Solitario come un'autobiografia e corale come una saga familiare, questo vigoroso e insieme delicatissimo romanzo intreccia le storie di una comunità e i destini dei suoi componenti attraverso lo sguardo di una donna, Chiara, che, per scongiurare la follia sprigionata dal dolore, si affida al potere rasserenante della memoria. Riemergono allora, in un accorato fluire di ricordi, la madre Anita, il padre Francesco, la zia Peppina, il cugino Saverio... Sullo sfondo di un Sud ruvido e avvolgente, e insieme dolce e vitale, Chiara ci guida, dal turbinio di fantasmi che agitano una vecchiaia vissuta fuori dal tempo, lungo gli aspri sentieri della sua esistenza. Ed è proprio nel dominio sofferto della lingua, grazie alla trasparenza di una scrittura sospinta innanzi da una sua arcana necessità interna, che questo indimenticabile personaggio femminile affonda il suo senso d'esistere: nel momento di arrendersi alla fatica di vivere, trova la forza e l'orgoglio di raccontare la vita.
Questo è quel che mi aspetto da un bel premio Strega: personaggi e atmosfere realistici, fine psicologia, storia coinvolgente anche laddove non è - e non ha nessuna intenzione di essere - avvincente. La storia si apre negli anni ‘40 con l’infanzia della protagonista Chiara, per poi spaziare nel tempo un po’ avanti e indietro lungo il ‘900: il racconto autobiografico della protagonista e voce narrante funge da introduzione e da pretesto per la narrazione della saga familiare. Arriva così a descrivere, con pennellate leggere, la provincia italiana della guerra e del dopoguerra, senza grandi pretese di completezza. L’ambientazione è nel sud Italia, si parla di un paesino al confine tra Puglia, Basilicata e Irpinia, ma non vengono mai specificati i nomi di paesi e città. Chiara è una donna assolutamente particolare, con una esperienza di vita vissuta - anzi sarebbe meglio dire non vissuta - e sofferta, di quei personaggi che parlano poco ma hanno tanto da raccontare, un po‘ come il narratore e protagonista in ‘Tristano muore’ di Tabucchi. Il vocabolario ricercato e i periodi complessi rendono a volte necessario rileggere due volte qualche passaggio, ma la cosa in questa occasione non mi ha irritato, ho trovato anzi piacevole ri-assaporare le parole con la poesia e le atmosfere. La ricercatezza delle parole trasmette la sofferenza e la difficoltà dell’essere, raccontando di temi come il rapporto genitori - figli, il rapporto della memoria e dei ricordi con il futuro, la vita fatta di scelte e atti di coraggio in contrapposizione alla vita fatta di inerzia e attesa. Poetico, forse anche un poco ermetico, decadente e crepuscolare, di certo non lo ho trovato per nulla avvilente o angosciante, come è stato scritto in qualche altra recensione, e anche l’effetto “bambola di porcellana”, che è solitamente il rischio maggiore che corrono i racconti di saghe familiari, qui mi pare abilmente scongiurato.
La verità è che ci sono libri che, purtroppo, nascono sotto una cattiva stella e tali rimangono per tutta la loro esistenza soprattutto quando la vita stessa di chi li ha scritti, si spegne prematuramente, ancora prima di veder arrivare il loro libro in libreria. Se e quando leggerete questo libro, vi renderete conto di due cose: che le scrittrici italiane di saghe familiari tanto amate e acclamate possono solo inchinarsi dinanzi a questo libro e soprattutto che a raccontare una storia così sincera, brutale e onesta ci vuole davvero tanto talento e una scrittura sopraffina e, secondo me, Mariateresa Di Lascia possedeva entrambe le caratteristiche. Il vero messaggio che ho compreso leggendo questo libro meraviglioso è che nella vita l'unico coraggio che bisogna avere è quello di AMARE.
