Le eroine dei fumetti le invitano a essere belle. Le loro riviste propongono test sentimentali e consigli su come truccarsi. Nei loro libri scolastici, le mamme continuano ad accudire la casa per padri e fratelli. La pubblicità le dipinge come piccole cuoche. La moda le vuole in minigonna e tanga. Le loro bambole sono sexy e rispecchiano (o inducono) i loro diventare ballerine, estetiste, infermiere, madri. Questo è il mondo delle nuove bambine. Negli anni settanta, Elena Gianini Belotti raccontò come l’educazione sociale e culturale all’inferiorità femminile si compisse nel giro di pochi anni, dalla nascita all’ingresso nella vita scolastica. Le cose non sono cambiate, anche se le apparenze sembrano andare nella direzione contraria. Nessuno, è vero, impone più il grembiulino rosa alle bambine dell’asilo, ma in tutti i toni del rosa è dipinto il mondo di Barbie e delle sue molte sorelle. Libri, film e cartoni propongono, certo, più personaggi femminili di un ma confinandoli nell’antico stereotipo della fata e della strega. l’immaginario recente tende a fotografare una scuola divisa in bulli e brave alunne, ma è proprio nel (presunto) rispetto delle regole che si fonda, da sempre, la creazione di un piccolo branco femminile che, crescendo, tramanderà a sua volta frustrazione, sudditanza, impotenza, rancore alle proprie figlie. Del resto, basta gettare uno sguardo al mondo al mondo occidentale, per essere esatti, dove è in atto quella che non sembri esagerato chiamare una guerra contro le donne, con relativi morti e feriti. Viceversa, la rappresentazione e la narrazione del femminile dipingono un panorama ancora una volta dove le donne sarebbero potenti come gli uomini perché in grado di licenziare un subordinato, o di consumare sesso, con lo stesso cinismo. Sembra legittimo chiedersi cosa sia accaduto negli ultimi trent’anni, e come mai coloro che volevano tutto (il sapere, la maternità, l’uguaglianza, la gratificazione) si siano accontentate delle briciole apparentemente più appetitose. E bisogna cominciare con l’interrogarsi sulle perché è ancora una volta negli anni dell’infanzia che le donne vengono indotte a consegnarsi a una docilità oggi travestita da rampantismo, a una certezza di subordine che persiste, e trova forme nuove persino in territori dove l’identità è fluida, e fluidissimi dovrebbero essere i generi, come il web. Per dirla con Pink, la popstar che nel video Stupid girls denunciava tempi cupi per il femminismo, bisogna dunque capire come sia possibile che le ragazze che volevano diventare presidenti degli Stati Uniti abbiano partorito figlie che sognano di sculettare seminude al fianco di un rapper. E per farlo, occorre tornare negli stessi luoghi dove le bambine compiono ancora oggi il loro apprendistato al secondo la famiglia, la scuola, il mondo dei media, l’immaginario dei libri e dei cartoni.
Da alcuni anni i grembiulini rosa (il mio addirittura si allacciava sulla schiena, quello azzurro dei maschi sul davanti) e bianchi per le bambine sono scomparsi da asili e scuole elementari privilegiando uniformi colorate e unisex.Perché allora qualunque altra cosa creata per ragazze e bambine deve essere rosa?! Ipod, console di videogames, cellulari...tutto rosa. E perché nei videogiochi i maschi uccidono gli zombie e le femmine fanno le veterinarie o le maestre?Perché siamo ancora cresciute facendoci sviluppare capacità diverse dai maschi per poi sentire i lamenti sul fatto che poche donne scelgono percorsi di studio scientifici?Perché, ancora, una donna per esistere deve avere un uomo al fianco (cosa che insegnano tutt'ora le Winx, non si sta parlando del medioevo) e saper "valorizzare" il proprio aspetto fisico? E perché sono proprio le nostre madri a perpetuare pregiudizi e comportamenti arcaici? Questo libro offre una panoramica su come, grembiulini a parte, i modelli femminili proposti alle bambine come esempi sono triti e ritriti, predigeriti da almeno un paio di secoli di storia, ma con una certa quantità di pelle in mostra in più. Interessante. Apre gli occhi su cose a cui prima magari non ci si faceva caso.
Ancora dalla parte delle bambine è un saggio che per la trattazione delle fonti, non meriterebbe di stare nemmeno in una tesi triennale. Faccio alcuni esempi: stralci di battute utilizzate fuori contesto o addirittura se ne ribalta il senso esplicitato dall'autore. Ad esempio, ne Gli Sporcelli, Roald Dahl espone come la bellezza interiore sia visibile dal viso, idea sottolineata da Quentin Blake con una signora sdentata, foruncolosa, ma tutta sorridente ed evidentemente buona e dolce. La Lipperini usa la frase di Dahl fuori contesto, citando "chi è brutto fuori è perché è brutto dentro". Opinione evidentemente contraria a ciò che intendeva Dahl.
Naturalmente, gli esempi si sprecano, e le statistiche dell'ISTAT vengono buttate insieme alla pop culture come se avessero lo stesso peso, grave per qualsiasi saggio, figuriamoci in uno che si vuole dimostrativo.
Non si può citare una battuta di Samantha in Sex and The City ed ergerla a simbolo di un sistema. A parte il mio amore per SatC e per Samantha in particolare, un personaggio ha spesso una quantità di sfumature che raramente possono essere racchiuse in una frase, figurarsi per una serie controversa e dinamica come SatC. Una serie che non può nè vuole spiegare un'idea, qualunque concezione delle donne si sia scelto, ma che si confronta continuamente con tematiche femministe e sopratutto si interroga sulla posizione, le scelte e i desideri della single di oggi spesso senza prendere una posizione esplicita - se non al limite nella caratterizzazione dei personaggi che rimane bene o male sempre la stessa durante tutta la serie (Charlotte la ragazza di Park Avenue, ecc.), - ma piuttosto sperimentando attraverso la vita e i dilemmi dei personaggi. Per cui vengono esplorati temi come l'autonomia, il matrimonio e il lavoro, il maschilismo (quella scena fantastica di Samantha e il discorso sulle lacrime) ecc.
