Il panorama del giallo contempla molteplici sfaccettature e forme con cui vari autori e autrici hanno voluto esprimere una loro personale poetica, un loro peculiare stile, un proprio intento intrattenitivo o morale. La molteplicità degli approcci ha contribuito a rendere questo genere così duttile e versatile da soddisfare le esigenze di vari tipi di lettori: ci sono scrittori più classici che prediligono il fine ludico e agonico del giallo, impegnandosi nel costruire casi complessi e razionali, nel rispetto del "fair-play" con il lettore, di cui sono esempio Christie, Carr e Queen; altri per cui il giallo è una parentesi nel piacere più ampio della narrazione di carattere, come avviene in alcuni romanzi di Sayers; altri ancora che uniscono al fascino dell'investigazione quello per l'ambientazione in epoche remote, creando enigmi in suggestivi scorci storici, come avviene nei libri del grande medievalista Paul Harding (o Doherty); infine ci sono romanzi in cui predomina la psicologia, l'accorgimento per una dettagliata descrizione interiore dei personaggi e dei loro rapporti.
Quest'ultima categoria studia il delitto in relazione alle motivazioni che spingono il criminale a varcare la pericolosa linea che separa il lecito e l'illecito, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. In essi la prova del crimine, gli indizi che conducono, attraverso la loro interpretazione, alla verità sono legati alla personalità dell'assassino, al suo "io" che si riflette nelle modalità con cui ha commesso il reato.
In tale ambito, tra i capolavori del genere va sicuramente segnalato "La belva deve morire" ("The Beast Must Die", 1938) di Nicholas Blake.
Nicholas Blake, pseudonimo di Cecil Day-Lewis, può essere definito il poeta del giallo. Appartenente all'importante circolo culturale nominato Auden Group, Blake ha trasferito la leggiadria e la purezza della lirica nelle sue narrazioni di delitti e assassini. Grande prosatore dallo stile raffinato ed elegante, Blake ha prodotto tra i mystery più memorabili della Golden Age, in cui ad enigmi ben strutturati si accompagnano descrizioni psicologiche dettagliate, credibili e altamente drammatiche. Il suo detective principale, Nigel Strangeways, è un uomo colto e galante che riesce a svelare la verità dietro i casi più complessi attraverso lo studio accorto della natura umana, un grande acume e una fervida immaginazione.
Questa caratteristica è particolarmente evidente in "La belva deve morire", considerata da molti come la sua opera migliore.
"La belva deve morire" è un romanzo affascinante che, partendo come una sorta di inverted-story, sonda gli abissi dell'animo dell'uomo, le sue debolezze, offrendo non solo un enigma psicologico raffinato, ma anche un malinconico e triste affresco di un dramma umano.
La storia è narrata, almeno nella parte iniziale, in prima persona dal protagonista, in una sorta di diario in cui annota i suoi pensieri e i suoi propositi. Frank Cairnes, noto scrittore di gialli che cela la sua vera identità dietro lo pseudonimo di Felix Lane, è un uomo distrutto, annichilito, privo ormai di vitalità: una sera di sei mesi prima infatti un pirata della strada aveva troncato in un istante la vita di suo figlio, il piccolo Martin. Un fiore reciso brutalmente nella freschezza dell'infanzia che Cairnes non potrà più veder crescere. Ormai è un uomo solo, sua moglie era infatti morta durante il parto. Dopo sei mesi in una struttura di ricovero, Cairnes ritorna nel suo cottage, ma la vista di ogni oggetto, di ogni andito della casa gli ricorda quel passato felice e spensierato. La sua vita ha perso ogni significato e se continua a vivere è per un'unica ragione: trovare l'assassino di suo figlio ed eliminarlo dalla faccia della Terra. Laddove la giustizia aveva fallito, sarebbe subentrata la vendetta personale. Lo avrebbe cercato ovunque, anche a costo di annullare se stesso. Il tempo non aveva lenito le ferite, ma le aveva messe ancor più in risalto. Deve soltanto avere pazienza prima che riesca a trovare per caso un appiglio labile ma sufficiente per rintracciarlo. Ma riuscirà nel suo piano? È facile ideare, ma commettere un delitto è tutt'altra faccenda...
"La belva deve morire" è un romanzo affascinante e complesso, in cui Blake dimostra le sue grandi abilità sia come prosatore, sia come costruttore di enigmi intricati ma perfettamente congegnati.
La struttura del romanzo è molto particolare e risulta funzionale a sbalestrare il lettore, il quale non comprende dove l'autore voglia andare a parare: essa presenta una costruzione tripartita con differenze molto evidenti.
La prima parte ha un andamento diaristico, il narratore è il protagonista stesso, il quale affida alle pagine i suoi pensieri e i suoi progetti con l'intento di trovare così una qualche forma di conforto nella solitudine della sua condizione. È la sezione più intimistica e sentita, quella in cui si delineano bene la personalità, le paure e gli odi di Cairnes, in cui tutto è pregno di una tristezza rancorosa, di una sete di vendetta contro il mostro che ha ucciso il suo unico appiglio ad una vita normale. L'opera qui si configura come una sorta di inverted-story, in cui si sa già il piano del killer e la sua vittima designata.