Ach, tieto talianske hystérie... Nemám už asi trpezlivosť na všetky tieto prepiate podľahnutia poryvom duše i tela. Impulzívne sexy či ich absolútne absencie, filmové facky, záchvaty plaču a iné vášne, necháva ma to chladnou, chladnou a otrávenou. Tento trend (pomerne) súčasných talianskych autoriek ma začína unavovať. Sú ako minestrone. Každá má svoj vlastný recept, postup aj ingrediencie sa v niečom líšia, niektorá môže byť veľmi dobrá, ale nakoniec sú všetky aj tak stále len minestrone. A asi sa mi prejedli. Táto je navyše akási presolená - a napriek tomu bez chuti.
Veľmi riedke, zbytočne zdĺhavé a neautentické. Postaršia Chiara spomína na svoje detstvo a mladosť a snaží sa v tom všetkom nájsť nejaký zmysel. Avšak takmer celý román sa skladá len z jej vnútorných pochodov a myšlienok, ktoré málokedy čitateľovi prezradia čo sa vlastne deje, prečo sa hlavná hrdinka správa tak ako sa správa, čo sa deje s ľudmi okolo nej, prečo je tak závislá na svojej rodine, prečo nemá žiadne kamarátky...Navyše tieto hĺbkové detailné opisy jej myšlienkových pochodov vyznievajú vrcholne neautenticky, hlavne keď hrdinka spomína na svoje detstvo. Neverím, že nejaký človek premýšľa takým spôsobom (za triezva, bez drog) a už vôbec nie malé dieťa. Jednoducho som tomu celý čas neverila a mala som veľký problém knihu dočítať. Bolo to nekončiace onanovanie nad sebou samým, hlavná hrdinka bola samozrejme neskutočne krásna, mala dokonalú pleť, vlasy, bola výborná študentka...booooring.
Škoda. Tak lákavo vyzerala táto kniha, od vizuálnej stránky, cez príbeh až po skutočnosť, že ide o taliansku autorku, no nič z toho sa nepretavilo do výnimočného čitateľského zážitku. Mal to byť "strhujúci" príbeh, no nekonalo sa. Druhá časť príbehu mala potenciál, no akosi tomu chýbala duša, napriek tomu, že jazyk bol veľmi pekný a kniha sa čítala pomerne dobre. Takmer žiadna postava ani jej konanie nevzbudila vo mne negatívne ani pozitívne emócie, celý ten príbeh ma nechal chladnou. Vždy keď som sa pri čítaní naladila na správnu strunu, že teraz to už bude ono, ten pocit rýchlo pominul. Určite to nie je zlá kniha (dokonca som čítala viaceré dobré odozvy), no pokiaľ sa bavíme o talianskych autorkách, vymenovala by som na fleku aspoň tri, ktoré ma zaujali viac. Za mňa priemer, ktorý mal oveľa väčší potenciál.
Cesta tieňmi je román o spomínaní. Chiara sa vydáva na cestu spomienok a rozpráva svoj životný príbeh. Príbeh rodinných príslušníkov, ktorí pre ňu znamenali veľa. Jej spomínanie (rozprávanie) by som prirovnala k psychoanalýze (očiste) a odpustení.
Nonostante la scrittura scorrevole ho fatto molta fatica a leggere questo libro, quando leggo ho bisogno di essere trascinata dalla storia e l'impostazione di questo romanzo, composto da tanti episodi che sembrano slegati tra loro e con una cronologia non sempre chiarissima, non ha trainato la mia voglia di leggerlo.
La storia è divisa in due parti: la prima è ambientata durante l'infanzia della narratrice "Chiara"; la seconda parte durante la sua adolescenza. Ci sono inoltre alcune incursioni, poche purtroppo, nell'età adulta che però non fanno mai capire chi è diventata Chiara.