E il bello di Sex and The City è proprio questo: non appiattendosi su una scelta preconfezionata delle decisioni dei personaggi mostra in modo cangiante, ricco di ispirazione e in contatto con la vita vissuta ciò che significa essere donna, e voler vivere la propria vita rispettando le proprie pulsioni e desideri.
Il confronto con Dalla parte delle bambine di Elena Gianini Belotti è quasi imbarazzante, essendo questo così ricco di vera ricerca sul campo. Perché, abbiate pietà di me, estrapolare brani di conversazione di quattordicenni sul forum delle Winx non è ricerca. Quanto poco può valere a titolo di indagine, e non questa pagliacciata di fonti, conversazioni pubbliche tra quattordicenni, influenzate dall'età e dai bias psicologici al conformismo (Solomon Asch, anyone?) Per non parlare di quanto un campione che passa il tempo al computer non possa essere chiamato a rappresentare l'intera popolazione quattordicenne femminile.
L'analisi, se così si può chiamare, della Lipperini, contiene spunti interessanti di riflessione ma spesso si perdono in un'articolazione dei contenuti disordinata, che passa tranquillamente dai Pokémon a un'interpretazione erronea degli Sporcelli nello spazio di uno stesso capitolo.
Elena Gianini Belotti, con il suo "Dalla parte delle bambine", proponeva nel 1973 i risultati a cui il suo studio sui metodi di educazione delle nuove generazioni l'aveva condotta. Il libro, seppure con il limite di non proporre felici esempi alternativi - che pure dovevano esserci - è frutto di lunghe ore trascorse a osservare bambini e bambine all'interno del loro ambiente scolastico (asilo ed elementari soprattutto) per verificarne i comportamenti in relazione gli uni agli altri, nonché gli atteggiamenti spontanei manifestati dalle loro insegnanti.
Loredana Lipperini vuole, una quarantina d'anni più tardi, riproporre il tema dell'educazione sessista in Italia, argomento palesemente d'attualitá. Peccato che, a differenza di chi l'ha preceduta, la signora Lipperini non abbia alzato il sedere dalla sedia neppure per mezz'ora, intanto che scriveva il suo libro, limitandosi a girare la testa tra i programmi televisivi e i blog su internet. Cosa che, peraltro, potevamo fare tutti tranquillamente senza bisogno del suo input. Peccato che il libro sia caotico e sconclusionato, con parti che si ripetono talmente identiche che più di una volta mi sono fermata per sfogliare le pagine, convinta di essere tornata indietro a rileggere il capitolo precedente. Peccato che, già che era su internet e tv via cavo, non si sia data la pena di approfondire il discorso facendo un paragone con quanto accade in altri Paesi. Peccato che alla fine venga fuori un universo femminile disegnato senza alcuna speranza di libertà: se trovi la felicità attraverso l'amore e la maternità (o persino le arti) significa che ti sei lasciata modellare dalla Società; se al contrario ti rifiuti di procreare e ti dedichi alla carriera lo stai facendo solo per rivalsa. Una donna libera non esiste, libera di cucinare perché le piace, o libera di lavorare tanto perché ciò la gratifica.
La televisione, la scuola, i fumetti e la letteratura per ragazzi: tutti inesorabilmente colpevoli di instillare nelle nuove generazioni preconcette idee sessiste. La famiglia? Se una madre si preoccupa per la figlia anoressica e cerca all'interno della loro relazione un disagio a cui porre rimedio, non è una madre da ammirare, ma una povera demente che si colpevolizza quando invece dovrebbe sbraitare contro i palinsesti televisivi. La signora Lipperini racconta della fortuna che ebbe sua figlia, incontrando un'insegnante che, invece di lodarla per aver fatto la spia, la avvisò seccamente di non gradire quel tipo di comportamento. Eh sì, per fortuna che c'è stata quell'insegnante, perché sua madre era troppo occupata a trovare colpe in ogni altra donna della penisola, per dire lei stessa la medesima cosa alla figlia. Gli autori dei programmi televisivi sono brutti e cattivi perché propongono immagini equivoche quando sanno perfettamente che ci sono bambini davanti alla TV anche alle 10.00 di sera. È colpa loro, se ai piccoli vengono inviati messaggi sessiti, non certo dei genitori che invece di mandarli a dormire li lasciano davanti alla tv! Se un programma non viene guardato, viene soppresso. È tanto semplice. La Disney è brutta e cattiva perché propone giornaletti dedicati alle bambine con pubblicità di intimo e collant. È colpa sua, se le bambine fanno i capricci quando si devono vestire, non certo dei genitori che non insegnano loro che c'è un'età per tutto! Se un prodotto non viene acquistato, non viene più riproposto. È tanto semplice.
Di tutti i programmi televisivi da lei condannati (e sono tantissimi) personalmente ne conosco solo qualcuno di nome, e sì che ho una figlia adolescente. In casa nostra nessuno li guarda, i loro diktat non ci riguardano, così come non riguardano altri milioni di italiani che la signora Lipperini non ha minimamente considerato e che pure esistono. Trovo che ignorare tutte queste donne, professioniste, insegnanti, madri, ragazze e bambine sia, proprio in questo periodo storico, oltraggioso. Tanto più che considerarle avrebbe forse dato al libro il senso di mostrare che un'alternativa esiste e funziona. Mi viene il dubbio che lo scopo non fosse tentare di cambiare una situazione sbagliata, ma solo sfruttare un argomento hot per emergere e distanziarsi da un mondo considerato inferiore.
