Sono molto indecisa su cosa dirvi e su cosa non dirvi de “La lettera di Gertrud”, oltre al fatto che Larsson ancora una volta mi ha lasciata senza parole. L’operazione che ha compiuto con questo nuovo romanzo è davvero sorprendente, i temi trattati sono universali, e le considerazioni che si accavallano sono state una vera e propria sfida.
Cominciamo dall’inizio. Come si legge nella trama, Martin Brenner non fa nemmeno in tempo a spargere le ceneri di sua madre che scopre una verità scioccante: Maria in realtà era Gertrud ed era ebrea. La paura l’aveva paralizzata a tal punto da mentire, lasciando al figlio una pesante eredità: la libertà di scegliere.
Martin affronterà questa rivelazione come affronta il suo lavoro da scienziato: inizierà a studiare, leggerà decine e decine di libri, ponendosi continuamente nuovi interrogativi. “Ma quanto avrebbe dovuto leggere e riflettere, prima di poter dire a se stesso di aver fatto il possibile per capire cosa implicasse essere ebreo, per essere sicuro di sapere a cosa alla fine avrebbe aderito o rinunciato?”.
In alcuni momenti la prima parte del libro, circa 300 pagine, da romanzo quasi si trasforma in saggio e lo ammetto, non sempre è stato facile andare avanti. Martin condividerà con il lettore stralci dei testi sull’ebraismo, metterà a confronto le posizioni di alcuni studiosi o di chi ha dovuto affrontare la sua stessa situazione. Si confronterà con un amico e collega, Samuel, ebreo; e con il rabbino Golder: il capitolo 26 in cui loro due dialogano sulla religione, su Dio, sugli esseri umani l’ho trovato meraviglioso.
Ma Martin non si lascerà mai condizionare. Lui rivendicherà – con estremo coraggio – il diritto di ogni essere umano di poter essere considerato come individuo, scevro da qualsiasi etichetta.
“Molti ebrei sosterrebbero che lei è ebreo, visto che lo era sua madre”.
“Lo so. Ma sono affari loro. Io rivendico il mio diritto di decidere da me chi voglio essere”.
Ma che prezzo avrà questa sua determinazione? Altissimo, come sempre quando qualcuno prova a uscire fuori dagli schemi che ci vengono imposti e a porre al centro se stesso in quanto persona.
Nella seconda e nella terza parte c’è una vera e propria trasformazione del personaggio, “da individuo indipendente a prodotto della percezione altrui, o quanto meno a individuo costantemente costretto a rapportarsi alla visione di lui che avevano gli altri”.
Larsson mi ha sorpresa cambiando il punto di vista nella seconda parte, in cui a parlare saranno “gli altri”, quelli che – chi più, chi meno – sono stati a contatto con Martin; ma è la terza parte la più inattesa, quella in cui con un espediente narrativo di grande impatto, l’autore mi ha emotivamente stravolta. Ho sottolineato tantissimi passaggi, sarebbe riduttivo sceglierne uno per postarlo qui. Non vi dico nulla solo perché se avrete voglia di leggere “La lettera di Gertrud” preferirei lasciarvi scoprire da soli in cosa consiste.
So solo che Martin Brenner per me è stato un esempio. Per me che coraggiosa non sono, per me che non ho mai dovuto affrontare quei livelli di odio, per me che avrei lasciato vincere la paura. Per me che continuo a domandarmi come può essere una colpa essere chi siamo, che continuo a chiedermi perché ci sia tutta questa rabbia e nessuna voglia di comprensione, perché si devono erigere sempre muri e non ponti.
Larsson si conferma un autore con una capacità straordinaria, quella di affrontare i grandi temi che oggi inquinano i rapporti tra esseri umani e trasformarli in storie, dalle quali abbiamo solo da imparare.