Il libro prova a essere una saga familiare perché appunto Chiara è la narratrice ma, specialmente nella prima parte, non è mai la protagonista, rilegandosi a ruolo di osservatrice. Vediamo perciò la storia da un punto di vista quasi infantile, dove anche i fatti più seri non sono mai approfonditi nelle emozioni. Sicuramente i numerosissimi personaggi descritti dalla bambina sono fondamentali per la sua crescita ma io forse avrei tagliato le molte pagine di descrizione di alcuni personaggi secondari per rendere la storia più fluida. Ho trovato leggermente più interessante la parte del libro che vede Chiara adolescente, anche se troppi sono gli argomenti non approfonditi
Questo romanzo mi ha confermato che i libri visti dal punto di vista di giovani narratori non sono nelle mie corde, lo terrò sicuramente presente nella scelta delle mie prossime letture.
Romanzo autobiografico in cui la protagonista, Chiara, oggi non più giovane, sola e solitaria, sgraziata e zingara, come lei si definisce, rievoca le fasi della sua vita. Molto amata dalla madre che l'ha cresciuta sola (il padre la riconosce solo dopo alcuni anni) e poi circondata dall'amore e dalla dedizione di una prozia e di una zia paterne, sinceramente ricambiate. Altre figure di parenti ruotano attorno a lei, ben delineate nei loro tratti psicologici, a testimonianza di un Sud schiacciato da pregiudizi, con le sue asprezze e la sua capacità di slanci. Chiara cresce così, tra donne forti e ingombranti e uomini assenti e vigliacchi. Ragazzina, si innamora in modo struggente, ma la storia è duramente contrastata e finisce ancora prima di iniziare. Inizia a questo punto l'allontanamento di Chiara da tutte le persone che l'hanno amata, il suo trascinarsi nella vita, il suo passaggio in ombra, solo questo sembra alla fine darle pace. Romanzo intenso e coinvolgente, la scrittura densa e incisiva ne rende appassionante la lettura.
Mentirei se non dicessi che durante la lettura il libro non mi sia sembrato una continua eco del Menzogna e sortilegio morantiano. E benché io sia in qualche modo geloso per quella stupida intoccabilità tipica dei classici, questo romanzo, per me, porta avanti la sua trama a testa alta, collocandosi tra le letture più interessanti di fine Novecento: a chiazze sparse i personaggi femminili emergono con le loro forti e singolari personalità, lo sfondo sociale del meridione le ricama a sua immagine e somiglianza e le memorie di una donna sola le riporta nitide attraverso una prosa acuta e penetrante. L'unica pecca, a mio avviso, è la seconda parte: troppo elaborata sulle fantasie e i timori di Chiara, la protagonista, poco sulla concretezza della trama che si risolve in un frettoloso (e forse biograficamente giustificato?) finale. Ma è davvero poca cosa rispetto alla maestosità dell'opera.
Mna to zo začiatku veľmi nebavilo..čakala som niečo prelomovejsie, pretože opisy mi prišli zdĺhavé a trochu chaotické ako autorka skákala z jedného príbehu do druhého..ale urobila som dobre keď som to Dočítala, pretože druha polovica knihy bola lepšia ako ta prvá . Pre mna je to kniha o osamelosti, neúspešnom hľadaní lásky a čakaní na smrť.
La famiglia Buendia spostata nel tavoliere delle Puglie. Una saga famigliare tutta al femminile, con interventi impercettibili di realismo magico. La malattia dell'autrice è la stessa di Chiara, la recensione, se ce la faccio, nei prossimi giorni
Romanzo che presenta una scrittura a dir poco incantevole, delicata come Chiara, la protagonista di questa storia. In una prima parte più descrittiva e narrativa dei fatti esterni a lei, che ci cattura e ci dona un contesto per la seconda parte in cui inizia un’introspezione della protagonista, successiva ad eventi che l’hanno cambiata e che continueranno a farlo nel corso del tempo. Racconto intimo, innocente che si mescola anche al popolare restando attuale nelle riflessioni dei contesti femminili dell’epoca.