Da diciottenne - cresciuta quindi nella seconda metà degli anni '90 tanto vituperata dalla Lipperini - non è stato facile leggere "Ancora dalla parte delle bambine". Avevo già intuito da sola che la società italiana nei confronti delle donne è molto più arretrata di quello che vuol credere, ma vedere questi concetti scritti nero su bianco fa tutto un altro effetto, sopratutto se sai di fare parte anche tu della propaganda sottilmente misogina fatta da istruzione, media di vario genere, ecc. Io, a dieci anni, adoravo le Bratz, nonostante a riguardarle oggi mi rendo conto di che razza di modello sbagliato siano per delle bambine. Oggi, nell'ideare un romanzo - niente di serio, per carità - faccio fatica a costruire un personaggio femminile che non sia la gelida guerriera caso umano o la giunonica compagna del protagonista, le cui uniche professioni sono stare in casa e farsi salvare in caso di rapimento; e non ricordo più l'ultima volta in cui non ho notato questi stereotipi. La narrativa femminile, poi, la evito come la peste: i veri protagonisti sono sempre i personaggi maschili, o le amiche. Ho conosciuto una ragazza anoressica nel cui ospedale in cui era ricoverata le proibivano di guardare la televisione, da quanto era fuorviante. La mia coetanea incinta non era libera di fare niente, nemmeno mettersi la crema per i brufoli: sia mai, avrebbe fatto male al bambino.
Tutte cose di cui la Lipperini parla nel libro: a volte fa un po' troppe digressioni - specie sulle donne adulte: interessante, sì, ma l'argomento non erano le figlie? - ma in linea generale lo fa in maniera competente. Le fonti sono usate in modo intelligente ed accurato: ad esempio, quando parla di anime e manga, non c'è mai un'informazione sbagliata. E credetemi, non è una cosa scontata: ho trovato errori persino in un saggio sui fumetti (!). Alcuni punti, poi, sono un vero e proprio pugno nello stomaco: mi ha particolarmente impressionato l'SOS della madre anoressica, che conclude il suo drammatico messaggio con la parola - scritta in maiuscolo, ed accompagnata da puntini di sospensione - "peso". Oppure tutte le storie di bambini che, solo perché disturbano la lezione, o forse perché la madre non è bene accetta tra le altre, vengono denunciati o imbottiti di psicofarmaci. Meno impressionanti - ma più motivo di rabbia - altre parti, come quella dedicata ai giocattoli per bambine: mi è rimasto particolarmente impressa la differenza tra il Sapientino per maschi e per femmine. Quest'ultimo è a tema Barbie; il primo, invece, sulla scienza e la tecnologia. Oppure l'analisi delle riviste per (pre)adolescenti, che propongono modelli e temi che, tecnicamente, a delle bimbe non dovrebbero interessare.
In sostanza, tutte le donne dovrebbero leggerlo. E magari aprire gli occhi, prima di aderire a quei modelli che sembravano essere stati sconfitti ed invece, come le fenici, risorgono dalle proprie ceneri.
Dopo aver letto con interesse e sgomento "Dalla parte delle bambine" di Elena Gianini Belotti mi era venuta voglia di scoprire quali parti del testo potessero essere riproposte ai nostri giorni e in che modo, e quali nuove difficoltà fossero sorte nel frattempo nel panorama femminile. "Ancora dalla parte delle bambine" e' l'attualizzazione (al 2007) del libro della Belotti, ma a più ampio raggio d'azione. Mentre il primo si incentrava sul l'educazione impartita alle bambine nel corso dell'infanzia e della giovinezza, questo secondo affronta tantissime tematiche legate alla donna nella società attuale: la paura di essere mamma per presunta inadeguatezza, la moda, la mercificazione del corpo, la pubblicità, l'editoria, i giocattoli, la televisione, la scuola... E il quadro che ne fuoriesce e' davvero desolante. I modelli che vengono imposti alle bambine le portano ad aderire - inconsapevolmente - ad essi, anche se spesso incompatibili tra loro o contraddittori. Alcune parti le ho trovate un po' lunghe e confuse, altre invece (come quella sui disturbi alimentari) particolarmente interessanti e ben strutturate, con citazioni di fonti originarie (blog, lettere, interviste, chat, spot pubblicitari...) di cui l'autrice si è servita per maturare il suo pensiero e che permettono una visione chiara e agghiacciante del problema. Ripeto però che rispetto al volume precedente mi è parso molto meno lineare: a mettere troppa carne al fuoco spesso si esagera.
