È il primo racconto lungo scritto da Testori, a suo tempo pubblicato nella collana “Gettoni” da Einaudi nel 1954, qui finalmente ripresentato nella sua versione originaria. In seguito, infatti, l’autore avrebbe tagliato questo racconto di una cinquantina di pagine, tutte quelle di stampo futurista di descrizione della corsa, ridimensionandolo da libro autonomo a prima parte de Il ponte della Ghisolfa. L’ambiente in cui si svolge la vicenda è quello del ciclismo non professionista, delle società ciclistiche dilettantesche, accomunate dal grande miraggio rappresentato dal Giro d’Italia. La migliore chance per diventare ricchi e famosi, in un’Italia – quella del primo dopoguerra – che recava ancora ben visibili i segni della distruzione del conflitto. Occupano il proscenio da una parte Dante Pessina, di professione benzinaio, campioncino dai discreti mezzi, e dall’altra il suo gregario, Sergio Consonni. Nel corso di una gara, il campione ha un appannamento fisico, di cui il gregario crede di poter approfittare per il proprio tornaconto. Ma proprio allora, questi incorrerà in una caduta che lo ferirà gravemente: un incidente che lo renderà menomato psichicamente per tutta la vita. Consonni non troverà più la voce per esprimere il suo sospetto più grave e cioè che a causargli quell’incidente sia stato proprio il “Dio di Roserio”, il Pessina. Mentre quella spinta diventerà una vera e propria ossessione per il campione, che a quel punto vincendo L’Olona, la corsa più importante della stagione, vorrà fugare, soprattutto a se stesso, ogni dubbio di tipo esistenziale.
Giovanni Testori, critico d'arte, poeta, autore teatrale e romanziere, è stato tra le personalità intellettuali più complesse del secondo Novecento. Negli anni Cinquanta ha raccontato la periferia milanese nel ciclo I segreti di Milano. Per il teatro, con la Trilogia degli scarrozzanti (L'Ambleto, Macbetto e Edipus), ha creato una personalissima lingua drammaturgica, proseguita con gli oratori di argomento sacro, quali Conversazione con la morte, Interrogatorio a Maria e Factum est, e culminata con la messa in scena del romanzo In exitu, uno dei suoi capolavori. La sua ultima opera, quasi un testamento fra teatro e poesia, è Tre lai.
Avevo la faccia impiastrata di fango: il sudore me lo faceva colare addosso, come se fosse marmellata.
Una corsa ciclistica segnerà per sempre la vita della giovane promessa, il “dio di Roserio”, e del suo gregario. La parola si fa carne, sudore, luce, colore, odore, gusto e suono. Nel primo capitolo il gregario racconta quanto è successo in un concitato e oscuro monologo interiore, “una storia raccontata da un idiota” come nella prima parte de “L’urlo e il furore” di Faulkner. Tutto si chiarirà nelle pagine successive, quando il dio di Roserio dovrà fare i conti con la verità e con la propria coscienza.
Con un sogno nella testa, le mutandine bagnate e spiegazzate sulla sella, i capelli che cadono sulla fronte e la scorza di limone tra i denti, gli atleti di periferia annusano l’odore di benzina infuocata, affrontano la parete di afa, sentono le urla del presidente e percepiscono la gente lungo la strada. E trascorrono la vita nei luoghi di periferia, come un distributore di benzina o la sede della società sportiva: la lavagna con scritto STALIN PORCO e DE GASPERI MUTANDA, uccelli e passerine, e CULO CHI LEGGE; la Gazzetta sul tavolo e gli sputi sui muri. Ad attenderli la sera il presidente, che ripensa ai suoi pupilli e ai figli mai avuti, mentre da fuori arrivano i suoni di una partita a bocce.
Sembrava che volesse levarsi dalla faccia una ragnatela: ma essa continuava invece ad avvolgerlo, impedendogli di vedere altro che quell’immagine, distesa su uno spiazzo d’erba magra, ingrigita dalla polvere, a precipizio sulla pozza afosa del lago, dardeggiata dal sole.
Un bellissimo racconto dove le speranze e le tragedie della povera gente di periferia prendono corpo con un linguaggio ardente e appassionato.
Questo libro è fuori catalogo, e non senza un perchè.
“Il Dio di Roserio” è un monologo interiore a più voci, che racconta come il protagonista “si senta, appunto, un dio, e come freghi da dio, mandandolo a finir male, un gregario che si dimenticava di essere un gregario, e come poi si mangi, sempre da dio, il rimorso d'averlo fregato”. (Elio Vittorini)
Benchè il romanzo trascini avanti il lettore con un forte impatto visivo (Testori arriva alla narrativa dalla pittura), nella prima parte è confusionario da morire, anche a causa della tecnica dei ritorni della fine dell'episodio a mezzo del racconto. E poi con tutte le belle storie che ci sono è mai possibile che ci facciano leggere le gare in bicicletta di un ciclista megalomane per l'esame di contemporanea?!
Un “dio”: tale è considerato da allenatore e sostenitori Dante Pessina, benzinaio e ciclista dilettante. Vittorie e imprese hanno suscitato l’interesse degli osservatori della “Bianchi”, il professionismo non è più solo un sogno. Fama, prestigio e denaro sembrano per lui una realtà ormai vicina, quanto il momento in cui potrà lasciare «a qualche altro pistola» il posto di lavoro alla pompa di benzina di viale Certosa; le ultime corse tra i dilettanti devono essere vinte «a qualunque costo», se necessario anche per mezzo di una scorrettezza nei confronti di un compagno di squadra.