Il futuro non è la morte, poiché questa non ha bisogno di assensi per compiersi; il futuro, invece, è questo tempo incompiuto che ci aspetta, inesorabilmente simile a noi: a ciò che siamo stati, e a quello che non saremo. Esso scava le rughe che lo specchio rimanda, ed è minaccioso e potente; allo stesso modo non cessa mai di esercitare il suo richiamo e ci sfida con promesse e lusinghe, o ci minaccia col suo terrore incalcolabile.
Primo e unico libro di Mariateresa Di Lascia, pubblicato postumo nel 1995 e che, lo stesso anno, ha vinto il premio Strega. Passaggio in ombra ha già nel titolo la forza dei grandi libri. Un titolo potente che descrive in tre parole la vita di Chiara D'Auria, nata durante la guerra in un non precisato paese della Puglia al confine con Campania e Basilicata. Una terra arsa dal sole con distese di grano che hanno generato anche grandi ricchezze. E' una donna vicina al termine della sua vita che ripercorre con la mente e i ricordi la sua storia di bambina e ragazza ritrovando negli episodi che l'hanno vista più o meno protagonista e nelle persone che l'hanno circondata i semi della sua esistenza e delle sue scelta (o non scelte).
Già da come si definisce intuiamo che non sarà una storia in cui i desideri si avverano
Non appartengo alla meravigliosa genìa dei visionari, capaci di plasmare la realtà sul proprio desiderio
Nata durante la guerra da una mammana nuova del paese ma che è riuscita a non attirare su di se critiche e malelingue, forse per l suo lavoro o forse per il paese svuotato dalla chiamata alle armi, vede questa figura femminile come il suo punto di riferimento più alto.
Tale fu la forza di mia madre, o quella che mi appare mentre la rivedo compiere gesta semplici e tremende, come sono le imprese della vita vera
Ci sono altre due figure femminili molto presenti nella sua vita la zia e la sorella del padre. La prima, donna Peppina, sembra una figura mitologica, che ha condizionato tanto la vita della nipote quanto, suo malgrado forse, la vita della pronipote. Mi è sembrata la figura più riuscita del romanzo, circondata da una banda di questuanti che si approfittano di lei, incapace di gestire la ricchezza in cui vive e forse anche la sua vita. Convinta che la sua famiglia abbia subito dei torti dal destino e dalla cattiveria degli altri spera che la pronipote possa riscattare la famiglia diventando una professorona, come dice lei.
"...Infine ci sta la gente. La gente comune, quella che pensa solo cose ovvie e ama il lieto fine o le grandi disgrazie piene di sangue e di grida. La gente è imprevedibile nel suo conformismo, perchè può svegliarsi una mattina assetata di sangue e il giorno dopo è disposta a piangere perchè è stato ammazzato un vitello.
E poi c'è Giuppina, che sembra anche lei colpita dalla sventura, sembra la persona più vicina ad Anita, la madre di Chiara, e quella in grado di dimostrarsi amica in modo incondizionato. Colei che può rivelare segreti ma sempre a denti stretti e mezze frasi tipico del sud. Eppure è lei che, seppur per il suo bene, fara forse più male in assoluto a Chiara e alla sua psiche, o forse no...forse le ha risparmiato comunque tanto dolore ma questo non si può sapere.
"Il caso, o l'ineluttabile fatalità, mi hanno insegnato che la ragione è sconfitta dalla vita ben più che la follia, e che questa, infine, è l'estrema difesa inviolabile dell'esistenza di ognuno"
Le figure maschili non fanno in generale una bella figura, l'unica eccezione è Sciarmano che si dimostra aperto ed onesto, ma resta comunque una figura non di rilievo nella storia. Gli altri uomini, Tripoli, Francesco, Saverio, forse lo stesso Michele rispondono a degli stereotipi che forse sono tristemente veri.