Leggere questo libro, cosa che ho fatto per due volte consecutive, è stata un’esperienza abbastanza sconvolgente. Ed è sempre così quando qualcuno ti sventola quello che hai sotto gli occhi, che ti sembra ovvio e a cui sei abituato, e ti dimostra con adeguate prove ed argomentazioni quanto sia ingiusto ed assurdo. Già la copertina è un bel pugno nello stomaco. Sorprende il fatto che si tratti un’opera d’arte preesistente alla redazione del libro (Saint Barbie di Mark Ryden, 1994), ma che esprime grandemente i contenuti che Lipperini andrà ad esporre: cosa che farà con grande perizia, acutezza e capacità di ragionamento, oltre che con una scrittura emotiva il giusto e molto coinvolgente, a partire fin dalle due “scene”, iniziale e finale, dove la suggestione è quella di avvicinarsi al mondo con il volo astronomico a precipizio che apre le ricerche di Google Earth. Come si può arguire dal titolo, questo saggio si ricollega direttamente a quello che fu scritto da Elena Gianini Belotti nel corso degli anni Settanta, secondo il quale i ruoli sessuali vengono definiti socialmente da un imprinting educativo quasi invisibile perché dato per scontato – giocattoli differenziati per maschietti e femminucce, ai primi le costruzioni e alle seconde le bambole; differenti prospettive esistenziali e sociali fornite e foraggiate da libri scolastici e di lettura; differenti caratterizzazione di atteggiamenti, modi, colori , azzurro e rosa – e molto altro. Ma le attenzioni a cui si appunta l’indagine della Lipperini sono sul fatto che modi, consapevolezze e atteggiamenti, nonostante le pretese vittorie della rivoluzione sessuale, nonostante le pretese consapevolezze del femminismo, nonostante i pretesi mutamenti dei costumi non siano affatto cambiate, anzi per certi versi la situazione ad oggi sia particolarmente peggiorata, e di questo peggioramento si rendono evidenti complici i media, vecchi e nuovi, nonché una evidente tendenza revisionistica che traspare da moltissime prese di posizione più o meno ufficiali (= “le donne devono stare dentro casa e badare ai figli, altro che lavorare e ‘realizzarsi’ ”, eccetera). Si parla, ad esempio, delle madri, di quanto la cultura dominante cerchi di far collimare il significato e il valore dell’essere donna con l’unico e solo concetto di maternità – instillando peraltro paure, timori e tremori su quanto delicato e pericoloso sia questo ruolo, su quanto la madre sia del tutto inabile e incapace a farcela “da sola” (aiuti familiari? Forse, ma non è detto) e trovi quindi, o sia costretta a trovare rassicurazioni e “istruzioni” in continui esami e test medici durante la gravidanza, in riviste specializzate che spiegano cosa si deve fare e cosa no, in cataloghi di articoli per la mamma e la prima infanzia, in un marketing astutamente mirato e personalizzato. Si parla delle riviste indirizzate alle bambine, dove attraverso l’armamentario consueto di fatine e streghette sempre molto glamour e facendo finta di trasmettere contenuti morali si fa passare il messaggio che il valore primario sia la bellezza, e le si istruisce fin da subito in merito alle armi della seduzione (ombretti, lucidalabbra e quant’altro); si parla della televisione, e dei programmi “per bambini” spesso da questi snobbati per perdersi invece nei reality-show declinati in tutte le loro varianti, o in varietà provocanti e colorati. Si parla dell’educazione differenziata a scuola e in famiglia, le bambine da cui ci si aspetta tranquillità, aiuto e dedizione, i maschietti invece iperattivi, movimentati e – talvolta perfino – violenti, ma che ci vuoi fare, sono maschi; la spinta alla competizione da parte dei genitori, i figli che devono essere attivi, efficienti, vincenti, e, come diceva un padre, “se ti danno un calcio tu dagliene due. Non crescermi coglione”. Si parla del culto della bellezza, del messaggio veicolato ovunque che, per una donna, la bellezza sia l’unico vero valore reale, e tutto il resto è relativo. Si parla delle televisioni trash, dove il corpo della donna viene esibito, mercificato, mostrato. Tutto questo è molto interessante, ampiamente condivisibile, e sicuramente assai preoccupante. E’ anche apprezzabile il fatto che Lipperini non si metta a sparare a zero sugli oggetti e i media delle nuove tecnologie a prescindere, come fanno i molteplici Savonarola dei telefonini e di internet, ma sottolinea l’importanza di tenere separati il mezzo e il messaggio, di non asservirsi a una lettura veloce e superficiale di Vance Packard, l’autore del profetico “I persuasori occulti”; da buona conoscitrice di internet e del mondo dei forum e dei blog trae anche da questi una notevole messe di materiali e di spunti, né snobba per partito preso il mondo dei manga giapponesi o di altre grandi culture parallele. Al contrario, sottolinea l’importante valore aggregativo delle comunità di Internet, la produzione di cultura non individuale che in esse avviene, la trasformazione di modi di essere e di pensare. Bello poi l’uso di citazioni “fuori testo”, sebbene alternate al testo; nella maggior parte testimonianze raccolte da internet, in qualche modo correlate all’argomento del discutere. Pesantissimo il sarcasmo indiretto che ciò provoca nel capitolo “Being Maria de Filippi”, come si può arguire dedicato alla trash-televisione, dove le citazioni sono tratte da un fantomatico “codice di autoregolamentazione TV e minori” la cui applicazione, visti i fatti descritti, appare una simpatica barzelletta. Comunque, qualche riflessione la voglio fare lo stesso. Non sono critiche, solo spunti di riflessione. La bellezza e la seduzione come strumenti del successo. Sicuramente discutibile è un sistema culturale che porta ad affermare questo tipo di valore (o una sua possibile declinazione, la più istituzionale) come l’unico possibile su cui fondare successo e prestigio, e tutto ciò che ne consegue se spinto ad eccessi patologici (anoressia, chirurgia plastica, eccetera). Ma temo anche che questa critica possa far cadere in un eccesso opposto, in cui si pretenda che la bellezza non significhi niente, né sia consentito apprezzare la bellezza e la seduzione, nè sentire il proprio desiderio di esse (in sé o nell’altra persona) come una cosa giusta e legittima. Il desiderio della bellezza è un fatto biologico, non culturale; nella maggior parte degli animali evoluti la bellezza e la prestanza fisica svolgono un ruolo fondamentale nel corteggiamento e nella scelta del partner (e non necessariamente, peraltro, la più bella deve essere la femmina e il più prestante il maschio). Quando, nel 2000, avevo partecipato al convegno “La prima volta – erotismo e scrittura” a Fiuggi, di fronte alla contestazione di un’ascoltatrice che il mondo immaginato dalle scrittrici di erotismo bandisse mediocrità e imperfezione e fosse fatto solo di donne belle e sensuali, una scrittrice – bella e sensuale, peraltro – aveva afferrato il microfono e aveva affermato con