Dopo aver riscritto la tragedia di Edipo ne “La morte della Pizia”, Durrenmatt ritorna nel mito greco e lo fa, questa volta, offrendoci una rivisitazione del Minotauro. A differenza delle versioni antiche, il lettore ha di fronte una prospettiva rovesciata, immedesimandosi non già dalla parte dell'eroe Teseo, ma da quella del mostro del labirinto.
La storia la conosciamo tutti: il Minotauro, figlio della relazione proibita tra Pasifae (moglie di Minosse) e il Toro di Creta, sacro a Poseidone, viene rinchiuso nel labirinto di Cnosso, un palazzo dall'architettura complicata, una prigione progettata da Dedalo per salvaguardare l'uomo dal mostro, ma anche il mostro dall'uomo. La città di Atene, vinta da Creta, dovrà inviare in pegno ogni anno sette fanciulle e sette fanciulli, che saranno dati in pasto al Minotauro. Fino all'arrivo di Teseo, figlio del re di Atene Egeo, che grazie al filo di Arianna, figlia di Minosse e di Pasifae, riesce a penetrare nel labirinto senza perdersi, e a sconfiggere il mostro, liberando la sua patria dal giogo di Creta. Ma, sembra chiedersi Durrenmatt, siamo sicuri che Teseo sia un eroe? Abbiamo mai provato ad immedesimarci nel Minotauro?
Con lo stravolgimento del punto di vista, veniamo a conoscere un Minotauro che differisce dalla versione classica, in quanto non soltanto bestia brutale e feroce, dalla violenza animalesca ed efferata, bensì creatura chimerica, a metà strada tra l'essere umano e l'animale. Una creatura terrificante e tuttavia tenera nella sua innocenza, che si trova imprigionata in un labirinto senza saperne i motivi, a dover scontare colpe non sue. Durrenmatt lo descrive così: “Una creatura che, oltraggio agli dèi e maledizione per gli uomini, era condannata a non essere né dio né uomo né bestia, ma soltanto minotauro, in pari tempo innocente e colpevole”. È chiara l'influenza di Borges, che aveva già prima di Durrenmatt rivisitato la figura del Minotauro nel breve racconto “La casa di Asterione”, contenuto ne “L'Aleph”. Così il maestro argentino commentava tale figura: “Più che un mostro, è un freak. Combina molti tratti diversi e contraddittori. Ha qualcosa di animale, di umano e anche di divino. Commette crimini orribili, ma è anche in qualche modo innocente, inconsapevole di quello che fa”. Anche Borges narra le vicende del mito dalla parte del mostro, figura tragica e triste, straziante e commovente, incompresa e malinconica. E, infatti, sono molte le analogie tra l'Asterione di Borges e il Minotauro di Durrenmatt: entrambi simboli del diverso, del freak.
Il Minotauro si sveglia, dopo un lungo sonno, nel bel mezzo della sua prigione, un labirinto di specchi che riflettono la sua immagine, proiettata all'infinito intorno alla sua figura (il labirinto e gli specchi, simboli molto cari anche a Borges). Il labirinto di specchi genera confusione, spaesamento, disorientamento nel mostro, che inizialmente non ha piena coscienza di sé e nemmeno riesce a distinguere il sogno dalla realtà. Il suo primo e nuovo mondo dopo il risveglio è un mondo di tanti minotauri, uguali a lui, sue immagini speculari e illusorie, che lo ingannano dolcemente, facendolo sentire meno solo. Questo labirinto di specchi, per il Minotauro, è un po' come la caverna per gli uomini nel celebre mito di Platone: un mondo di illusioni che non permette l'accesso alla verità autentica, che lascia i suoi ospiti nella beata ignoranza. Nel caso del Minotauro, la sua condizione di prigioniero solitario non è inizialmente percepita, la sua vita è felice in compagnia di altri suoi simili, che crede reali ma che sono sue immagini speculari.
L'incontro con creature diverse da lui, gli esseri umani, e la scoperta, data dalla rottura accidentale degli specchi intorno a lui, della propria unicità e solitudine, fanno prendere coscienza al Minotauro della propria condizione di diverso, di escluso, di prigioniero. La rottura dello specchio è una sorta di squarcio del Velo di Maya, un'esperienza dolorosa ma necessaria per sfuggire dal mondo di illusioni ed accedere alla realtà autentica. L'accesso alla conoscenza di sé e della propria condizione tragica, il sentirsi soli, il non poter amare, né essere amato da, nessun altro simile: il dolore e la disperazione sono i nuovi sentimenti del Minotauro.