E così Chiara è Prigioniera della mia vita, sono rimasta una creatura di confine
Ho sottolineato tanto in questo libro perchè mi ha provocato tante emozioni forti e contrastanti. E' scritto benissimo, con una ricercatezza unica, le parole sono cesellate, ricercate ma mai pompose o fuori posto. Le frasi fanno riflettere e fanno tornare indietro per rileggerle e interiorizzarle.
"...la vita accade quando di fanno altri progetti o quando non si aspetta più nulla."
Un'autobiografia ed una storia di famiglia quella che Maria Teresa Di Lascia ha scritto per quattro anni, dal 1988 al 1992. Forse parla di lei, forse alcuni elementi fanno parte del suo immaginario: quello che troviamo con certezza è una scrittura profonda, un uso così esatto del linguaggio e una scelta tanto accurata delle parole che si resta affascinati, ammaliati, assaporandone un gusto letterario alto e vero. Un libro dallo stile ricercato, dunque, e che proprio per questa scelta il rischio è di incorrere in una sorta di distacco involontario dalla trama e dal susseguirsi della narrazione. Un libro che ti fa vivere, a suo modo, il classico conflitto tra storia e stile, ben sapendo tuttavia che non è necessario imbattersene. Pur avendo sentito, per certi versi, la storia di Chiara, i suoi vissuti familiari e quei legami che hanno caratterizzato il suo crescere tra vuoti e pieni, sono incorsa in una lettura ricca ma che non mi ha permesso quella vicinanza sufficiente a farmela sentire nella sua totalità ed interezza. Si riconosce l'armonia, l'empatia di un vivere reso difficile dall'ambiguità di troppe voci, da una figura paterna intermittente, da una madre che scompare troppo presto. Un'opera bella nella sua complessità, dove i passaggi narrati fanno ben sentire quell'ombra speciale, ma che non lasciano altro se non il suono di una pesantezza, comunque, da conoscere, e da incontrare.
Scritto in modo impeccabile, questo romanzo narra le vicende di Chiara e della sua famiglia, i D'Auria. L'io-narrante è proprio la voce della protagonista, che attraverso la storia della sua esistenza prima di bambina e poi di ragazza, ci regala uno spaccato dell'Italia meridionale rurale del secondo dopoguerra. Quello che mi ha colpito di più mentre leggevo questo libro è la netta distinzione che emerge tra l'universo femminile di Anita, Chiara, Giuppina e donna Peppina - fatto di complicità, affetti sinceri, aiuto reciproco e una grandissima forza d'animo dinnanzi alle avversità - contrapposto allo sterile e immobile universo maschile dei Francesco e dei Tripoli, dove a farla da padrone sono solo tradimenti, sotterfugi, abbandoni, inettitudine e falsità. Un libro che ho lasciato su uno scaffale per troppi anni e che forse, senza questo gioco, non avrei nemmeno mai letto, ma che invece si è inaspettatamente guadagnato tre stelle.
ci sono dei libri che per diversi motivi non poso non trovare semplicemente perfetti eppure mentirei se dovessi dire che mi hanno entusiasmato al 100%: "passaggio in ombra" è uno di questi. mariateresa di lascia sapeva scrivere: ci sono stati diversi passaggi che mi sono ritrovato a leggere più volte per la bellezza con cui erano scritti, i personaggi suonano credibilissimi e il contesto (un sud del dopoguerra che sembra quasi senza tempo) è reso in maniera talmente precisa da renderlo quasi familiare al lettore, come se si fosse cresciuti in quegli anni e in quei posti. nulla da contestare qui, davvero. eppure la storia, pur avendo spunti che non nego mi abbiano affascinato (la figura della madre di chiara e le sue vicende, per esempio) mi ha lasciato indifferente. non so spiegare perchè, eppure nonostante tutto non è scattato quel meccanismo che mi fa passare dal semplice piacere della lettura all'entusiasmo. ma sono sicuro che per molti altri lettori non sarà affatto così.
