nei confronti di Diego, infatti, non troverà mai spazio per mettere radici nei loro cuori e non c’è forza e forma d’amore più grande di questa.
La loro resilienza e le rispettive passioni – cucina e ballo per il nonno, il modellismo per Olmo – sono state la chiave per la loro salvezza. La cura e la pazienza con cui vi si sono immersi hanno permesso alla loro mente di rimanere salda anche nelle difficoltà e, così, anche se nei loro occhi brilla tutto il peso della loro sofferenza, si ritrovano spesso a rimproverarsi di non aver fatto di più per quel figliol prodigo che ha perso la strada di casa.
Persino il finale è un inno, un’istantanea che conclude alla perfezione questo dipinto di cuori infranti che non hanno mai smesso di lottare strenuamente contro la solitudine, che hanno saputo perdonare e perdonarsi, con la consapevolezza che ognuno aveva fatto quel che poteva per sopravvivere al dolore e, infine, che non si sono mai arresi e hanno continuato a coltivare la speranza che un futuro migliore sia ancora possibile…
Tirando le somme? Protagonisti eccezionali, dipinti a 360° sia a livello fisico che psicologico.
Una menzione speciale, infine, la faccio per tutti i personaggi secondari – da Ico a Nives, solo per citarne alcuni – che hanno pullulato questa storia rendendola ancora più incredibile!
A costo di sembrare ripetitiva… chapeau!"