“Percepì che non esistevano molti minotauri ma un minotauro solo, che esisteva soltanto un essere come lui, nessun altro prima di lui, nessun altro dopo di lui, percepì che era un essere unico, a un tempo escluso e rinchiuso, che il labirinto c'era a causa sua, e questo soltanto perché era venuto al mondo, mentre una creatura come lui non sarebbe dovuta esistere, lo vieta il confine tracciato fra animali e uomini e uomini e dèi affinché al mondo regni ordine e il mondo non diventi un labirinto ripiombando nel caos da cui ha tratto origine; e quando lo percepì, come un sentire senza sapere, un intuire senza intendimento, non come un pensare umano fatto di concetti, ma come un pensare da minotauro, attraverso immagini e sentimenti, quando se ne accorse crollò a terra, e stando così a giacere, rannicchiato su se stesso, il minotauro sognò di essere uomo. Sognò un linguaggio, sognò una fratellanza, sognò amicizia, sognò accoglienza, sognò amore, intimità, calore, eppure mentre sognava sapeva di essere un mostro cui mai sarebbe concesso un linguaggio, mai fratellanza, mai amicizia, mai accoglienza, mai intimità, mai calore, sognò come gli esseri umani sognano gli dèi, l'uomo con la tristezza degli uomini, il minotauro con la tristezza degli animali”.
Dopo aver vinto le prime diffidenze nei confronti di esseri nuovi, sconosciuti, diversi da lui, ora l'istinto del Minotauro, dato dalla sua paura di rimanere solo, lo fa gioire e danzare per la presenza degli uomini, nonostante questi non capiscano gli intenti pacifici e amichevoli del mostro. In effetti, le sue movenze goffe e brutali fanno intuire tutt'altro, e l'incontro tra Minotauro e uomini, creature profondamente diverse, è involontariamente, ma anche inevitabilmente, tragico, risolvendosi nella violenza. Il destino, secondo Durrenmatt, non può essere cambiato, neanche dalle migliori intenzioni. I sogni del Minotauro si scontrano, dunque, con la dura realtà. L'incomunicabilità reciproca è alla base della sua sofferenza.
Il Minotauro, in queste circostanze, sembra dunque una creatura candida, ingenua nel non percepire l'ostilità di chi, come l'essere umano, è e si sente diverso da lui. Il mostro si illude di essere accettato, amato. Quando, ormai troppo tardi, il Minotauro capisce le vere intenzioni di Teseo, che vuole ucciderlo, non c'è più posto in lui per i sentimenti di amore, di amicizia, di fratellanza, di accoglienza, di calore: l'inganno di Teseo, che si traveste da minotauro per confonderlo e vincerlo, vengono percepiti come tradimento della fiducia concessa dal mostro all'uomo, e la delusione è insopportabile. La falsità dell'uomo e la sua mania di sopraffazione provocano nuovi sentimenti nel Minotauro: odio e sospetto. “L'odio lo invase, l'odio che gli animali provano per l'uomo, perché l'uomo li doma, maltratta, caccia, macella, divora, l'odio primigenio che cova in ogni animale”.
Durrenmatt scrisse il Minotauro in versi, la cui metrica è stata difficile da definire: l'analisi ha rivelato dominante, pur con frequenti eccezioni, l'utilizzo della pentapodia giambica, il verso d'elezione del dramma tedesco. È stato difficile, dunque, mantenere contemporaneamente nella traduzione italiana lo stesso schema metrico e lo stesso slancio, lo stesso impeto, la stessa forza del testo originale. Ne risulta comunque una poesia potente, dal ritmo incalzante, serrato, che ricrea un'atmosfera intensa e onirica, quasi claustrofobica. È praticamente impossibile fare delle pause, si è quasi obbligati a leggere il testo tutto d'un fiato, e la sensazione che si viene a creare, con le numerose e repentine variazioni di ritmo, è quella a metà tra una danza e un inseguimento. Infatti, il sottotitolo dell'opera, “Una ballata” (nella prima versione, “Un balletto”: da questa poesia dalla potente dimensione scenica, non a caso, venne infatti tratto un balletto che ebbe molto successo), che indica un tipo di componimento che tecnicamente mescola i generi lirico, epico e drammatico, con frequenti rimandi al mito antico, ne definisce già in partenza lo stile e i contenuti.
Era da tempo che desideravo leggere quest'opera breve di Durrenmatt, finita fuori catalogo. Per fortuna, Adelphi lo ha ripubblicato recentemente in una nuova, elegantissima edizione, corredata dal testo tedesco a fronte e dalle suggestive illustrazioni dell'autore. Un'occasione da prendere al volo, e per me è stato un bellissimo regalo di Pasqua. Il lavoro di traduzione di Donata Berra, che per lo stesso editore si è già dedicata alle opere di Durrenmatt, è stato encomiabile. Peccato per la mancanza della preziosa introduzione che Durrenmatt scrisse per presentare e commentare la sua ballata, presente invece nell'edizione italiana precedente, per i tipi di Marcos y Marcos.
Una storia, quella del Minotauro, che è la parabola dell'esistenza umana: una graduale presa di coscienza del proprio destino tragico, della propria condizione di solitudine e di impotenza. Una lettura emozionante, che tocca nel profondo e che rimane impressa. Dopo averla affrontata, ci si sente anch'essi, almeno un po', dei minotauri.