“Nelle penombre ammuffite delle sue stanze, ero riparata da quel grande nemico che - per tutte le creature come me, nate per nascondersi continuamente a ogni cosa che abbia il segno vivido dell’esistenza - era la luce assolata.”
A volte vengo investita da un'inspiegabile infelicità, che contiene al suo centro una certa tenerezza; ecco, questo libro per me è così. Lieve e malinconico, senza essere deprimente, ma arrotondato da una delicatezza simile a un abbraccio.
"Se mi avesse interrogata, se avesse preteso di conoscere i pensieri che occupavano la mia mente quando non ero con lui; se si fosse fidato di se stesso e di me, al punto da sfidare la mia ritrosia sconfiggendola (giacché essa non attendeva altro che di essere vinta), avrebbe scoperto fino a che punto gli fossi follemente devota." (p. 221)
Com'è possibile che si parli così poco di questo romanzo? Premio Strega nel 1995, pubblicato postumo da Feltrinelli, dopo che Mariateresa Di Lascia era venuta a mancare, l'anno prima. Fu un caso editoriale. Poi la sua eco si è spenta, peccato.
Eppure è una narrazione coinvolgente e profonda, elegante. Mi ha conquistato un po' alla volta, ma implacabilmente, attraverso la costruzione di una trama originale, poco prevedibile, e di personaggi complessi, sfaccettati - a partire dalla protagonista. Ciò che mi ha stupito inizialmente è stata la scelta di una lingua classica, quasi primo novecentesca nei costrutti, nell'eleganza, nell'aggettivazione. Mi sembrava bizzarra una prosa del genere in un romanzo degli anni Novanta, ma pagina dopo pagina ne ho compreso la coerenza rispetto alla storia che si dispiega generosa come un fiume grande e quieto, impossibile da guadare perché troppo profondo.
"Con queste poche cose, io vivo senza sentire alcuna privazione, e, come una regina o una principessa di illustre casato, conduco una vita senza avere lavorato neppure un giorno, e senza che abbia mai dovuto interrogarmi sul mestiere che avrei fatto o su quanti soldi sono necessari per vivere".
Chiara D'Auria sceglie di ritirarsi nell'ombra. Rinuncia alla vita sociale e forse anche alla vita stessa. Dal suo cantuccio oscuro e pieno di ciarpame rievoca - con dolcezza e senza il rancore che ci si aspetterebbe - le memorie della sua infanzia e della sua adolescenza di figlia unica. Ma soprattutto ricostruisce, a ritmo crescente, la storia di una famiglia "fatua e feroce" in una Puglia del dopoguerra - la Puglia dei monti dauni al confine con l'Irpinia, una Puglia anch'essa poco nota, in ombra, che nulla cede al folklore, allo stereotipo. Chiara è stata una bambina amatissima, benché nata fuori dal matrimonio in un'epoca in cui le convenzioni sociali contavano. Eppure su di lei, bella e intelligente, confluivano le speranze di tutti i suoi familiari, in particolare della vanesia, affascinante Zia Peppina. La storia dimostrerà purtroppo che essere amati non basta a metterci a riparo dalle ferite più cruenti. Anzi l'eccesso d'amore talvolta si fa egoismo. Capestro.
Chiara sperimenterà due grandi delusioni da parte degli uomini che ha amato di più. E non perché malvagi, solo perché molto deboli e a loro volta feriti dalla vita. Il tempo dolce della memoria, l'accidia come difesa contro le ingiustizie del mondo, l'attesa quieta della m0rtE è quindi l'unica via possibile. Malinconica, forse, ma a suo modo felice.