La “Milanesi” è la corsa durante la quale succede il misfatto. Con partenza e arrivo nel capoluogo, la gara percorre strade delle province di Varese e Como. Pessina è in fuga con il “gregario” Consonni, il quale è incaricato di aiutarlo a vincere la gara; ed è proprio con lo sconnesso monologo interiore di Sergio Consonni che comincia il romanzo. Frammenti di corsa si susseguono senza un ordine cronologico, alla rinfusa, seguendo il caotico andirivieni di pensieri e ricordi; come riprese di una vecchia telecamera a mano, una sequenza di immagini mosse e sfocate stordisce e trascina il lettore in sella alla bici del Consonni a respirare polvere e fumo, tra odore di fango, sudore, sangue e benzina e un’interminabile sfilata di rocce, paracarri, scarpe, gambe, volti, bocche, case e alberi che sembrano deformarsi lungo la strada e sfondi che emergono a inglobare ogni cosa. La discesa verso Como e il suo lago, la risalita verso Erba e la valle del Lambro fino ad Asso; poi Valbrona e discesa verso l’altro ramo del Lario; ed è proprio in vista dei tetti delle case di Onno, con ben dieci minuti di vantaggio sul gruppo e a soli cinquanta chilometri dal traguardo, che succede ciò che il Consonni non avrebbe mai immaginato.
Il primo romanzo (racconto lungo) di Testori è ambientato nei primi anni Cinquanta nella zona nord-ovest di Milano: Roserio, Vialba, Affori, Villapizzone, quartieri che stanno per essere incorporati dalla metropoli in espansione. Sebbene all’inizio evochi in parte atmosfere da ciclismo eroico, “Il dio di Roserio” non è un romanzo sportivo. Se il ciclismo si può considerare una metafora della vita (per l’esercizio intenso, il movimento ciclico, regolare e monotono, la dedizione costante, sfiancante e quasi sempre avara di soddisfazioni), la vicenda ciclistica di Dante Pessina si adatta perfettamente a riflettere il clima sociale dell’epoca, in cui i primi bagliori di benessere (case più grandi e comode, automobili eccetera) attiravano verso una condizione da raggiungere al più presto e a ogni costo. Angosce, rimorsi, sensi di colpa: ogni dubbio prima o poi finisce per dissolversi davanti a patetiche giustificazioni, vittimismo, inimicizie e torti soltanto immaginati.
Il testo può costituire una barriera quasi insormontabile, poiché presenta numerosi termini e frasi in dialetto milanese. Ad aumentare la confusione contribuiscono le costruzioni verbali tipiche (forme dialettali tradotte letteralmente in italiano) da molto tempo in disuso: ad esempio il verbo "fare" utilizzato al posto di "dire" (“mi fa”, “mi ha fatto” significano “mi dice”, “mi ha detto”), oppure lo strano uso dell’espressione “essere dietro” (che non significa stare dietro a qualcosa, bensì: “ero dietro a guardare”, “ero dietro a lavorare” significano “stavo guardando”, “stavo lavorando”).
Quattro anni dopo la prima pubblicazione, “Il dio di Roserio” sarà posto in apertura nella raccolta di racconti “Il ponte della Ghisolfa”, ma in forma un po’ ridotta (eliminate descrizioni e situazioni “di colore” non strettamente funzionali alla vicenda), con le frasi dialettali tradotte in italiano e, soprattutto, senza il primo, travolgente capitolo (la “Milanesi” dal punto di vista del gregario). In questa forma il testo diventa accessibile a tutti, ma allo stesso tempo perde la parte più originale (benché forse troppo diversa dal resto del romanzo); e perde anche definitivamente la versione del Consonni, vale a dire il racconto che fa luce sull’ombra che accompagnerà la carriera di Dante Pessina, il “dio” di Roserio.
Temo di non aver capito fino in fondo questo libro. La trama in sé é molto scarna, i fatti effettivi potrebbero essere riassunti in 5 pagine, ma l’autore si dilunga in descrizioni estremamente articolate, flashback e narrazioni “scomposte”. Tutte queste cose non trovo siano negative di per sé, ma probabilmente non apprezzo questo stile. Io non sono nessuno per definirlo un libro “brutto”, ha qualche elemento stilistico e linguistico interessante, ma lo consiglierei? No. Ero felice quando ho letto l’ultima pagina? Ammetto di sì.
Questo racconto, che trasporta il lettore in una Milano ed in una Brianza che non esistono più, racconta più che una storia, i pensieri di ciclista "tormentato". Dante, il Dio. Conscio del proprio talento, ma anche sciocco, vive il proprio tormento dopo una sciocchezza fatta: e che sciocchezza. Lettura tutto somma gradevole, ma non fluida, non ritmata. Un racconto lento, inframmezzato da testi dialettali, che a tratti distrae. Non nelle mie letture preferite, resta gradevole.
Confuso e ripetitivo, specialmente nella prima parte; l'ultimo capitolo si distingue per un vocabolario ricco ed evocativo, ma senza grossi risultati. Sconsigliato.