una certa veemenza il diritto di popolare il suo mondo di questo tipo di figure, per lei (e non solo per lei, evidentemente) ideali. Se la bellezza è importante, come è importante, pare ovvio che si cerchi di tendere naturalmente verso di essa. D’altra parte, anche a fare un giro su Second Life è difficile trovare degli avatar che siano meno che splendidi. Le persone vorrebbero essere così, o si immaginano così e non è certo un fatto culturale. Piaccia o no, la situazione è questa. La “pornografia”. Lipperini usa questa parola a proposito degli eccessi televisivi di svariate soubrette ed attricette che accorte regie espongono e denudano, sia pure in maniera non totale. E’ una questione di termini: io non la chiamerei pornografia, ma istigazione al voyeurismo, o all’onanismo. La pornografia è quella che mostra tutto, fin all’eccesso; è quella che non lascia sottintesi; è quella che evidenzia, non accenna. La rappresentazione di Elisabetta Gregoraci (o qualsiasi altra) minimalisticamente vestita, in bilico su una tavola da surf in uno studio televisivo e ripresa da tutte le angolazioni strategiche non è pornografica, ma onanistica. Pornografica lo sarebbe se la si vedesse masturbarsi nuda, o avere rapporti sessuali con qualche partner, maschio o femmina. Qui non c’è rivelazione; c’è solo accenno, foraggio per l’immaginazione, allusione che quelle cose lì che uno si immagina, lei le fa veramente, ma non te le fa vedere, perché lei è una per bene, non è mica una pornostar, ci mancherebbe. Per me, tutto questo non è pornografia. E’ peggio. “…Giocare con i simboli, e con gli stereotipi, presuppone una consapevolezza così potente e così granitica del gioco medesimo che è molto difficile non restarne scottati”. Giustissimo. Il simbolo, qui, è quello del corredo stregonesco del femminismo degli anni Settanta. Attraverso cui passa e giunge a noi l’eterno femminino, il valore magico della femminilità e della maternità, lo spirito creatore, eccetera. E’ assolutamente lecito diffidare di tutto questo armamentario che trova i suoi esiti più prossimi nelle varie Witch e Winx, armamentario peraltro creato dagli uomini nel corso del tempo come una sorta di prestigioso ghetto in cui rinchiudere le “naturalmente potenti” donne e tenerle accuratamente lontane dal vero potere, dall’esercizio intellettivo, dalla produzione della scienza e della cultura. Ma mi è spiaciuta la citazione indiretta del titolo – solo del titolo, beninteso, non del contenuto – di un libro che è lontano mille miglia da questa paccottiglia, “Donne che corrono coi lupi” di Clarissa Pinkòla Estés. Che è un esteso, affascinante e complesso saggio di analisi junghiana di una lunga serie di miti che hanno donne come protagoniste. Queste mie sono solo osservazioni, non critiche. Il libro di Lipperini resta comunque interessantissimo, documentato e scritto in modo emozionante e coinvolgente. Lettura assolutamente consigliata a tutte e a tutti.
A leggerlo e ad avere figlie femmine si rimane shoccati: non si salva niente, quasi niente della letteratura per ragazzi e relative riviste. Non che non lo sapessi, ma certe volte io stessa mi sentivo esagerata e critica, di fronte ai moltissimi luoghi comuni da cui siamo invasi ma la Lipperini conferma che non � cos�. Mi piace molto l� dove assolve i media, la tecnologia che non sono che il veicolo della cultura imperante e non cause. La critica, l'unica , � che non d� sufficiente rilevanza alla critica dell'educazione dell'altra met�, e cio� dei maschietti. Invece di una critica verso una cultura dell'accudimento e della maternit� rivolta alle femmine, si dovrebbe invece incoraggiare una cultura dell'accudimento, della pace anche nei maschietti, scoraggiando l'aggressivit� e la competizione, che non � innata bens� insita nella cultura sessista. Prova ne � che quando un bambino persiste in atteggiamenti considerati femminili viene fortemente scoraggiato, soprattutto dagli adulti e dalla comunit� dei pari (ma non dai pi� piccoli).
Questa frase è stata il commento inserito da un amico nella mia pagina facebook dopo che avevo deciso di condividere con i miei contatti l'aberrante video di uno spot di una nota casa produttrice di acqua minerale in cui una modella alta e bionda e una ragazza bassa, cicciottella e mora uscivano da un camerino indossando lo stesso abito chiedendo alle amiche "Come sto?" e ottenendone risposte tali da suscitarmi un moto di voltastomaco. Al momento la mia repulsione, lo ammetto, non era stata causata dalla "questione femminile", ma dalla continua riproposizione in tv del solito modello per cui la bellezza è tutto, anche per gli uomini, ma, soprattutto, per le donne.
Siamo sicuri che la scrittrice abbia capito (del tutto) la cultura Italiana ed occidentale in generale?
Questo saggio-indagine è frutto di un'eccellente scrupolosa ricerca compiuta in prima persona, sulla cultura giovanile italiana, di fine anni '90 e primi 2000 (con relative influenze USA). Il nucleo principale su cui si basa questo saggio è l'analisi della rappresentazione della donna in TV, sulle riviste, e anche per certi aspetti su internet, quindi avverto subito che questo non è un saggio soltanto sul femminismo, ma sulla contemporaneità ed i media (vengono trattati televisione, videogiochi, giochi, libri per ragazzi, web, cartoni animati e personaggi famosi). In particolare al centro c'è la "re-genderization" operata dai mass media la quale si basa sul rimarcare i solti stereotipi, ruoli e qualità di genere all'interno dei prodotti commerciali in modo surrettizio, sottintendendo spesso una posizione di subordinazione della donna. In breve: di questo saggio condivido quasi tutto tranne che:
1) L'Incomprensione dell'iconica Cantante Britney Spears. La Scrittrice interpreta la figura di Britney come la solita popstar semi-svestita, ipersessualizzata e che punta tutto sulla bellezza ed il corpo. Cioè è completamente incompleto e fuorviante, Britney con la sua musica comunica agli ascoltatori forza, grinta e sicurezza di sé, in questo modo non solo spinge tutti a ballare, ma rincuora, ed ha rincuorato migliaia di studenti di tutto il mondo (visto che era, ed è apprezzata soprattutto dagli adolescenti) dandogli energia e carica, e poi nei suoi video i riferimenti "espliciti" ed ammiccanti sono volutamente ironici. La Spears ha rappresentato un ideale ben preciso: quello della ragazza decisa, forte, determinata, e sicura di sé, che però ama anche andare alle feste e curare l'aspetto fisico, ma non è solo un "corpo", questo significa non averne capito la portata vera. Britney ha carisma. Purtroppo la Dot.ssa Lipperini si è soffermata meramente all'aspetto esteriore, quindi al fatto che in alcuni suoi video musicali la cantante sfoggi abbigliamenti provocanti, senza analizzare per esempio, i contenuti dei testi delle sue canzoni, (vedi Work, bi**h) e senza neanche informarsi chiedendo ai fan di Britney cosa lei abbia rappresentato per loro.