Chiara è una donna oltre la cinquantina che vive sola in una casa anonima di periferia dove “si trascina tra la polvere con vecchi vestiti addosso”, circondata da montagne di ciarpame quasi da accumulatrice seriale; ormai senza più contatti, con qualche problema di salute e una pensione di invalidità. Per combattere il silenzioso dolore in cui è costretta a vivere si abbandona ai ricordi, a quando era bambina prima e adolescente poi, pochi anni prima del lento declino, della perdita di ogni prospettiva. Una storia che parte dagli appennini al confine tra Campania e Puglia, zona povera e contadina, una realtà immobile per non dire asfissiante dove le menzogne sono mezze verità e la verità spesso non ha nessun valore, tra pregiudizi e interessi di parte. Chiara cresce in una famiglia chiassosa, strampalata, litigiosa e affettuosa, tra vecchi rancori e forte solidarietà. Sono femminili le figure dominanti della sua vita: la madre Anita, la levatrice del paese, donna determinata ma incapace a volte di accettare la realtà; zia Peppina, che modella la realtà sulla sua immaginazione fino a trasfigurarla e si circonda di una piccola corte dei miracoli; zia Giuppina, eterna vittima dei colpi degli altri. Gli uomini sembrano appartenere a universi differenti, con pochi contatti e tante scintille, a cominciare da Francesco, il padre di Chiara che conosce solo a tre anni, un uomo di buone intenzioni ma in fondo egoista e incapace di portare a termine un’iniziativa e poi nonno Tripoli, intrallazzatore e lestofante di mezza tacca, per finire con Saverio, l’unico primo amore, che al di là di tante parole e forse nemmeno un bacio, si eclissa alle prime rimostranze. Un passaggio dall’infanzia all’adolescenza e poi alla vita adulta all’ombra di madre e zie che la “soffocano” tra mille attenzioni, stravedendo per il suo futuro – una professorona, un medico, una principessa! – che però si incaglierà ben presto nelle secche del rimpianto e del fallimento Una scrittura evocativa e raffinata con uno stile che inizialmente può creare qualche difficoltà al lettore, ma è un libro da assaporare lentamente per lasciarsi coinvolgere dalla solitudine di Chiara con la sua malattia, le sue ansie, i suoi sogni, e simpatizzare con gli altri personaggi, seguirli nelle loro chiacchiere, finzioni, speranze, progetti fino alla polvere della disillusione che ricopre ogni cosa. Un premio Strega assegnato postumo a una scrittrice scomparsa a soli quarant’anni. Quattro stelle meritate
Chiara d’Auria è la voce narrante oggi da adulta, di questa storia che è la storia della propria vita ma anche quella di una famiglia del profondo sud, di un paesino al confine tra Puglia e Basilicata, il cui nome non viene però mai detto ma solo indicato con l’iniziale. È la storia di una vita dura, di una profonda sofferenza a cui dar voce perché il dolore che non è mai venuto fuori minaccia di distruggerla, come in fondo ha già fatto con la sua esistenza. È un romanzo struggente ed intimistico, in cui, nonostante ci siano momenti positivi e preziosi vissuti nell’infanzia, tutto fa presagire la rovina a cui sarà destinata. La scrittura, nonostante non sia delle più semplici ma abbastanza ricercata, non diventa mai pesante, anzi la sensazione è quella di sentire parlare le persone in dialetto e con l’accento tipico della zona. Sarà che, pur avendo vissuto un’infanzia diversa sotto diversi aspetti, soprattutto a livello genitoriale, le ambientazioni mi ricordavano quelle a me conosciute e care, ma mi è sembrato di tornare indietro nel passato e rivivere tanti momenti passati che lasciano una forte malinconia, per quei posti e il modo di vivere che non potranno più tornare. La stessa donna Peppina, nonostante solo per il nome in quanto non avrebbe potuto essere più diversa di così, mi ha ricordato la mia cara nonna che ormai non c’è più. Tutti i personaggi sono tratteggiati talmente bene che sembra saltino fuori dal libro e si ripropongano davanti agli occhi in scene in bianco e nero da film. Appare chiaro fin da subito, con le prime vicende dei nonni, come le sorti della ragazza siano segnate e come il suo carattere molto debole contribuisca a farla diventare la vittima designata di tutti gli adulti che si comportano da bambini in modi diversi senza riuscire ad assumersi le proprie responsabilità.