La seconda parte, molto breve, è narrata in terza persona e riguarda lo svolgimento del piano omicida ideato dal protagonista e che vede alla fine un colpo di scena che ribalta l'intero corso della narrazione. Qui il ritmo diviene più serrato e incalzante, si accentua il pathos in concomitanza con l'esecuzione del piano di Cairnes.
La terza e ultima sezione, invece, sempre da una prospettiva onnisciente, narra i successivi episodi legati al colpo di scena della seconda parte. È qui che entra in scena l'investigatore, Nigel Strangeways, che indaga sul caso e cerca di scindere il vero dal falso. Dopo la parvenza "noir" delle pagine iniziali, ora il romanzo assume una salda connotazione tradizionale, in cui precipuo è l'enigma e in cui tutto ciò che si è narrato viene messo in discussione. Centrale è l'indagine psicologica, la ricerca di dettagli caratteriali che consentano di individuare chi è stato ad uccidere la "belva".
Questa struttura così composita rende variegata e mobile la trama, mescolando in un unico intreccio elementi del giallo classico, dell'inverted-story e del noir.
L'intera storia si concentra dunque sul sondare l'animo umano, sul mettere in evidenza le contraddizioni dell'esistenza, sul porre in discussione il concetto stesso di giustizia.
"La belva deve morire" è un romanzo struggente, a tratti crudo, in cui enigma e liricità vanno di pari passo per creare una narrazione sentita, sofferta, umana. È la storia di un dramma familiare, di rabbia per una giustizia terrena che spesso manca l'obiettivo, dimostrando la sua fallacia, la sua estrema fragilità.
Accanto alle emozioni del protagonista, s'incardinano nell'intreccio altre tematiche estremamente attuali che, pur fungendo anche da sottotrama e da piste d'indagine, conferiscono un velo di tristezza, di sofferenza e compassione alle vicende: si parla infatti di violenza domestica, di passioni represse, di sfruttamento emotivo, di tradimenti.
Un alone di pessimismo vela la trama, la intorbidisce, mostrando come l'uomo spesso sia una belva, un essere privo di scrupoli e pronto a tutto pur di ottenere ciò che desidera. Queste parentesi, che ampliano anche l'enigma fornendo molteplici moventi anche agli altri personaggi, sono pregne di sofferenza e raffigurano l'ideale distorto di una famiglia in cui la forza bruta, l'onore e la ricchezza sono i massimi valori.
Frank Cairnes si renderà conto che l'uomo che cerca è peggiore di quanto immaginasse e il suo odio non fa che acuirsi di fronte alla scia di tragedia che egli sembra diffondere intorno a sé. È lecito uccidere colui che viene definito come uno scarto della società, una persona inutile che provoca dolore in chiunque lo circondi?
S'innestano dunque tematiche morali che si scontrano con il tema della giustizia terrena, che alcune volte risulta amara, crudele, lasciando impuniti i criminali più abietti. L'etica comunitaria di fronte al dolore personale, di fronte all'impotenza delle sue stesse leggi sembra perdere di significato e la giustizia mostra le sue incrinature, le sue molteplici contraddizioni.
Ciò che resta è l'incertezza dell'agire, il dubbio esistenziale su ciò che è realmente giusto, che si contrappone alla certezza della morte prematura di Martin, che nessuno potrà più rendere al protagonista.
Queste tematiche esistenziali fanno emergere un punto di contatto tra questo romanzo e uno dei più grandi capolavori della letteratura anglosassone: l'Amleto di Shakespeare. Spesso difatti Blake riprende spunti classici da applicare nei suoi gialli, rendendoli poetici e profondi (aveva compiuto un'operazione analoga anche in "Misteri sotto la neve"). Qui l'indecisione di Cairnes, i suoi dubbi, l'alienamento di sé per uno scopo maggiore fanno di lui un alter-ego del principe danese, riattualizzando il dramma dell'esistenza studiato dal Bardo nell'era moderna. Cairnes, proprio come Amleto, entra in un vortice morale tormentoso a seguito della morte violenta di un suo caro (qui il figlio Martin, lì il padre ucciso dal giusquiamo); nelle sue ambulazioni da alienato genera sofferenza nella donna amata, terrorizzata da questo distacco emotivo (qui Lena, lì Ophelia). Sebbene ci siano chiare divergenze, si nota il tentativo di Blake di innalzare il plot a trattare tematiche universali e importanti, plasmando la prosa come se fosse materia poetica.
L'enigma, d'altro canto, è ben strutturato e risulta credibile nelle motivazioni psicologiche che vi sono alla base. Blake utilizza un espediente già noto in modo elegante, sebbene si possa immaginare da alcuni elementi dove si andrà a parare. Il finale è per certi aspetti molto triste e incisivo, chiudendo con grazia raffinata un'opera profonda e gradevole.
Dunque, "La belva deve morire" è un romanzo intenso, delicato e incisivo, con una buona trama gialla e uno stile leggiadro e poetico.