2)Fare passare Paris Hilton per una sorta di "corruttrice dei costumi morali delle minorenni". La Dott.ssa Lipperini prende come esempio un forum dove alcune ragazzine osannano Paris Hilton per come si veste. Paris è una ragazza, ora donna, anche se in 20 anni non è cambiata di una virgola, che certamente sfrutta la propria immagine e la sua fisicità per continuare ad essere famosa e popolare, ma non si limita solo a questo perché comunque è intelligente e creativa, chi la ammira veramente non può non accorgersene, e fermarsi solo all'apparenza, ma devo dire che questa non è una vera obiezione o un errore della scrittrice, ma un parere personale.
3) Radicale semplificazione, ed insufficiente trattazione del concetto di Cute. Il concetto di Cute di cui la Scrittrice parla è totalmente fuorviante perché lo dipinge come un melenso tentativo di accendere o instillare nelle bambine il senso materno. Nulla di più sbagliato, che il Cute abbia a che fare ANCHE con la cura e la protezione stimolata da figure e creature dalle fattezze bambinesche, è un fatto, ma non è il solo, a formare il concetto in esame. SI tenga conto che il Cute è amato anche per tantissimi altri motivi che poco hanno anche fare con la cura dei più piccoli, esso assume valenze diverse a seconda delle culture in cui viene sviluppato, secondo le proprie peculiarità. L'occidente, inteso come USA ed Europa, è stato una delle prime patrie del Cute, tanto da influenzarne la cultura popolare giovanile (ci sono e c'erano anche nel 2007, quando fu scritto questo saggio, intere aziende che guadagnavano miliardi basandosi sulla vendita di prodotti Cute a ragazzini/e e adulti). La Dott.ssa invece liquida una così importante caratteristica della cultura pop occidentale in poche righe, ma forse non ha notato che il concetto di Cute è fondamentale? Come si può ridurre l'importanza del cute alla sola Hello Kitty (che tra l'altro è giapponese)? Il Cute in Giappone è un concetto diverso da quello occidentale, tanto che viene chiamato con un altro termine, Kawaii, i due stili hanno certamente delle similitudini, ma NON vanno confusi.
4) Difficile comprensione in alcuni capitoli del messaggio finale che la Scrittrice voglia comunicare ai lettori, a causa di continui susseguirsi di divagazioni ed esempi. Alcuni discorsi sono impostati in modo un po' evanescente quindi al lettore una volta che ha terminato il capitoletto non rimane impresso in modo chiaro il messaggio.
Comunque questo saggio mi ha dato uno strumento in più per analizzare la realtà dei media del mio Paese, soprattutto mi ha permesso di porre maggiore attenzione su dettagli e dinamiche che prima della sua lettura non notavo nemmeno (vedi pubblicità). La cosa che più mi ha colpito è il paradosso che emerge dalla nostra società occidentale e italiana: da un lato viene promossa la figura della donna estremamente sensuale, iper-sessualizzata, tutta corpo e la bellezza veicolata dalla "pubblicità-pornografia" dalle riviste, e dei TV show. Poi all'opposto c'è il prodotto finale della scissione insensata tra "femmina" e "madre" , ovvero la donna da quando diventa madre smette di essere donna e si tramuta in una figura completamente asessuata, casta e pura. La scrittrice riflette anche sul fatto che fin da neonata si cerca di contenere gli istinti fisici della donna, per instradarla verso piaceri più spirituali, (riprendendo il discorso della Giannini Belotti). L'altro aspetto della mia cultura che mi ha turbata estremamente, ma che conoscevo già, riguarda il fatto che anche le bambine vengano sessualizzate già presto a partire da linee di trucco espressamente pensate per loro, volte a renderle delle sorte di "Lolite", oppure che anche nelle pubblicità sui giornali per ragazzine, queste posino in modo ammiccante e semi svestite. Troppe verità ci sono in questo libro. Dopo averlo letto posso osservare la realtà che mi circonda con attenzioni e strumenti in più, facendo caso a dettagli che prima non notavo.
Allora, partendo dal fatto che io apprezzi davvero la Lipperini, ho trovato questo saggio davvero interessante e scorrevole. Ho riscontrato solo un problema: era difficile capire il filo rosso tra gli argomenti che non sempre sembravano collegati.
Un po' lento e ripetitivo ma comunque abbastanza interessante. Ha poco a che vedere con il bellissimo saggio della Gianini Belotti (sia per contenuti sia per stile di scrittura) ma apprezzo l'intenzione di tentare di riprenderlo e aggiornarlo 50 anni dopo.