"Passaggio in ombra" è un romanzo sulla memoria e sul dolore che ha come protagonista una donna, Chiara, che sul finire della propria esistenza fa il punto sulla sua vita e ripercorre le tappe fondamentali della sua storia e di riflesso sulla storia d'Italia nel dopoguerra. Figlia di una ostetrica che per vari accidenti non riesce a sposare il suo promesso marito, Chiara, vive un'infanzia tormentata e disagiata tra la madre e la famiglia del padre naturale ma non troverà mai l'affetto che cerca e quando si innamora di un cugino l'intero ambiente familiare si mobilita per scongiurare la minaccia all'onore. Il romanzo si snoda sulle riflessioni di Chiara che, dopo questo trauma rifiuta di lavorare e di crescere come persona, avendo come sua unico scopo il ricordo della sua infanzia. Sinceramente il libro non mi è piaciuto proprio per la scelta passiva di Chiara, motivata anche da uno spunto per me irrilevante in quanto l'amore della ragazza per il cugino mi è parsa più un'infatuazione infantile che una passione travolgente che cambia la vita. E' vero che Chiara, morta la madre di una malattia fulminante, si è trovata a crescere con un padre assente, in casa di una zia piuttosto assillante ma l'intera vicenda narrata dalla Di Lascia non è riuscita ad emozionarmi ed a coinvolgermi.
Quella di Mariateresa Di Lascia è una scrittura letterariamente "alta", scorrevole, estremamente curata e a tratti poetica. La narrazione è impeccabile, la resa dei personaggi esemplare, i pochi dialoghi ben costruiti; eppure... La lettura mi ha lasciato con un senso di profonda insoddisfazione: manca qualcosa al fondo di tutta la vicenda. La vita della protagonista è sempre gravata da un asfissiante senso di castrazione e da un'aridità affettiva che espande a dismisura la solitudine sentimentale di ciascun personaggio, anche quando questi recitano trasporti che rimangono però solo in superficie. Manca la reciprocità dei rapporti, il coinvolgimento profondo e umano delle passioni.
In genere non giudico un libro nella parte iniziale, ma questo non mi stava piacendo da subito e ha continuato a non piacermi. Ho trovato la scrittura soporifera e poco chiara. In molte parti l'autrice divagava. Tante parole per non dire nulla. Infatti mi distraevo facilmente. Inoltre, il libro passa da un momento della storia a un altro senza mantenere un filo cronologico. Ci sono stati degli sbalzi tenporali per nulla chiari. L'ho trovato sconnesso e senza un messaggio dietro la storia.
Voto: 3/10
Libro letto per il gdl Chiave di Lettura della Biblioteca di San Valentino.
Mariateresa Di Lascia è una scrittrice ingiustamente dimenticata ed è stata, con questo suo unico romanzo, vincitrice del Premio Strega nel 1995.
La voce narrante è quella di Chiara D’Auria, una donna anziana e sola, che si aggira tra le stanze di un appartamento polveroso e buio ricordando la sua infanzia e la sua giovinezza e raccontando una storia familiare fatta di luci e ombre, ambientata nell’umile provincia contadina del meridione nel dopoguerra.
Lo stile raffinato ed elegante dell’autrice rende questo libro, intimo e malinconico, davvero stupendo.
Una prosa raffinata dipana il racconto in prima persona di una ragazza di buona famiglia cresciuta, nel secondo dopoguerra, in una contrada al confine tra Puglia e Basilicata. Una scrittura femminile che tratteggia luoghi, atmosfere, sentimenti in modo preciso e realistico, andando a presentare al lettore una vicenda familiare dal sapore decadente, in cui i personaggi si muovono sotto la spinta delle convenzioni sociali, di un irrisolto senso di ribellione, dell'egoismo e della grettezza (cui pochi si sottraggono).