Arrivata a pag.135/284 mi arrendo, e non già perché l'argomento non mi interessi, anzi. In procinto di diventare nonna di un chico, il discorso sui preconcetti di genere è per me molto caldo, insomma lo sento parecchio. Con questo presupposto mi sono riletta un paio di mesi fa Dalla parte delle bambine di Elena Gianini Belotti, e successivamente, sfidando la mancanza di versione ebook ed apprestandomi a cavarmi gli occhi su una scrittura miniaturale, ho preso in mano il "sequel" di Lipperini. Ahi, che grande delusione! Laddove il libro della Gianini Belotti, a buon titolo una pietra miliare sul tema dell'educazione sessista in Italia, fu frutto di lunghe osservazioni all'interno dell'ambiente scolastico alla ricerca delle loro precoci e "spontanee" manifestazioni di genere, il lungo trattato che ne riprende il titolo (ma è sufficiente?) indagando in modo parecchio disordinato fra pubblicità, programmi televisivi e blog di Internet, risulta parecchio noioso. Pieno di inutili ripetizioni che ne appesantiscono la lettura, inutilmente prolisso e con un'articolazione dei contenuti decisamente arraffazzonata. La trattazione è fredda, distaccata, sembra essere scaturita da un collage di pezzi scritti a casaccio e cuciti assieme alla bell'e meglio, manca quel "soffio" di vivacità che scuote la coscienza e rende un saggio su questa tematica indispensabile per capire come stare al mondo per cambiarlo. Peccato.
Questo saggio viene a posizionarsi come seguito di "Dalla parte delle bambine" di Elena Gianini Belotti. Il primo è degli anni settanta mentre il secondo è di inizio duemila. Entrambi i saggi si concentrano su come le differenze di trattamento legate al genere e gli stereotipi di genere ci siano in realtà già inculcati da piccoli. Se nel libro di Belotti si tratta di uno studio molto approfondito basato su osservazioni effettuate dalla studiosa in vari asili nidi e scuole, il libro di Lipperini è una ricerca un pochino più confusionaria basata su siti internet, scambi di mail con persone di rilievo negli ambiti citati dal saggio e esperienze personali. Ho preferito l'approccio di Belotti e il saggio, letto ormai l'anno scorso, mi ha davvero aperto gli occhi su delle ovvietà nascoste in bella vista. Il saggio di Lipperini è in realtà un piacevole complemento a quello di Belotti in quanto affronta tematiche più moderne quali i disturbi alimentari, internet e la televisione (e si parla delle W.I.T.C.H, perciò ero felice). Se doveste leggerne solo uno vi consiglio però quello di Belotti. Se invece siete nati negli anni 90 il saggio di Lipperini è un tuffo nella nostra infanzia e adolescenza. Inoltre sarebbe interessante avere un'altra studiosa che realizzi un saggio sugli stessi argomenti ma adesso o fra 10 anni. Basti pensare al ruolo che i social potrebbero giocaree nella crescita di bambini e bambine. Io la butto lì.
Deludente su tutti i fronti. Un'opera confusa, piena di retorica e che non si capisce dove voglia andare a parare. Valanga di dati, citazioni e argomenti mischiati in un calderone senza senso, fonti molto spesso non pervenute, testimonianze anonime prese da non meglio precisati blog, e poi nomi, canzoni... Questo libro non é un saggio strutturato su un argomento ben definito, anche nel linguaggio usato sembra piú una chiacchierata informale con gruppo di amiche (alcune espressioni sono decisamente imbarazzanti). Il focus sulle bambine, titolo dell'opera, é solo un pretesto. Di bambine, di quello che sentono e come vivono le varie problematiche di cui si tratta (giochi, vestiti, programmi televisivi ecc) continuiamo a non sapere niente. L'autrice ha passato ore e ore a sfogliare riviste e guardare programmi trash per farci sapere quello che ne pensa LEI, quella che é la SUA percezione. Non ci sono interviste dirette, casi concreti, pareri di psicologi e pedagogisti, disamine approfondite di nessuna problematica, non si propongono soluzioni. Quindi a cosa serve questo libro? A farci sapere che i programmi tv sono diseducativi perché compaioni molte ragazze in atteggiamenti provocanti? Bella scoperta dell'acqua calda
Ancora dalla parte delle bambine" L. Lipperini: 5 Avendo davvero apprezzato "Dalla parte delle bambine" di Belotti mi sono lanciata, senza riserve, nella lettura di questo. Purtroppo non ha affatto soddisfatto le mie aspettative. Nel libro l'autrice riporta un sunto della condizione della donna nel 2000/2006. Per fortuna, da allora, sono stati fatti parecchi passi in avanti, nonostante ci sia comunque, al momento, un netto divario sociale. Leggendolo mi ha infastidito il fatto che, secondo me, abbia fatto polemiche su aspetti abbastanza inutili o di contorno, per poi non soffermarsi sui punti che davvero creano differenze nella vita quotidiana delle donne. Mi è sembrato un manifesto femminista sbraitato a testa bassa, accecato dalla rabbia, poco centrato e quindi poco utile alla causa. Però, il fatto che io lo abbia letto solo adesso, dopo quasi 20 anni dalla sua prima pubblicazione, influisce sicuramente sul mio giudizio.
In quarant'anni il modo in cui si educano le bambine è certo migliorato su un piano formale ma sul piano simbolico è ancora fortemente sessista. Da questo assunto parte "Ancora dalla parte delle bambine" di Loredana Lipperini, libro che ho trovato un valido seguito del lavoro della Gianini Belotti anche se mi aspettavo qualcosa di più. Tantissimi spunti interessanti e purtroppo veri ma troppo frammentato e disorganico, troppa carne al fuoco e per questo alla fine risulta confuso, perdendo un po' dell'incisività che invece contraddistingueva "Dalla parte delle bambine".
Una lettura a dir poco interessante, ahimè l’ho affrontata senza aver prima letto dalla parte delle bambine ma, con la promessa di colmare questa mia mancanza, nonostante questo il testo mi è risultato assolutamente comprensibile.
Molto meglio l’originale, questo fa acqua da tutte le parti: ha del potenziale ma continua a citare cose a caso e a cambiare argomento in modo fastidioso.
Tanti anni fa, proprio quando mi stavo iscrivendo all'università, avevo letto il precursore di questo libro (Elena Gianini Belotti - Dalla parte delle Bambine) perché si trovava a casa ed era della mammonza ed avevo pensato che sarebbe stato utile. Probabilmente lo pensava anche lei quando lo comprò, più o meno in occasione della mia nascita, il libro è datato, infatti, 1973. Ci tengo a spezzare una lancia in favore dell'augusta genitrice: ci hai provato mammola, non è colpa tua se mi piace il rosa e mi sono sposata, sono io che ho bisogno di conformismo. Il libro della Lipperini rimarca come in termini di emancipazione femminile, non solo nel campo del lavoro, qui in Italia siamo tornati a quello che può considerarsi un tardo medio evo. Parafrasando Pink: cosa è successo alle ragazze che negli anni '60 volevano diventare presidente? Sono le mamme di quelle che sculettano nei video di 50 cent (anche se personalmente preferisco Snoop Dog). C'è stata una rapida involuzione dagli anni del femminismo cui è stata data la maggior parte delle colpe e nemmeno un merito, le idee che portava avanti sono diventate come un problema anacronistico e quindi da dimenticare. Se adesso le ragazzine sono sessualmente disinibite è colpa della liberazione sessuale e non del fatto che sembra sempre di più che l'unico scopo della donna sia quello di ottenere un po' di attenzione, e come si sa, passando dalla sessualità l'attenzione si riceve semplicemente più in fretta, ma conseguentemente dura anche di meno. Se ne parla anche qui. La Lipperini fa una disamina critica ed attenta di tutta una serie di situazioni, a cominciare dai cartoni animati (e fumetti) passando dai libri di lettura delle elementari ed arrivando all'epidemia dei Disturbi del comportamento alimentare, e di come le donne siano tornate, specialmente in alcuni frangenti, ad essere trattate come semplici oggetti, date per scontate o considerate come domestiche sempre in servizio. Le richieste alle donne attuali passano dall'essere soddisfatte del proprio lavoro, al gestire una maternità nel migliore possibile dei modi, all'avere successo come madri, mogli etc. Nel frattempo tutto il nostro immaginario, più o meno collettivo è costellato da donne statuarie che si realizzano prendendosi cura del proprio corpo ed essendo sempre al massimo nel lavoro, nella cura dei figli e della casa oltre ad avere un matrimonio di successo; ma la realtà parla di donne che lasciano il lavoro dopo aver fatto dei figli, di donne che sono costrette ad accettare lavori sottopagati e non congruenti con la loro preparazione e di una marea di matrimoni che si sfasciano, senza contare la statistica che evidenzia come il 90% dei crimini si verifichi in ambito familiare, una specie di guerra dei roses senza danny de vito. Il succo del discorso è che essere donne non è facile, esserlo al di fuori dei canoni imposti lo è ancora di meno, ma soprattutto è difficile educare figlie che siano empancipate come minimo dalle aspettative sociali, familiari e contestuali. Donne che non trovino una ragione ultima dell'esistenza nel principe azzurro e che non siano disposte ad accettare assurdità da uomini, solo perchè le paroline magiche sono diventate "ti amo", specie di passepartout che giustifica, in ultima analisi, anche eventuali omicidi. Non è facile vivere, ma vivere da donne ancora meno.
Con questo libro è stato amore a prima vista. Ha tradotto in parole quello che vivo e mi chiedo lavorando con bambini e ragazzi: "Perchè le figlie di quelle donne che sognavano di diventare presidenti degli Stati Uniti -o del Consiglio, volendo riportare il tutto in Italia- desiderano invece, diventare estetiste, letterine, veline? Cosa è successo alle nostre bambine? ". Spesso resto piuttosto colpita, dal vederle truccate a nove anni, dal constatare che una seduta dall'estetista -a 13 anni- o dal parrucchiere, è più importante di una giornata di scuola, e che per loro non c'è nulla di più invidiabile in un'amica, che unghie perfette, laccate e decorate all'ultima moda. Dalla parte delle bambine analizza proprio questa decadenza -lasciatemi passare il termine-, ponendosi come un ideale proseguimento di Dalla parte delle bambine, di Elena Gianini Belotti, che raccontava, negli anni Settanta, come l'educazione dei bambini e delle bambine fosse tale da rinchiuderli in ruoli prestabiliti (i peggiori, manco a dirlo, riservati alle piccole). Loredana Lipperini pone l'accento sulla regenderization, cioè sul fatto che la nostra società, dopo decenni di lotte per la parità, stia tristemente tornando alla gabbia della divisione dei sessi, condizionando gusti e aspirazioni dei bambini e delle bambine. Interessante è anche il discorso sulle pubblicità e sulle riviste per adolescenti, che in realtà si rivolgono a piccole di età dagli otto anni in su, le quali vengono portate a desiderare trucchi, abiti alla moda, unghie perfette, ed a considerare il proprio valore in base all'aspetto del proprio corpo, dando poca -o nulla, purtroppo- importanza all'intelligenza e alle capacità individuali. Un saggio che ti lascia con l'amaro in bocca, che mi ha messo tristezza, che apre gli occhi su lustrini, glitter, tuttorosaaognicosto sotto i quali vengono sepolte le nostre bambine, che, se non aiutate e prese per mano, cresceranno con la convinzione di poter giocare solo al Sapientino rosa, di dover aiutare la mamma nelle faccende -aspettando con ansia di diventare grandi e attendere l'uomo con le pantofole pronte e la cena in caldo-, di non essere adatte allo studio della matematica o alle scienze, di doversi preoccupare solo di abiti, trucco e parrucco, posticipando ad un lontano domani la lettura di un buon libro.
"Perché delle persone contano più la storia che hanno, le cose che pensano e fanno, ma soprattutto ciò che di volta in volta sono loro a decidere che conti".